Il Sudan sull’orlo della secessione

da “Medarabnews

Quasi sei anni fa, nel gennaio del 2005, un accordo tra il governo centrale di Khartoum e il Sud del paese pose formalmente fine a oltre vent’anni di guerra civile in Sudan – una guerra che aveva causato la morte di circa due milioni di persone, creando almeno quattro milioni di profughi.

L’accordo, noto con il nome di Comprehensive Peace Agreement (CPA), prevedeva la formazione di un governo di unità nazionale a Khartoum e di un governo autonomo nel Sud, oltre alla condivisione delle rendite petrolifere del paese. Al termine di un periodo di sei anni, il Sud avrebbe potuto scegliere se rimanere parte del Sudan o diventare uno Stato indipendente, attraverso un referendum fissato per il 9 gennaio 2011.

I sei anni che separavano la firma del CPA dal referendum avrebbero forse permesso di rimarginare le ferite della guerra civile e, attraverso la creazione di un governo più democratico, una più equa suddivisione delle risorse, e l’abbandono dei comportamenti discriminatori nei confronti del Sud, avrebbero dato a Khartoum la possibilità di convincere i sudanesi del Sud a rimanere all’interno dello Stato sudanese.

Tuttavia, al termine di questi sei anni la spaccatura fra il Nord e il Sud del paese appare insanabile, e fra meno di venti giorni, il prossimo 9 gennaio (salvo rinvii dell’ultima ora che rimangono tuttora possibili), i sudanesi del Sud voteranno molto probabilmente con una maggioranza schiacciante a favore dell’indipendenza e della secessione da Khartoum.

La probabile nascita del Sud Sudan, nell’attuale clima di tensione ed in presenza di numerose questioni tuttora irrisolte, comporterà enormi sfide sia per il neonato Stato che per il Nord del paese, e vi è il forte rischio che il conflitto tra le due parti possa riesplodere.

UN PAESE DALLA STORIA TRAVAGLIATA

Il Sudan è il più vasto Stato africano, ed uno dei più eterogenei e compositi dal punto di vista geografico, etnico e culturale. Mentre nel Nord prevalgono le aree desertiche o semidesertiche, nel Sud vi sono paludi e foreste pluviali. Il Nilo divide il paese scorrendo da sud a nord. I suoi due rami principali, il Nilo Bianco e il Nilo Azzurro si uniscono nella capitale Khartoum.

Terminato il condominio anglo-egiziano nel 1956, esplosero le tensioni tra il Nord e il Sud del paese, le cui divisioni erano state acuite dal fatto che i britannici avevano governato le due regioni attraverso due amministrazioni separate. I sudanesi del Sud, africani e in maggioranza cristiani (anglicani, presbiteriani, cattolici e copti) o animisti, temevano che il nuovo paese sarebbe stato dominato dal Nord prevalentemente arabo e musulmano, il quale aveva stretti legami con l’Egitto.

Il conflitto si concluse solo nel 1972, quando la giunta militare del presidente Gaafar Nimeiry accettò di concedere l’autonomia al Sud. Ma la guerra riesplose undici anni dopo, quando lo stesso Nimeiry dopo aver revisionato l’Accordo di Addis Abeba del 1972, impose la sharia, la legge islamica, in tutto il paese.

Nel 1989, mentre il conflitto era ancora in corso, salì al potere a Khartoum il colonnello Omar al-Bashir, l’attuale presidente del Sudan, attraverso un golpe militare senza spargimento di sangue. Egli ribadì l’applicazione della sharia e abolì i partiti politici nel 1990. Da quel momento in poi Bashir, a dispetto di alcune aperture di facciata, ha mantenuto il potere concentrato nelle proprie mani.

Sebbene il Sudan fosse sull’orlo della bancarotta nel 1989, Bashir – attraverso l’imposizione di politiche economiche molto dure e contando sulle esportazioni petrolifere – ha fatto crescere enormemente l’economia del paese, cosa che ha permesso la costruzione di infrastrutture e un aumento della scolarizzazione.

Ciò ha consentito al presidente sudanese ed alla sua formazione politica, il Partito del Congresso Nazionale (NCP), di radicarsi nel Nord del paese attraverso una fitta rete di clientele e di consensi. La crescita e lo sviluppo sono tuttavia rimasti profondamente diseguali, lasciando molte regioni nella morsa di una spaventosa povertà, e prive dei servizi più elementari. Tra esse figurano certamente le regioni meridionali e la regione occidentale del Darfur.

LA CRISI DEL DARFUR

La svolta nel conflitto tra il Nord e il Sud cominciò a profilarsi nel 2002, anche a seguito di un intervento diplomatico di alto profilo da parte degli USA, che mise Khartoum con le spalle al muro – gli eventi dell’11 settembre erano recentissimi, e il Sudan in passato aveva dato asilo a Osama bin Laden, tra il 1992 e il 1996, dopo che questi era stato ostracizzato dalla dinastia saudita.

(Nel 1993 gli USA avevano inserito il Sudan nella lista degli Stati accusati di sostenere il terrorismo. Tra la fine del 1995 e l’inizio del 1996, funzionari sudanesi avevano avuto colloqui con responsabili americani e sauditi, ed avevano offerto di espellere bin Laden in Arabia Saudita in cambio di una riduzione delle pressioni internazionali nei confronti del Sudan, tuttavia senza grossi risultati. A partire dal 1997, Washington aveva proibito alle imprese americane di fare affari in Sudan. Nel 1998 gli USA avevano bombardato una fabbrica farmaceutica a Khartoum accusata di produrre armi chimiche e di avere legami con al-Qaeda. Le accuse si sarebbero rivelate quasi certamente infondate. Nel frattempo, nel maggio del 1996, bin Laden era tornato in Afghanistan.)

I negoziati avviati nel 2002 tra il Nord e il Sud furono tuttavia rallentati alcuni mesi dopo dallo scoppio del conflitto in Darfur. I ribelli di questa regione occidentale, emarginati politicamente ed economicamente come i loro connazionali del Sud, si ispirarono alla lotta condotta negli anni passati da questi ultimi. Il Sudan People’s Liberation Movement (SPLM), il movimento che aveva combattuto la guerra civile del Sud contro il governo di Khartoum, appoggiò politicamente e militarmente i ribelli in Darfur.

Le notizie sulle atrocità commesse nella regione, dove le milizie arabe filo-governative furono accusate di portare avanti una pulizia etnica nei confronti delle tribù locali non arabe (sebbene musulmane), monopolizzarono l’attenzione internazionale, riuscendo a far passare in secondo piano perfino lo storico accordo di pace (CPA) firmato nel 2005 fra il Nord e il Sud.

Stime ONU ritengono che tra le 200.000 e le 400.000 persone siano morte nel conflitto in Darfur, mentre i profughi sarebbero circa 3 milioni. Dal canto suo, il governo Bashir ha accusato le Nazioni Unite di aver gonfiato le cifre sotto la pressione delle potenze occidentali.

Le ostilità in Darfur determinarono anche un deterioramento nei rapporti fra il Sudan e il vicino Ciad, accusato da Khartoum di fomentare la ribellione, tanto che si temette che il conflitto potesse trasformarsi in una guerra regionale.

Il dramma del Darfur ha dominato gli sforzi diplomatici internazionali in Sudan negli ultimi anni, sebbene molti nel paese avessero ammonito che era un errore dimenticare la questione Nord-Sud. Anche in conseguenza del disimpegno internazionale, molti dei passi che in base al CPA avrebbero dovuto precedere il referendum del 2011 non sono stati implementati.

Nel giugno 2008, un altro elemento è venuto ad aggiungersi al già intricatissimo panorama della crisi sudanese: la Corte Penale Internazionale (CPI) ha accusato Bashir di crimini di guerra e crimini contro l’umanità ai danni delle tribù non arabe in Darfur. Il 4 marzo 2009 la CPI ha emesso unmandato di arresto internazionale nei confronti di Bashir, che risulta così il primo capo di stato incriminato dalla Corte essendo ancora nel pieno esercizio delle proprie funzioni.

Secondo alcuni, il mandato d’arresto ha ulteriormente complicato i tentativi di trovare una soluzione alla crisi del Darfur. Da un lato esso ha delegittimato Bashir agli occhi dei suoi interlocutori nei colloqui di pace, dall’altro rischia di spingere il presidente sudanese su posizioni ancora più intransigenti.

A seguito dell’incriminazione, ad esempio, Bashir ha espulso dal Darfur le principali organizzazioni umanitarie, determinando un ulteriore deterioramento della situazione umanitaria nella regione, rimasta peraltro in gran parte priva di osservatori internazionali.

Secondo altri, Bashir potrebbe tentare di usare il mandato di arresto come merce di scambio nella questione Nord-Sud, chiedendo una revoca di tale mandato in cambio della promessa di non opporsi all’indipendenza del Sud. Comunque sia, la questione dell’incriminazione di Bashir sarà un’altra variabile di cui tener conto sia nel rapporto fra Khartoum e Juba (la capitale del Sud) sia nella tuttora irrisolta crisi del Darfur.

LE INCOGNITE DEL REFERENDUM

Con l’avvicinarsi della scadenza del gennaio 2011, l’attenzione internazionale si è nuovamente spostata dal Darfur al Sud del paese, solo per scoprire che “le basi per un costruttivo rapporto fra il Nord e il Sud dopo il referendum devono ancora essere gettate”, come ha affermato l’International Crisis Group in un recente rapporto (aggiungendo che la lentezza con cui procedono i negoziati è “causa di preoccupazione”).

Questioni chiave come la cittadinanza, la gestione delle risorse naturali (in particolare, le risorse idriche e petrolifere), la moneta, la sicurezza e i trattati internazionali, devono ancora essere negoziate. Teoricamente ciò dovrebbe avvenire nel periodo di transizione di sei mesi che separerà il referendum di gennaio dall’eventuale dichiarazione ufficiale d’indipendenza del Sud Sudan, la quale avverrà nel luglio 2011. Ma l’assenza di un chiaro percorso negoziale preoccupa molti analisti, soprattutto se si considera che la sfiducia tra le parti rimane fortissima.

Una delle questioni più scottanti è quella della definizione dei confini, che attraversano diverse aree aspramente contese fra Khartoum e Juba. Il CPA firmato nel 2005 invitava a definire i confini entro i primi sei mesi. Sono invece trascorsi quasi sei anni, e molte controversie non sono state ancora risolte.

Ad aggravare ulteriormente le cose vi è il fatto che, non soltanto la maggior parte delle risorse petrolifere (circa il 75%) si trova nel Sud del paese – e questo significa che al momento della probabile secessione Khartoum perderà i suoi introiti derivanti dal greggio – ma molti dei giacimenti si trovano in prossimità del presunto confine. Ciò fa sì che entrambe le parti possano essere tentate dall’idea di rivendicare porzioni delle regioni frontaliere.

Una delle regioni maggiormente contese è il distretto di Abyei, dove le caratteristiche geografiche, etniche e politiche del Sud e del Nord si mischiano inestricabilmente. Un referendum per definire lo status di Abyei, che inizialmente si sarebbe dovuto tenere a gennaio insieme al referendum sull’autodeterminazione del Sud Sudan, è stato rinviato a data da destinarsi. Ma se non vi sarà un accordo tra le parti, la regione contesa potrebbe rivelarsi la scintilla in grado di scatenare il conflitto.

Negli ultimi mesi, la regione è stata progressivamente militarizzata, sia ad opera dell’esercito di Khartoum e delle milizie dei Misseriya (tribù nomadi del Nord che stagionalmente migrano in Abyei per sfruttarne i pascoli, e che rivendicano il diritto a esprimere il loro voto nel referendum che deciderà il destino della regione), sia dal Sudan People’s Liberation Army (SPLA), il braccio armato dell’SPLM.

Ma il problema di un’eventuale secessione non risiede solo in Abyei. Anche se le stime non sono precise, si ritiene che circa 1 milione e mezzo di sudanesi del Sud vivano al Nord. Viceversa, circa 6 milioni di nomadi del Nord trascorrono otto mesi all’anno nel Sud Sudan, in cerca di acqua e di pascoli per il loro bestiame.

La manodopera del Sud trova lavoro nelle industrie del Nord. Molti sudanesi del Sud si recano al Nord per ricevere assistenza sanitaria, mentre molti commercianti e accademici del Nord lavorano nelle regioni meridionali. Sebbene il petrolio sia in gran parte nel Sud, gli oleodotti passano tutti attraverso il Nord.

Se da un lato questi fatti sono in parte indicativi degli squilibri esistenti nel paese, dall’altro segnalano quanto gli interessi del Nord e del Sud siano interconnessi. Ciò ha spinto alcuni a proporre che, dopo la probabile secessione del gennaio 2011, i due nuovi Stati si uniscano in una confederazione.

Questa soluzione – che è stata caldeggiata anche da potenze regionali come l’Egitto, le quali temono una possibile destabilizzazione dell’intera regione – avrebbe il pregio di garantire gli interessi comuni ai due paesi, pur assicurando l’indipendenza e l’autonomia del Sud Sudan. Una soluzione del genere, smorzando le tensioni nelle aree contese, potrebbe disinnescare le principali cause di un possibile conflitto.

Tuttavia, alla luce dell’attuale livello di sfiducia reciproca fra le parti, una soluzione del genere appare difficilmente realizzabile. Il defunto leader dell’SPLM, John Garang, aveva più volte proposto una soluzione di questo tipo ai negoziati di pace in Kenya fra il 2002 e il 2005, ma la proposta era sempre stata rifiutata dall’NCP di Bashir. Solo nel 2008 Khartoum si è detta disposta a prendere in esame la questione, probabilmente quando era ormai troppo tardi.

L’SPLM accusa Khartoum di aver utilizzato per decenni l’arabismo e l’islamismo come mezzi di discriminazione contro il Sud. L’imposizione della sharia da parte del Nord ha sempre rappresentato un ostacolo insormontabile nei negoziati, mentre Juba aveva sempre chiesto la creazione di uno Stato laico.

L’SPLM sospetta inoltre che l’NCP stia applicando tattiche dilatorie per far fallire il referendum. Ma le accuse sono reciproche: Khartoum accusa Juba di aver esortato i sudanesi del Sud che risiedono al Nord a non registrarsi per il voto, nel timore che essi possano votare contro la secessione.

Vi è poi una possibilità ancora più inquietante: la disputa tra il Nord e il Sud potrebbe sovrapporsi alla crisi del Darfur e fondersi con essa. Nelle scorse settimane, le parti in conflitto in Darfur hanno dichiarato il fallimento degli accordi di pace del 2006, gli ulteriori negoziati sono a rischio, e uno dei principali gruppi ribelli, il Sudan Liberation Movement (SLM), si è spostato verso il confine che separa il Nord dal Sud per unirsi ad altri miliziani. Khartoum accusa Juba di sostenere i ribelli. Dal canto suo, Juba ha accusato l’esercito sudanese di bombardare alcune zone del Sud, oltrepassando il confine, con il pretesto di dare la caccia a questi gruppi ribelli.

DUE NUOVI STATI FALLITI?

Sebbene i rischi di un conflitto aperto fra il Nord e il Sud siano concreti, diversi analisti ritengono che Bashir questa volta eviterà di scatenare un confronto armato. Entrambe le parti conoscono l’esorbitante prezzo della guerra, e – secondo alcuni – Khartoum cercherà piuttosto di destabilizzare il Sud attraverso “attori locali” per dimostrare che il neonato Stato non è in grado di governarsi da solo.

Del resto, il Sud Sudan dovrà affrontare enormi sfide, alle quali sarà molto difficile rispondere anche in assenza di eventuali sabotaggi da parte di Khartoum. Il Sud praticamente manca di strutture governative al di fuori della capitale Juba e di pochi altri capoluoghi provinciali. Nel resto del paese, la presenza del governo è di fatto inesistente. La corruzione è dilagante a tutti i livelli della fragile amministrazione. I bassi livelli di alfabetizzazione, la povertà e la fame rappresentano un fardello pesantissimo.

Una delle maggiori sfide sarà quella di demilitarizzare il paese. Lo SPLA, l’esercito di Juba, ha praticamente il monopolio incontrastato del potere e il pieno controllo delle risorse statali. Il rischio che il Sud Sudan si trasformi in uno Stato autoritario è molto alto.

Un’altra sfida sarà quella di riconvertire l’economia del paese, dopo decenni di conflitto. Il Sud Sudan ha importanti risorse idriche e minerarie, ma attualmente le entrate statali dipendono per il 98% dal petrolio – peraltro una risorsa che secondo alcune stime dell’FMI comincerà a declinare già a partire dal 2012-2013.

Infine sarà necessario forgiare una vera identità nazionale, che al momento è inesistente. Secondo alcuni, il Sud fino ad oggi è rimasto unito grazie all’esigenza di dover combattere il comune nemico – il governo di Khartoum. Con il raggiungimento dell’indipendenza, vi è però il rischio che esplodano le tensioni interetniche nelle zone rurali, soprattutto alla luce della quasi totale assenza dello Stato al di fuori dei principali centri urbani del paese.

Ma, se a gennaio dovesse consumarsi la secessione, anche il Nord andrà incontro a notevoli problemi. Molti si chiedono come reagirà la popolazione quando si renderà conto di aver perso un terzo del paese, e gran parte delle sue risorse petrolifere. Il rischio è che, per mantenere il controllo, l’NCP di Bashir possa optare per un’ulteriore deriva autoritaria a spese dei partiti di opposizione, delle organizzazioni della società civile, dei mezzi di informazione e degli studenti.

Probabilmente, però, la sfida maggiore per Bashir giungerà dalle province. Non solo il Darfur, ma anche la parte orientale del paese, i Monti Nuba, e addirittura l’estremo nord, potrebbero tentare di seguire la strada tracciata dal Sud. Ciò lascerebbe prefigurare una disintegrazione del Sudan, che a sua volta rischierebbe di destabilizzare l’intera regione.

Ma anche se ciò non dovesse accadere, Khartoum, privata di molte delle risorse situate nel Sud, rischia in ogni caso di andare incontro ad una grave crisi economica.

IMPLICAZIONI REGIONALI

Di fronte a scenari di questo tipo, è ovvio che gli Stati della regione guardino con molta apprensione all’esito del referendum del 9 gennaio. Tutti si augurano che Khartoum decida di accettare i risultati del voto, anche qualora dovessero decretare l’indipendenza del Sud.

In presenza di un riconoscimento da parte di Khartoum, sarebbe facile per i paesi vicini maggiormente coinvolti – Egitto, Etiopia, Ciad, Kenya e Uganda – riconoscere a loro volta la nuova entità statale. Se, tuttavia, il governo Bashir dovesse tentare di manipolare il voto o di negare il risultato, ciascun paese reagirà in base ai propri interessi, nella speranza di evitare una destabilizzazione regionale.

Tra i maggiori sostenitori dell’autodeterminazione del Sud Sudan vi sono il Kenya e l’Uganda. Quanto all’Etiopia, sebbene abbia appoggiato Juba in maniera evidente, Addis Abeba non può permettersi né una guerra in Sudan, né di inimicarsi Khartoum creandosi così un nuovo nemico regionale. L’Etiopia cercherà dunque di mediare e di trovare soluzioni di compromesso.

Tra i paesi che accolgono la probabile indipendenza del Sud Sudan più a malincuore – oltre al Ciad, che confina con l’instabile regione del Darfur – vi è certamente l’Egitto. Il Cairo teme che l’autodeterminazione di Juba possa aprire le porte alla dissoluzione del Sudan, con il conseguente rischio che l’instabilità si estenda fino ai propri confini. Il regime egiziano teme inoltre che il neonato Sud Sudan possa schierarsi con i paesi dell’alto corso del Nilo (Etiopia, Uganda, Tanzania, Kenya, Ruanda, Congo e Burundi) nella disputa per lo sfruttamento delle acque del fiume, che vede tali paesi contrapporsi al Cairo e a Khartoum.

Anche gli Stati Uniti si trovano in un dilemma, di fronte alle imponderabili forze sociali, politiche ed economiche che la secessione del Sud Sudan potrebbe liberare nel Nord. Washington può scegliere di continuare a isolare il regime di Khartoum – una politica che secondo alcuni ha sortito finora ben pochi effetti, e che offre poche prospettive di facilitare la pace in Darfur – oppure di aprire dei canali di comunicazione, almeno con gli elementi più moderati del regime.

L’amministrazione Obama è apparsa a molti indecisa e poco incisiva fino a questo momento, ma nel frattempo vi è la destra americana che spinge per l’adozione di una politica intransigente nei confronti di Bashir. Un “muro contro muro” – sostengono alcuni analisti – rischierebbe di aggravare altre crisi nel paese, con conseguenze imprevedibili.

In generale, i timori di un possibile “effetto domino” catastrofico per l’intero continente sono diffusi in molti paesi africani – soprattutto nella regione del Sahara – ed in molti paesi arabi, che già devono fare i conti con “Stati falliti” (o sull’orlo del fallimento) come la Somalia, lo Yemen, e lo stesso Iraq.

Sebbene il Sudan sia considerato a tutti gli effetti un paese arabo, la Lega Araba si è dimostrata incapace di intraprendere un’azione diplomatica efficace per far fronte alla crisi sudanese. Anche in questo caso, come nelle numerose crisi che affliggono la regione mediorientale, essa si è dimostrata del tutto impotente e paralizzata dai contrasti interni e dall’inerzia politica.

Malgrado l’inazione degli Stati arabi, molti nel mondo arabo guardano però con estrema preoccupazione alle ripercussioni della probabile divisione del paese.

 

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