Fatti e valori della conoscenza

Hilary Putnam da “Il Sole 24 Ore”

Qual è il rapporto della filosofia con la scienza? La risposta a questa domanda è resa problematica da alcune idee erronee, molto diffuse sia a livello filosofico sia a quello del senso comune: un esempio è l’idea secondo cui chi fa scienza applicherebbe una sorta di “algoritmo”. Nessuno scienziato, però, la pensa così. In realtà la ricerca scientifica presuppone – anche se spesso solo implicitamente – giudizi di ragionevolezza che possono essere oggettivi e manifestano le proprietà tipiche dei giudizi di valore. Avevano insomma ragione i maestri del pragmatismo quando sostenevano che «la conoscenza dei fatti presuppone la conoscenza dei valori». Questa osservazione è però stata largamente ignorata dalla storia della filosofia della scienza dell’ultimo mezzo secolo. Così, pur di non mettere in questione il vecchio dogma – l’ultimo dogma dell’empirismo? – secondo cui i fatti sono oggettivi e i valori soggettivi e non possono mai mescolarsi, sono state proposte le ipotesi più bizzarre: Popper ha sostenuto che la scienza presuppone solo la logica deduttiva, Reichenbach ha tentato di fondare deduttivamente l’induzione, Carnap ha preteso di ricondurre la scienza a un algoritmo e Quine ha sostenuto che le teorie scientifiche vengono scelte in base a misteriosi «condizionali osservativi veri» o, alternativamente, secondo modalità che andrebbero studiate dalla psicologia.
Il mito della «logica induttiva», in particolare, sebbene non sia stato mai accettato dagli scienziati ha esercitato una notevole influenza sul modo in cui la mentalità comune e la filosofia (compresa la filosofia della scienza) hanno concepito la scienza. Per esempio, questo mito – che a mio giudizio la migliore filosofia dovrebbe contrastare – ha influenzato Charles Stevenson, il padre dell’«emotivismo», la dottrina secondo cui i giudizi di valore sono soltanto modi della «persuasione» emotiva. Secondo Stevenson, le nostre credenze sui «fatti» sono sostanzialmente diverse rispetto ai nostri «atteggiamenti» verso i valori proprio perché i giudizi di valore non possono essere verificati per via induttiva o deduttiva, come invece accade con le credenze che riguardano i fatti. E questo esempio mostra come una questione tipicamente epistemologica, com’è la questione dell’induzione, sia rilevante per giudicare se i giudizi di valore possano essere razionali; tema, quest’ultimo, di immensa importanza per la nostra cultura.

L’idea che i fatti siano inestricabilmente connessi ai valori emerge in alcune delle più importanti posizioni filosofiche dell’ultimo secolo: l’attacco quineano contro la distinzione positivistica tra giudizi analitici e giudizi sintetici; le indagini di alcuni dei migliori continuatori di Wittgenstein (come Iris Murdoch, Phillippa Foot e John McDowell) sul modo in cui i cosiddetti concetti etici «spessi» – come per esempio «crudele» – resistono alla «fattorizzazione» in una componente puramente descrittiva e in una espressiva o emotiva. Anch’io ho offerto un contributo in questo senso, quando ho sostenuto che i valori epistemici che informano la scienza sono, in definitiva, esempi di concetti di valore. Penso infatti da molti anni che la scienza, e specialmente le scienze sociali, procedano operando con un intreccio di fatti, teorie e valori: una sorta di sgabello a tre gambe, in cui tutte e tre le gambe sono indispensabili per evitare che lo sgabello crolli. Insomma, l’idea che i «giudizi di valore» siano interamente soggettivi, più che vacillare, è completamente franata. E questo è un punto essenziale se si vuole tornare a comprendere la possibilità e l’importanza di una discussione razionale sui valori.
Tra le più importanti aspirazioni della filosofia sin dai suoi inizi c’è stata l’idea di «salvare i fenomeni»: ovvero rendere giustizia, quando teorizziamo sul mondo, all’immagine che di esso ci viene dal senso comune. L’insistenza di Aristotele su questa idea può, per esempio, essere considerata una forma di rispetto per il linguaggio ordinario (di contro a quanto era accaduto con la speculazione platonica). Allo stesso modo le descrizioni della vita umana che possiamo ritrovare nei romanzi di Tolstoj o di George Eliot non ci offrono soltanto svago intellettuale, ma ci insegnano a comprendere meglio il senso della nostra vita sociale e individuale. E tali descrizioni si basano sulle sottili distinzioni concettuali che il linguaggio ordinario ci mette a disposizione. Da una parte, dunque, la questione della rilevanza o dell’irrilevanza del linguaggio ordinario è un problema filosofico, perché chi si rifiuta di tenerne conto produce teorie filosofiche completamente sganciate dal modo in cui noi parliamo e viviamo. Dall’altra, però, è un problema più generale, perché in definitiva il disprezzo per il linguaggio ordinario dà voce al dispregio di tutte le indagini umanistiche.
Io non penso che la filosofia possa trasformarsi in scienza: vi sono infatti aree della filosofia che sono essenzialmente umanistiche e tentare di trasformarle in scienza sarebbe sbagliato e pericoloso (anche se è altrettanto vero che ci sono aree della filosofia che si sovrappongono alla scienza, come accadde con le discussioni tra Clarke e Leibniz sulla realtà dell’azione a distanza e sullo spazio assoluto oppure in quelle settecentesche sullo statuto ontologico degli inosservabili in fisica o ancora come accade oggi con le interpretazioni della meccanica quantistica). Il progresso in filosofia non consiste nel “risolvere” le questioni una volta per tutte (cosa che peraltro non accade in nessun serio ambito di ricerca). E ciò implica che l’idea di una grave crisi della filosofia, o addirittura della sua morte, è del tutto infondata. Non dovremmo lamentarci del fatto che le domande della filosofia non trovino risposte definitive, e che forse non le troveranno mai, perché questa è una cosa bellissima.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Tra i libri di Hilary Putnam (nato nel 1926, filosofo di Harvard) che hanno animato per mezzo secolo il dibattito filosofico ricordiamo: Verità ed etica (Il Saggiatore, 1982); Ragione, verità e storia, (Il Saggiatore, 1985); La sfida del realismo (Garzanti, 1991); Il pragmatismo: una questione aperta, (Laterza, Roma-Bari, 1992); Rinnovare la filosofia (Garzanti, Milano, 1998); Fatto/valore: fine
di una dicotomia
(Fazi, 2004).
Un suo saggio
sul naturalismo liberalizzato è presente in La mente e la natura (Fazi, 2005).

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