Svuota carceri, tutti d’accordo tranne la legalità

Alessandro De Nicola per “Il Sole 24 Ore

La classe politica è ammirevole. Sul serio. Non più tardi di 4 anni fa, quando il ministro Mastella fece approvare l’amnistia che mise per strada migliaia di detenuti, ci fu un certo malcontento generale, il Parlamento discusse a fondo e alcune forze politiche (la Lega e la defunta An) votarono contro.
Questa volta, le Camere hanno votato la legge “svuota carceri”, che farà scontare a circa 9mila detenuti l’ultimo anno di detenzione agli arresti domiciliari, e nessuno ha fatto un piega: maggioranza a favore e opposizione astenuta (in quanto la legge “non risolve” il problema carceri: bella scoperta).

Certo, in questo caso il testo non è vergognoso quanto quello della precedente legislatura: non saranno liberati i delinquenti abituali, chi è sottoposto a sorveglianza speciale o quando vi sia la concreta possibilità che il detenuto possa commettere altri delitti o darsi alla fuga. Insomma, i più pericolosi restano dentro.

Inoltre, essere agli arresti domiciliari non vuol dire rimanere a piede libero; se si evade, le pene vengono inasprite fino a un massimo di 5 anni e la norma sarà temporanea (massimo fino al 2013), in attesa della costruzione di nuove carceri, dell’ampliamento di quelle esistenti nonché di nuove norme sulle pene alternative. Si prevede poi il reclutamento di 2mila guardie penitenziarie.

Le maggiori cautele adottate e il fatto che le condizioni di vita nelle carceri siano diventate insopportabili, anche a causa del sovraffollamento, non giustifica però chi ha omesso di fare alcunché per evitare questa situazione.

Non è possibile che l’Italia sia l’unico paese civile ove si ricorra con tale frequenza a provvedimenti di scarcerazione in massa: ne soffre la cultura della legalità e l’essenziale funzione di prevenzione speciale e generale della pena. In poche parole, se il sentimento generale è che o non si vada in galera o i processi cadano in prescrizione o quando si è in prigione prima o poi arriva il salvacondotto per i condannati, inevitabilmente il rispetto della legge cala. Gli studi di analisi economica mostrano che per ridurre la criminalità (specie quella minore) o si adotta un sistema di inflizione frequente di sanzioni non pesanti oppure si comminano più raramente punizioni esemplari, per il semplice principio che chi delinque compie un calcolo implicito molto semplice: soppesa il beneficio del frutto del crimine verso lo svantaggio della severità della pena moltiplicato per la probabilità di essere castigato (10% di probabilità di essere condannato a 10 anni di galera = maleficio prevedibile di un anno).

L’unica certezza è che un sistema di saltuaria comminazione di pene basse e comunque a rischio di condono non funziona per niente, soprattutto se la detenzione si passa in penitenziari fatiscenti (grazie al pregiudizio contro la costruzione e gestione di prigioni private come accade in numerosi paesi civili) e dove i carcerati non sono rieducati perché rimangono oziosi (cosa se ne pensa degli sforzi britannici per farli lavorare?). Anche questo, un brutto episodio di vita italiana.

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