Brasile: un volto nuovo in Medio Oriente

Original Version: Brazil: a new face in the Middle East

Il tentativo del Brasile di acquisire un ruolo in Medio Oriente è un segnale delle sue ambizioni a livello politico ed economico globale – sostiene l’analista Nima Khorrami Assl

da “Medarabnews

di Nima Khorrami Assl, analista presso il Transnational Crisis Project, con sede a Londra; le sue aree di interesse includono il Medio Oriente, l’Islam politico, il Caucaso, e la sicurezza energetica

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Nonostante la crisi economica mondiale, la performance economica del Brasile è la più forte degli ultimi anni. L’inflazione è duramente combattuta, e le riserve internazionali ammontano a circa 240 miliardi di dollari. Ciò, a sua volta, ha dato spazio all’attività diplomatica brasiliana, che si spinge molto più lontano di quanto non accadeva passato.

Il partenariato con il Sudafrica e l’India attraverso il forum di dialogo dell’IBSA , una crescente presenza in Africa e in Medio Oriente, e la partnership strategica con la Cina e l’UE sono tutti esempi dell’ascesa del Brasile sulla scena internazionale.

Il viaggio di cinque giorni in Israele, Palestina e Giordania compiuto dal presidente Lula da Silva lo scorso marzo, la partecipazione del Brasile alla disputa nucleare iraniana e la sua recente decisione di riconoscere uno Stato palestinese entro i confini del 1967, hanno evidenziato la nuova strategia brasiliana volta a far apparire il Brasile come un attore neutrale in Medio Oriente, disposto a parlare con tutti.

Anche se gli sforzi del Brasile di acquisire un ruolo in Medio Oriente non hanno avuto successo finora, il suo desiderio di diventare un attore chiave in questa regione dev’essere preso sul serio. Il tentativo del Brasile di presentarsi come un mediatore, e quindi come un attore legittimo, è un chiaro segno delle sue ambizioni negli affari globali, e a sostegno della sua fondamentale affermazione che le potenze emergenti dovrebbero avere più voce nella politica internazionale.

Ma cosa c’è, esattamente,  alla base di questa nuova strategia? Il Brasile sta cercando di utilizzare il Medio Oriente come una piattaforma per contestare l’attuale struttura di governance globale, o sta semplicemente cercando di garantire i suoi crescenti interessi e bisogni economici? La risposta più accurata forse è: tutt’e due le cose – anche se sembra che l’obiettivo di garantirsi vantaggi economici abbia la precedenza sulle considerazioni politiche.

Un tema centrale, nei discorsi che provengono dal Brasile, è l’idea di “asimmetria” nelle relazioni politiche ed economiche internazionali. Fin dai primi anni ‘90, i governi brasiliani hanno cercato di sfruttare il contesto regionale per un approccio alla globalizzazione e allo sviluppo che facilitasse l’inserimento su base quasi paritaria dei paesi sviluppati e di quelli in via di sviluppo nel mercato globale.

Non solo questo programma politico ha avuto effetti economici e commerciali molto positivi, incrementando le esportazioni verso l’Africa e il Medio Oriente del 200%, ma ha anche offerto al Brasile maggiori opportunità di dialogo e di interazione con il resto del mondo.

Inoltre, il Brasile spera che una diminuzione del potere e della popolarità degli USA in Medio Oriente possa offrirgli l’opportunità di aumentare la propria influenza nella regione e di rivaleggiare con quella della Cina.

Di conseguenza, la nuova strategia brasiliana in Medio Oriente non scaturisce solo da un desiderio di dimostrare il proprio valore alle potenze occidentali. Anche se contributi positivi da parte brasiliana sia al conflitto israelo-palestinese che all’impasse fra Iran e Occidente potrebbero fruttare al Brasile notevoli vantaggi politici, gli obiettivi principali della politica brasiliana in Medio Oriente sono di natura economica: in particolare, diversificare le relazioni commerciali e cercare nuovi partner per l’economia brasiliana.

L’interesse del Brasile a modificare la geografia mondiale dell’economia e del commercio si concentra al momento sul Medio Oriente. Ciò è del tutto evidente nell’Accordo di libero scambio appoggiato dal Brasile tra il Mercosur (il Mercato Comune del Sud, che comprende Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay (N.d.T.) ) e Israele , nell’offerta di un accordo di libero scambio alla Giordania, nei piani di tenere una conferenza economica mondiale della diaspora palestinese a San Paolo nel luglio 2011, e nel rafforzamento dei rapporti economici tra l’Iran e il Brasile, con i dati sul commercio annuale che sono destinati ad aumentare dai 2 ai 15 miliardi di dollari.

C’è un enorme mercato per l’alluminio brasiliano nella sub-regione del Golfo Persico, un mercato che deve essere ancora pienamente esplorato. Nel settore energetico, il Brasile spera che la sua esperienza nel campo dei biocarburanti offrirà soluzioni alternative ai paesi del Medio Oriente. Questa è una delle ragioni per cui il Brasile insiste sul diritto dell’Iran all’energia nucleare – dal momento che vede profilarsi per sé un mercato redditizio.

In ultimo – ma certamente non in ordine di importanza – il caffè, l’etanolo, lo zucchero e la carne del Brasile sono materie prime molto richieste nella regione, e il governo brasiliano ha bisogno di rafforzare i legami con i regimi di quei paesi al fine di assicurarsi accordi vantaggiosi.

Tutto sommato, il Brasile è entrato nel XXI secolo come una potenza emergente a livello globale, attirando l’attenzione degli esperti di affari internazionali. Questa silenziosa ascesa alla ribalta internazionale, a sua volta, ha le sue radici nel modo in cui viene condotta la politica estera brasiliana.

Un’attenta analisi del pensiero strategico brasiliano rivela che il paese ha una lunga storia di iniziative nascoste volte a proteggere i propri interessi sotto le sembianze del multilateralismo e delle relazioni Sud-Sud. Per di più, arruolare la politica estera al servizio dello sviluppo economico e sociale del Brasile è stato il tema dominante della politica estera brasiliana fin dai primi anni ’90, quando il Brasile adottò politiche economiche neoliberiste sia pure in base alle proprie peculiarità.

Ma il ministero degli esteri brasiliano non ha né la struttura amministrativa né diplomatici preparati e di esperienza per gestire le complessità religiose, ideologiche e politiche relative al Medio Oriente. Il Brasile è una novità per la regione, e tutti al suo interno probabilmente cercheranno di ricavarne qualcosa a proprio vantaggio; mentre tutti saranno pronti a condannare il Brasile se e quando non riuscirà a tener fede alle aspettative. Se a ciò si aggiunge il fatto che il Brasile non è in grado di fornire garanzie di sicurezza a causa dell’incapacità di proiettare una propria forza militare a livello regionale – e tantomeno a livello mondiale – allora diventa chiaro che sono solidi interessi economici, e non la pace, a costituire la vera base dell’agenda brasiliana in Medio Oriente.

Ciononostante, il Brasile può contribuire alla stabilizzazione del Medio Oriente, se l’amministrazione Obama sarà disposta a ridurre il monopolio politico USA nella regione e a condividere la torta. Può esservi certamente un ruolo per uno Stato che, non solo ha scelto di non sviluppare armi nucleari, ma è anche la patria di più di 120.000 ebrei e di 10 milioni di arabi che vivono in piena armonia. Una combinazione di soft power brasiliano e di hard power statunitense potenzialmente può rappresentare una forza per il bene della regione.

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