Aprirsi al mondo la via di Tokyo per la rinascita

Joseph Nye, da “La Stampa

Le attuali tensioni fra Cina e Giappone hanno riacceso il dibatti to sul declino nipponico dopo il suo momento di gloria, negli Anni 80. Nella misura in cui questo senso di declino è fondato sulla realtà, il Giappone potrà riprendersi?

L’economia giapponese ha sofferto due decenni di crescita lenta per l’inadeguatezza delle decisioni politiche seguite al crollo della massiccia bolla speculativa sul prezzo degli asset nei primi Anni 90. Nel 2010, l’economia cinese ha superato globalmente quella giapponese anche se è solo un sesto in termini pro capite. Nel 1988 fra le prime dieci aziende al mondo per capitalizzazione di mercato otto erano giapponesi, oggi non ce n’è nessuna. Ma, nonostante le sue recenti scarse performance, Tokyo mantiene risorse impressionanti. Ha la terza economia del mondo, industrie sofisticate e le forze militari convenzionali meglio equipaggiate tra i Paesi asiatici.

Solo due decenni fa molti americani temevano il sorpasso dopo che il reddito pro capite giapponese aveva superato quello degli Stati Uniti. I libri prevedevano un blocco del Pacifico guidato dai giapponesi che avrebbe tagliato fuori gli Stati Uniti, e persino un’eventuale guerra tra i due Paesi. Il futurologo Herman Kahn prevedeva che il Giappone sarebbe diventato una superpotenza nucleare e che questa transizione sarebbe stata come «il cambiamento portato sulla scena europea e mondiale nel 1870 dall’ascesa della Prussia».

Questi punti di vista testimoniavano l’impressionante record giapponese. Oggi, tuttavia, servono come utile promemoria del pericolo di proiezioni lineari basate sulle risorse di potere in rapido aumento. Alla vigilia della Seconda guerra mondiale il Giappone rappresentava il 5% della produzione industriale mondiale. Devastato dalla guerra, non riguadagnò quel livello fino al 1964. Dal 1950 al 1974 il Giappone registrò in media un notevole tasso di crescita annuo del 10%, e nel 1980 era la seconda economia nazionale più grande del mondo, con il 15% della produzione mondiale.

Il Giappone era diventato anche il più grande creditore del mondo e il più grande donatore di aiuti esteri. La sua tecnologia era approssimativamente uguale a quella degli Stati Uniti – e anche leggermente più avanti in alcuni rami di produzione. Il Giappone si dotò di armi con molta moderazione (limitando le spese militari a circa l’1% del Pnl), e s’incentrò sulla crescita economica.

Questa non era la prima volta che il Giappone riusciva a reinventarsi in modo sorprendente. Un secolo e mezzo fa, il Giappone fu il primo Paese non occidentale ad adattarsi con successo alla globalizzazione moderna. Dopo secoli di isolamento, la restaurazione Meiji e scelse selettivamente dal resto del mondo, e nel giro di 50 anni il Paese era diventato abbastanza forte per sconfiggere una grande potenza europea nella guerra russo-giapponese. Può il Giappone reinventarsi ancora una volta? Nel 2000, il discorso di un primo ministro sugli obiettivi nel ventunesimo secolo chiese proprio questo. Poco è successo. Data la stagnazione economica, le debolezze del sistema politico, l’invecchiamento della popolazione e la resistenza all’immigrazione, un cambiamento fondamentale non sarà facile.

Ma Tokyo mantiene un alto tenore di vita, una forza lavoro altamente qualificata, una società stabile, e aree di eccellenza tecnologica e produttiva. Inoltre, la sua cultura (sia tradizionale che popolare), gli aiuti allo sviluppo e il sostegno delle istituzioni internazionali forniscono risorse che ne fanno un polo di attrazione. Ma sembra improbabile che un Giappone risorto, tra un decennio o due, possa diventare un competitore globale da un punto di vista economico o militare, come era stato previsto due decenni fa. Circa delle dimensioni della California, il Giappone non avrà mai la scala geografica o demografica di Cina o Usa. E il suo potere seduttivo viene vanificato da atteggiamenti e politiche etnocentrici.

Alcuni politici giapponesi parlano di una revisione dell’articolo 9 della Costituzione, che limita le forze all’autodifesa e alcuni hanno parlato di armamento nucleare. Entrambi al momento sembrano poco saggi e improvvidi.

In alternativa, se il Giappone fosse alleato con la Cina, le risorse combinate dei due Paesi creerebbero una coalizione potente. Nel 2006 la Cina è diventata il principale partner commerciale del Giappone e il nuovo governo formato dal Partito Democratico del Giappone nel 2009 ha lavorato per un miglioramento delle relazioni bilaterali. Ma un’alleanza appare improbabile. Le ferite del 1930 non sono guarite e Cina e Giappone hanno visioni contrastanti sul ruolo del Giappone in Asia e nel mondo. Ad esempio, la Cina ha bloccato gli sforzi del Giappone per diventare membro permanente del Consiglio di Sicurezza dell’Onu.

Più di recente, dopo che i funzionari marittimi giapponesi hanno arrestato il capitano di una barca da pesca cinese vicino alle contestate isole Senkaku, la Cina ha risposto duramente, arrestando uomini d’affari giapponesi, cancellando le visite degli studenti e sospendendo le esportazioni di minerali rari da cui le industrie giapponesi dipendono.

Il comportamento della Cina ha scioccato molti giapponesi e cancellato il suo appeal in Giappone. Come ha detto un professore giapponese, in termini calcistici la Cina ha segnato un «autogol». Nella prospettiva altamente improbabile che gli Stati Uniti dovessero ritirarsi dalla regione dell’Asia Orientale, il Giappone potrebbe far fronte comune con la Cina, ma è più probabile che il Giappone mantenga la sua alleanza con gli Usa per salvaguardare la sua indipendenza dalla Cina.

Oggi il pericolo principale per il Giappone è una tendenza a ripiegarsi su se stesso piuttosto che a diventare una potenza globale civile che realizza il suo grande potenziale per la produzione di beni pubblici globali. Ad esempio, il bilancio degli aiuti del Giappone è diminuito, e rispetto a due decenni fa è sceso della metà il numero degli studenti giapponesi che studia all’estero. Un Giappone introverso sarebbe una perdita per il mondo intero.

Joseph Nye, ex Assistente Segretario alla Difesa, è professore alla Harvard University. Il suo libro «The Future of Power» sarà pubblicato a febbraio.

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