STMicroelectronics, miracoli in fuga

E’ almeno per metà italiana la più grande impresa europea operante nel settore dei semiconduttori, una delle punte avanzate dell’innovazione tecnologica del nostro continente. Ma da noi quasi nessuno lo sa e nessuno se ne cura troppo; rischiamo così di perderne del tutto il controllo a favore degli altri soci, i francesi

Vincenzo Comito per “Sbilanciamoci.info

E’ almeno per metà italiana la più grande impresa europea operante nel settore dei semiconduttori, una delle punte avanzate dell’innovazione tecnologica del nostro continente – essa, tra l’altro, spende ogni anno in ricerca ben il 28% del suo fatturato; si tratta di una cifra pari a 2,4 miliardi di dollari nel 2009. Ma da noi quasi nessuno lo sa e certamente nessuno se ne cura troppo; rischiamo così di perderne del tutto il controllo a favore degli altri soci, i francesi, che invece seguono l’azienda con molta attenzione. Gli eventi si svolgono nella più totale indifferenza della nostra classe politica ed imprenditoriale. La società ha un nome difficile e si chiama STMicroelectronics. Oggi fattura intorno ai 10 miliardi di dollari all’anno, in un settore nel quale i concorrenti principali sono del calibro di Intel, Samsung, Toshiba, Texas Instruments.

Una storia complicata

Il primo nucleo di quella che sarebbe diventata la quinta società a livello mondiale in un settore così difficile è stato avviato nel 1957, quando vide la luce una nuova iniziativa imprenditoriale sotto il nome di Società Generale Semiconduttori-SGS-, sotto l’impulso di Adriano Olivetti. Egli scommetteva già allora sulle potenzialità del settore e comunque, avendo avviato le attività nel comparto dei calcolatori elettronici, necessitava di componenti che potevano essere forniti dalla azienda appena avviata. L’impresa assume presto una dimensione internazionale ed apre degli stabilimenti all’estero, tra l’altro anche a Singapore, ancora oggi uno dei poli più importanti delle sue attività. Nel 1972 l’azienda viene fusa con la più piccola ATES, fondata nel 1959 e che dopo varie vicende era entrata nell’orbita dell’Iri-Stet. La nuova società assume il nome di SGS-Ates ed entra nel perimetro di controllo dello stesso gruppo Iri. Dopo rilevanti difficoltà di mercato ed organizzative, la crisi viene superata a partire dal 1980, quando viene assunto come amministratore delegato P. Pistorio, che reggerà le sorti dell’impresa per 25 anni facendola crescere in maniera molto importante. Negli anni ottanta il controllo della società passa dalla Stet alla Finmeccanica.

Nel frattempo in Francia, nel 1982, nasceva Thompson Semiconducteurs dalla fusione di diverse società nazionali operanti nel settore. Nello stesso anno le sue attività venivano fuse con quelle della SGS-Ates, che aveva nel frattempo assunto il nome di SGS Microelectronics, creando così quella organizzazione che assumerà il nome di STMicroelectronics. La società crescerà successivamente anche attraverso importanti processi di acquisizione. Essa sarà quotata in borsa a partire dal 1994. Nel 2008 sarà creata la Numonyx, fondendo le attività di STMicroelectronics e di Intel nel settore dei chip di memoria; ma la società verrà ceduta nel 2010. E’ ancora in piedi, invece, una importante joint- venture varata con Ericcson nel 2009 per la produzione di chip per il settore wireless. La società fattura più di due miliardi di dollari.

Negli ultimi anni Finmeccanica, troppo occupata a produrre armi, si è sbarazzata della sua quota della società, cedendola alla Cassa Depositi e Prestiti. Così da parte italiana si registreranno nel tempo ben quattro passaggi di proprietà delle azioni della società, dalla Olivetti, alla Stet, alla Fimeccanica, alla Cassa Depositi e Prestiti; ogni organismo sembra voler passare una pratica scomoda a qualcun altro e pensiamo che la Cassa Depositi e Prestiti tenga la partecipazione in portafoglio soltanto perché non saprebbe a chi cederla.

Oggi la struttura azionaria del gruppo vede la presenza al vertice della piramide societaria la società ST Holding N. V. di diritto olandese, controllata al 50% dalla Cassa Depositi e Prestiti e per l’altro 50% da un raggruppamento francese; a sua volta la ST holding N. V. controlla il 100% della ST Holding II B. V., sempre di diritto olandese, che controlla il 27,5% della STMicroelectronics N. V. (ST). Il gruppo possiede anche il 3,5% circa di azioni proprie. La sede operativa della società è collocata invece a Ginevra, idealmente a metà strada tra Francia ed Italia.

Il settore dei semiconduttori

Le analisi di questo paragrafo sono tratte per la gran parte dalle note incluse nel bilancio per il 2009 della società.

I semiconduttori costituiscono la struttura di base che viene usata per produrre una grande varietà di prodotti elettronici. Dal momento dell’invenzione del transistor nel 1948 in poi, continui avanzamenti tecnologici hanno portato a prodotti sempre più piccoli, più complessi, più affidabili e meno costosi.

La corsa alla miniaturizzazione dei componenti continua a seguire la cosiddetta legge di Moore, secondo la quale il numero dei transistor per centimetro quadrato presenti su di un circuito integrato è destinato a raddoppiare ogni 18 mesi, mentre i costi tendono a ridursi contemporaneamente della metà.

Grazie anche al continuo aumento delle prestazioni e alla riduzione delle dimensioni e dei costi dei componenti, i semiconduttori si sono sviluppati nel tempo ben al di là delle loro applicazioni primarie, che riguardavano in particolare il settore dei computer e quello delle applicazioni militari, per estendersi ad impieghi nel campo delle telecomunicazioni, dei beni di consumo, dei prodotti dell’auto e dell’automazione industriale, dei sistemi di controllo.

Il comparto ha registrato nel lungo periodo un’ importante crescita nel livello delle vendite, anche se va ricordato che esso è soggetto ad oscillazioni cicliche importanti, dovute ai mutamenti nella capacità produttiva del settore e alla domanda molto oscillante nel tempo; questo comporta anche fluttuazioni nei prezzi di vendita e conseguentemente dei margini per i produttori.

Esso appare caratterizzato di recente da vari mutamenti importanti:

-il mercato dei prodotti, che sino a non molto tempo fa cresceva ad un tasso annuale a due cifre, tende ormai a svilupparsi a ritmi più moderati; e questo nonostante che si verifichi nel frattempo un forte sviluppo di nuove applicazioni in varie direzioni;

-cresce di recente l’importanza della regione Asia-Pacifico, in particolare per quanto riguarda la Cina, Taiwan ed altre economie emergenti, che rappresentano anche le aree geografiche di maggiore potenzialità;

-diventa importante la convergenza tra le applicazioni wireless, dei computer e dei prodotti di consumo, che spinge la domanda a ricercare dai fornitori di semiconduttori soluzioni a livello di sistemi integrati;

-si fa più diversificata la tipologia della clientela;

-aumenta il ricorso ai processi di outsourcing, mentre crescono anche le partnership nel settore della ricerca avanzata;

– si fanno infine più importanti i processi di consolidamento nel settore, con la riduzione nel numero dei produttori e la loro concentrazione verso dimensioni di impresa più rilevanti.

La situazione attuale dell’azienda; i dati economici e finanziari

L’impresa impiega grosso modo 51.000 dipendenti nel mondo e registra 15 siti produttivi principali, mentre possiede anche complessivamente 10 centri di ricerca avanzata. La distribuzione delle vendite vede una netta prevalenza dell’area asiatica, sostanzialmente in linea, peraltro, con i livelli delle produzioni finali del settore elettronico a livello globale; così, la Cina e l’Asia del sud rappresentano il 41% del totale e il Giappone e la Corea il 19%, mentre l’Europa, l’Africa e il Medio Oriente pesano per il 27% e le due Americhe, infine, per il 13%.

Le vendite complessive del gruppo sono passate dagli 8,9 miliardi di dollari del 2005 ai 9,8 miliardi nel 2006 ai 10,0 nel 2007; l’espansione si è fermata nel 2008, con un fatturato di 9,8 e nel 2009 con 8,5. Dopo un utile netto di 267 milioni conseguito nel 2005 e di 784 nel 2006, le cose non sono più andate bene; nel 2007, soprattutto per i costi straordinari legati a una ristrutturazione delle operazioni, si registra una perdita di 471 milioni; nel 2008 e 2009, in relazione alla crisi, i risultati economici sono ancora più deludenti, registrando rispettivamente perdite per 780 milioni e per 1,4 miliardi. La ripresa del mercato permette ora alla società il ritorno all’utile nel primo semestre del 2010. Nel frattempo, per venir fuori dalle difficoltà, la società ha avviato, tra l’altro, nel 2009 una politica di duri tagli dei costi, ciò che ha anche comportato il licenziamento di 4.500 dipendenti.

La struttura finanziaria dell’impresa appare in ogni caso molto solida; dopo ben tre anni di perdite rilevanti, si registra un totale del capitale netto pari a 8, 4 miliardi su di un totale della attività pari a 13,6 miliardi; la società non possiede debiti a breve termine verso le banche, mentre registra in bilancio invece liquidità e titoli disponibili per la vendita per un totale di 2,6 miliardi di euro.

Italia, Francia, Singapore, Taiwan, Shangai

La società, che ha anche superato in passato e ripetutamente prove difficili, in un settore fortemente competitivo e caratterizzato da una continua e spinta innovazione tecnologica, riuscirà probabilmente ad affrontare preparata le sfide che si affacceranno nei prossimi anni.

Tra l’altro, da una parte, in effetti, la società registra, come già accennato, una struttura finanziaria molto solida, che la crisi ha soltanto scalfito, dall’altra, essa presenta un portafoglio di prodotti, di tecnologie, di applicazioni, di mercati, molto diversificato, avendo così ridotto la propria dipendenza da ogni singolo evento negativo che possa verificarsi in un punto qualsiasi del sistema.

Più problematico appare invece il possibile ruolo futuro dell’Italia in tale partita. Oggi c’è parità di quote azionarie tra Italia e Francia; è italiano il presidente della società, che è anche responsabile degli staff centrali del gruppo, mentre è francese l’amministratore delegato, responsabile invece delle attività operative, dalla produzione al marketing. Ma già a livello di investimenti annui quelli localizzati in Francia superano di molto quelli invece fatti nel nostro paese. Va poi considerato che se i grandi laboratori di ricerca oggi localizzati a Catania venissero trasferiti in Francia, lo stato francese coprirebbe il 25% di tutte le spese del settore, mentre in Italia bisogna far fronte alle necessità solo con le risorse interne; ma la tentazione di cambiare localizzazione, almeno in parte, ovviamente ci deve essere, tanto più di fronte ad un palese disinteresse della classe politica nazionale sulla questione.

A livello di ricerca e di siti produttivi bisogna poi considerare che la gran parte dei clienti della società si trovano oggi in Asia e che i punti di presenza principali del gruppo nel continente, da Singapore a Shangai, da Bangalore a Nuova Delhi, ottengono risultati considerevoli nella produzione e nella ricerca a costi inferiori a quelli europei.

La situazione attuale anche a questo proposito potrebbe non durare ancora per molto. Potrebbe, in particolare, cambiare l’attuale politica della società che è, come del resto alla Intel, quella di fabbricare in casa più del 90% di ogni singolo prodotto, lasciando poco spazio ai processi di outsourcing. Le fonderie di Hong Kong e di Pechino sono lì pronte ed invitanti, sempre più all’avanguardia tecnologica le prime, sempre più aggressive in termini di costi le seconde e le aziende del settore stanno pensando di aumentare il livello del decentramento produttivo in ragione dei costi in rapida crescita e della complessità e dei rischi della produzione di chip avanzati (Kwong, Harding, 2009). Potrebbe anche succedere facilmente che le stesse produzioni interne vengano localizzate in maggior misura nell’area. Molte imprese del settore hanno già chiuso le loro attività industriali dirette e fanno produrre i loro chip da fonderie specializzate asiatiche, mentre la stessa Intel inizia proprio nel 2010 a produrre direttamente in Cina con la sua prima fabbrica di semiconduttori nel paese. La società italo-francese ha già, in ogni caso, fatto capire che in futuro la quota di produzioni inoutsourcing dovrebbe aumentare.

Testi citati nell’articolo

-Kwong R., Harding R., Painful test for Taiwan chipmakers, www.ft.com, 22 luglio 2009

-STMicroelectronics NV, Relazione di bilancio 2009, www.st.com, marzo 2010

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