Il futuro europeo della Serbia

Un report della Commissione europea analizza la situazione del paese, a un passo dall’ingresso nell’Unione. Discriminazioni delle minoranze, traffici illegali e violazioni dei diritti umani. Riuscirà Belgrado ad adeguarsi agli standard di Bruxelles?

Eleonora Ambrosi per “Limes

Redatto il 9 novembre 2010 dalla Commissione europea, il “Serbia 2010 Progress Report” analizza l’attuale situazione del paese alla luce dei criteri economici, sociali e politici da soddisfare al fine di poter diventare un membro dell’Ue.

Un’attenta lettura del report si rivela di fondamentale importanza per capire le dinamiche che potrebbero influire sull’adesione della Serbia, che potrebbe avvenire a partire da questa primavera. 

I punti critici della relazione sono quelli che fanno riferimento alla situazione delle minoranze, al livello di discriminazione e ai traffici illegali. 

«Ad ogni modo, la minoranza rom continua a essere vittima di discriminazioni. La maggior parte di queste persone vive in condizioni di estrema povertà e risiede in abitazioni illegali» (pag.17).

«Ad ogni modo, le donne, in particolare quelle disabili, le madri single e le donne anziane che vivono in aree rurali continuano a essere discriminate nel mercato del lavoro» (pag.37).

«Pochi progressi sono stati fatti in tema di asilo. È ancora assente un istituto che coordini questo tipo di problematiche» (pag. 51) e, «ad ogni modo, la Serbia rimane una delle maggiori vie del traffico di droga che procede dai Balcani verso l’Ue. Il traffico riguarda in particolare droghe sintetiche, eroina e cannabis» (pag. 53).

«Ad ogni modo, una revisione del Codice penale non è ancora stata effettuata» (pag. 54). «Pochi sono stati i progressi riguardo alla lotta contro l’uso della tortura e dei maltrattamenti che continuano a essere forme punitive largamente utilizzate» (pag.13). 

Non si può non notare
la grande quantità di «ad ogni modo» (however, nel testo originale) all’inizio di ogni paragrafo, soprattutto con riferimento a questioni di primaria importanza quali i diritti umani, le migrazioni illegali e lo sfruttamento a vari livelli.

Si propone
pertanto una lettura del progress report che includa tutti quei dati mancanti della storia recente che insieme vanno a formare il quasi fastidioso «ad ogni modo» – ossia quelle situazioni di forte degrado che un paese che aspiri a entrare nell’Ue, soprattutto in fase di prossima adesione, non può permettersi di lasciare irrisolte.

Nel maggio 2009,
in seguito a un episodio di discriminazione contro un cittadino di origine rom, il Committee against torture dichiarava la Serbia irrispettosa della Convenzione contro le punizioni che prevedono l’uso della tortura e atti di crudeltà.

Nel 2009 anche
lo
Human rights committee esprimeva la propria preoccupazione per l’aumento degli episodi di violenza fra i gruppi rom e non, lamentando soprattutto la mancanza di una risposta efficace da parte della polizia. 

Alcuni esempi di questi episodi di discriminazione: nel giugno 2010 per cinque giorni consecutivi nella municipalità di Pančevo si susseguivano proteste contro la comunità rom, le cui proprietà venivano, nel frattempo, distrutte. 

Nella notte del 6 aprile 2009 un gruppo di neonazisti attaccava un villaggio di nomadi alle porte di Belgrado; sempre nell’aprile del 2009 alcuni serbi bruciavano i circa 70 appartamenti costruiti appositamente per i rom e nel settembre del 2009 un violento scontro a Kijevo minacciava nomadi appartati nell’insediamento di Gazela. 

Secondo le stime, i rom residenti in Serbia sono circa 400 mila, molti dei quali (circa il 70%) vivono in condizioni di estrema povertà e non hanno accesso nemmeno all’istruzione primaria. 

Si stima che
i rifugiati e
gli sfollati provenienti dal Kosovo siano 200 mila, mentre i rifugiati della Bosnia Herzegovina siano circa 140 mila. Inoltre, è necessario tenere presente che la Serbia è un paese di “sbocco” sull’Unione Europea e che quindi ci sono molti rifugiati che chiedono asilo in Serbia nel proprio percorso verso l’Ovest.

Secondo i dati
del
Poverty reduction strategy negli ultimi anni il livello di povertà si è alzato notevolmente: circa il 20% della popolazione dichiara di potersi permettere mensilmente spese per un massimo di 5.507 dinari (la soglia di povertà è stata fissata intorno ai 4.489 dinari). 

Con un’età media di 41 anni, i serbi rappresentano una delle popolazioni più vecchie in Europa: le persone anziane e disabili condividono gli stessi problemi di accesso all’aiuto delle istituzioni e molto spesso si trovano in condizioni tali da non poter esercitare i propri diritti.

La costituzione della Repubblica di Serbia del 2006 è la base per poter sviluppare alcuni ragionamenti in merito alla questione sulla protezione delle minoranze: molti dei suoi articoli regolano l’uguaglianza fra i cittadini, la libertà di espressione e identitaria e proibiscono la discriminazione.

Sempre secondo la
Carta, tutti i cittadini sono uguali di fronte alle legge, a prescindere dalla propria razza, genere, lingua o religione e si afferma che tutte le azioni irrispettose di questi diritti verranno severamente punite. 

Se si compara
la c
ostituzione del 1990 con quella del 2006, si nota però subito una lieve modifica: nella prima era scritto che la Serbia era «lo Stato democratico di tutti i suoi cittadini». In quella attuale è invece definita (peraltro in cirillico): «Lo Stato dei Serbi e di tutti i suoi cittadini».

I diritti delle
minoranze vengono regolati secondo leggi secondarie, che fanno riferimento alla Legge sulla protezione dei diritti e libertà delle minoranze del 2002, in vigore dall’esistenza della Repubblica di Yugoslavia e di fatto ancora vigente in Serbia dopo la separazione dal Montenegro.

Sebbene l’attuale costituzione regoli i diritti delle minoranze e utilizzi un approccio esaustivo al riguardo, possiede ancora le linee tipiche di quelle dei paesi del sudest Europa formatisi in seguito al crollo dell’Unione Sovietica, per i quali lo Stato viene definito non in senso civico ma in senso etnico. Le minoranze vengono considerate quindi come gruppi di cittadini aventi origini etniche diverse rispetto alla maggioranza. 

Secondo gli ultimi censimenti in Serbia ci sarebbero più di un milione di persone dalle disparate origini: ungheresi, per lo più nell’area del territorio della Vojvodina; albanesi, presenti soprattutto nella zona meridionale del paese e una concentrazione di bulgari e bosniaci nell’area di Sandzak. 

Secondo i dati del 2010 forniti da Freedom house la Serbia si aggira sul 3,71% in quanto a livello di “democraticità” ed è quindi definita come una «democrazia di transizione»: in altre parole, una democrazia semi-consolidata. 

Nel report si aggiunge inoltre che Kosovo, Macedonia e Serbia sono i paesi che peggio si sono adattati allo sviluppo democratico concludendo che «se l’Ue rimane senza una chiara strategia nei confronti della Serbia non è da escludere un suo lento isolamento e dissoluzione con un notevole aumento del livello di corruzione e violenza».

Alla luce dei dati raccolti si forniscono alcuni possibili strumenti per la creazione di un database fondamentale per poter analizzare i fenomeni fino a qui descritti.

È necessario raccogliere regolarmente dati, pubblicare report e produrre analisi sulla base delle caratteristiche etniche, di genere, età e altri fattori rilevanti nell’educazione, sanità, occupazione. Bisogna adottare tutte le misure necessarie per garantire la protezione delle minoranze favorendo dialoghi e scambi culturali fra le diverse etnie.

Informare
sull’
andamento delle investigazioni e dei processi contro episodi di violenza e discriminazione, possibilmente non solo in lingua serba – poiché purtroppo molti documenti non vengono tradotti. Combattere lo sfruttamento e l’isolamento investendo nella costruzione di edifici sicuri e garantire alternative accessibili.

Assicurare senza ritardi acqua potabile, elettricità, trasporti pubblici anche in quelle zone dove vivono solo le comunità nomadi. Garantire l’istruzione scolastica a tutte le minoranze. Per quanto riguarda quest’ultima osservazione, è necessario sviluppare meccanismi e risorse all’interno del sistema scolastico che prevedano un monitoraggio continuo da parte degli istituti sull’andamento di progetti a lungo termine, riportando i risultati ottenuti e organizzando attività extra-curricolari ad hoc per favorire l’integrazione. 

A causa dell’inadeguata o comunque ancora inefficace politica di sviluppo dell’area, la Serbia e il suo vicino Kosovo sono un vero e proprio hub di traffici: droga, organi, esseri umani. Statistiche di Ilo, Unicri e Unodc confermano che il traffico dei Balcani sia il più profittevole e quello che coinvolge il più alto numero di vittime (circa 200 mila donne sarebbero coinvolte in traffici legati alla prostituzione ogni due anni).

D’altronde, se
si guardano le statistiche di Freedom house ci si accorge che sotto la voce corruzione ben pochi progressi sono stati fatti: si è passati da un indice del 5% nel 2005 al 4,50 % nel 2010.

Nello stesso report della Commissione si legge che: «Ad ogni modo, si deve garantire con più decisione la difesa delle donne e dei bambini contro ogni forma di violenza. Ulteriori misure preventive contro ogni tipo di discriminazione devono essere introdotte» (pag.17). 

«La mancanza di un controllo adeguato dei confini con il Kosovo continua a essere un problema, data l’esposizione della regione al crimine organizzato» (pag.53). Ma soprattutto: «Un completo database sul crimine organizzato è ancora assente» (pag.53).

Ad alimentare la
confusione sulla questione è senza dubbio l’incerta legislazione che regola i crimini e le sanzioni a essi connessi. 

In un report del 2010 redatto da Greco (Group of states against corruption), infatti, vengono sottoposti ad attenta analisi gli articoli 1a, 1b, 2-12, 15-17 e 19 del primo paragrafo del codice penale in materia di corruzione, così come gli articoli 8, 11,12,13b,14 e 16 riguardanti le leggi contro la corruzione politica. 

La modifica del codice penale serbo al fine di adattarlo ai regolamenti internazionali è stata sollecitata per ben due volte nel 2009, fra settembre e dicembre. Il nuovo Codice prescrive numerose forme di crimine in relazione al traffico di esseri umani, descrivendone la realtà internazionale e globalizzata, ma manca di una vera e propria regolamentazione per le richieste di asilo.

La domanda che
sorge spontanea è infatti quella che riguarda il destino delle persone che vengono trovate nel paese di destinazione senza documenti. Il mero rientro in patria non farebbe altro che sottoporle nuovamente a futuri traffici. Mentre invece è molto importante stabilire un contatto con le vittime, soprattutto con quelle coinvolte in prima persona nei contatti con i trafficanti.

Le linee guida vengono
fornite dal ministero degli Interni nel luglio 2004 insieme a quelle successive del settembre dello stesso anno che si preoccupano si descrivere la procedura da seguire per garantire una residenza temporanea alle vittime. 

Delle circa 120 mila donne che vengono trafficate all’interno dell’Unione Europea ogni anno, circa il 75% ha meno di 25 anni. La necessità di stabilire le rotte dei commerci illegali è di fondamentale importanza per poter combattere le tattiche dei trafficanti. 

Le attuali vie del traffico includono: l’Albania e i Balcani; la rotta “dell’Est Europa” con transito attraverso Mosca, la Bielorussia e la Polonia; la rotta “sud” usata soprattutto dai residenti nei Balcani e dai rumeni. 

I migranti provenienti dall’Est Europa ed ex Urss passano attraverso la Croazia, la Slovenia e, in particolare, per l’Ungheria. Oppure utilizzano la via che attraversa i Balcani, che sfrutta il transito da Mosca per poi passare dalle repubbliche baltiche e Scandinavia.

I Balcani si posizionano
al secondo posto nella classifica dei traffici in esseri umani, secondi solo al commercio illegale proveniente dal sudest asiatico: l’assenza di dati e numeri ufficiali non deve far tardare i governi nel prendere decisioni per combattere questi crimini. 

Ora, se è vero che per l’inclusione nell’Unione Europea la libertà di religione (altro grande motivo di discriminazione all’interno del paese) non viene considerata come uno dei criteri principali, sicuramente lo è l’adeguamento agli standard in materia di diritti umani.

Nel Trattato sull’Unione Europea
(Tue) si scrive esplicitamente che il paese candidato deve rispettare i “diritti fondamentali” garantiti dalla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà. 

Attraverso il confronto fra più documenti, report, statistiche e sondaggi si sono individuati quattro possibili motivazioni che influirebbero sulla momentanea situazione di stallo in Serbia: l’attuale politica del governo sulla migrazione di ritorno, la transizione democratica imperfetta (a partire dagli anni Novanta), la mancanza di una raccolta organica e centralizzata di documenti e lo status delle Idp.

Il governo dovrebbe
urgentemente porre l’istruzione e la promozione della persona umana al primo posto nella lista delle priorità; promuovere la mobilità nella regione adottando una legislazione in linea con la Convenzione di Lisbona, ratificata dalla Serbia. 

Intensificare la cooperazione fra le istituzioni governative e non profit sia a livello regionale sia a livello europeo; migliorare il sistema sanitario monitorando in modo più dettagliato la diffusione di malattie contagiose fornendo assistenza gratuita.

Implementare alcuni aspetti
che finora sono stati posti in secondo piano come, ad esempio, le opportunità lavorative per le donne nei settori della scienza e tecnologia.

Utilizzare alcune politiche di integrazione per la comunità rom, permettendo ad esempio la doppia cittadinanza; accelerare gli sforzi per risolvere il problema delle Idp dal Kosovo, e allineare al più presto le leggi serbe alle direttive europee. 

Nelle conclusioni
del
Serbia 2010 Progress Report si legge: «Per quanto riguarda i diritti umani e la protezione delle minoranze l’attuale legislazione è in linea con le principali direttive. La Costituzione garantisce i diritti civili e politici, generalmente rispettati, anche se la loro applicazione non è sempre garantita. La normativa è tuttavia incompleta e necessita di essere ulteriormente portata in linea con gli standard europei».

Si ritiene pertanto
che, prima di tutte le considerazioni economiche e di mercato, per quanto riguarda l’adattamento agli standard europei, la priorità per la Serbia sia risolvere le problematiche difficilmente tollerabili, non solo per un’eventuale adesione all’Unione Europea, ma per qualsiasi paese che voglia definirsi democratico e garante dei diritti umani.

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