Kara Walker, le mie silhouette contro il vostro razzismo

L’artista nera inserita da Time Magazine fra i 100 big della cultura internazionale: «In Italia sul tema dei diritti civili siete indietro di 40 anni rispetto agli Stati Uniti»

Francesco Bonami per “La Stampa

TORINO
Il progetto A negress of noteworthy talent, dedicato dalla Fondazione Merz di Torino a Kara Walker e curato da Olga Gambari, prevede quattro momenti. Oggi un workshop con la partecipazione di studenti dell’Accademia Albertina e della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Torino. Giovedì sera si inaugura una mostra (aperta fino al 3 luglio) con lavori recenti, alcuni site specific, dell’artista americana. Venerdì e sabato si svolgerà un convegno internazionale sulla dimensione politica e psicologica degli stereotipi razziali. Al Museo Nazionale del cinema di Torino domenica 27 marzo una rassegna di film legati al lavoro di Kara Walker.Volendo rischiare il colmo della banalità potremmo chiamarla «l’Obama dell’arte contemporanea». Un rischio che mi sento di prendere, perché Kara Walker, artista afro-americana di quarantadue anni, ha avuto sul mondo dell’arte un po’ lo stesso impatto del suo presidente Barack sulla politica americana. Nel 1997, a soli 28 anni, diventava una delle persone più giovani ad aver ricevuto la «MacArthur fellowship», la prestigiosissima borsa di studio (mezzo milione di dollari) destinata ai «geni» nel campo delle arti. Dieci anni dopo Time Magazine la inseriva fra le 100 persone al mondo più influenti nel campo della cultura.

L’abbiamo intervistata alla vigilia della rassegna che gli dedica la Fondazione Merz di Torino. Chi abbia vissuto e lavorato negli Stati Uniti sa bene che il discorso sulla razza è ancora un argomento molto delicato, una ferita aperta nella storia di questa nazione che l’arrivo di Obama e signora alla Casa Bianca ha solo in parte mitigato. Kara Walker è in prima linea nello sbattere in faccia (anche se in modo molto classico ed elegante, con le sue silhouettes nere che danzano sulle pareti di musei, gallerie e collezioni private) le ingiustizie, le atrocità e la segregazione che il popolo nero ha dovuto subire non solo ai tempi della schiavitù e del segregazionismo, ma in qualche modo ancor oggi in molte parti degli Stati Uniti. Il pregiudizio bianco e la sfiducia nera nei confronti dei bianchi sono ancora presenti nella dinamica culturale dei nostri giorni in America, ma non solo. L’affirmative action, la norma per cui una certa percentuale di posti di lavoro nelle aziende deve andare a minoranze etniche, in primis la minoranza afro-americana, è un tasto molto delicato che toccandolo, vedrete, susciterà in Kara Walker una reazione molto decisa.

Pensi che il tuo lavoro sia facilmente accessibile anche se è così legato allo specifico culturale americano?
«Nel mio lavoro faccio deliberatamente uso di stereotipi e archetipi del “negro” come è stato definito nella cultura e nell’arte europee. Non c’è molto in questa invenzione che possa essere poco familiare per un vasto pubblico».

Il razzismo ha connotazioni completamente diverse in Italia rispetto agli Stati Uniti.
«Come è possibile? Ci sono africani che vengono sbattuti sulle coste italiane ogni giorno. Le sommosse degli immigrati neri nel Sud d’Italia sono stati sulle prime pagine di tutti i quotidiani internazionali. È evidente che l’Italia in termini di diritti civili è 40 anni in ritardo rispetto agli Stati Uniti».

Come donna nera senti la forte responsabilità di dover rappresentare le donne nere?
«No».

Il tuo lavoro è stato condizionato dall’«effetto Obama», che tu hai definito come una catarsi?
«Certo l’elezione del primo presidente di origini africane in America è stata catartica per gli Stati Uniti in molti modi. Buoni e cattivi. La sua presenza come leader sul palcoscenico mondiale ha rinfocolato alcuni dei pregiudizi che da cui qualche persona era appena guarita».

Il tuo uso di silhouettes è un modo per mostrare come la violenza può essere camuffata sotto le false spoglie della bellezza e dell’eleganza?
«Non esattamente. Ho iniziato a tagliare queste silhouettes nel tentativo di esaminare e sottolineare il mio disprezzo verso la pittura, che consideravo come una forma d’arte del “primo” mondo, patriarcale e bianco. La sagoma tagliata era un riferimento letterale e figurativo all’arte di serie B, al lavoro fatto dalle donne o da persone insignificanti. Come d’altronde una donna nera è spesso vista dagli europei».

Hai paura che la gente in Italia, un luogo non molto informato sui problemi razziali che esistono o sono esistiti negli Stati Uniti, possa uscire dalla mostra semplicemente gratificata dalle bellezza del lavoro, senza confrontarsi con il suo contenuto?
«Credo il pubblico debba guardare prima il lavoro e prendere quello che riesce ad afferrare. Dopo di che possono partire nelle riflessioni. A proposito di problemi di razza, per me è più importante che il pubblico non dia per scontato che nella stanza non ci siano neri mentre sta guardando il lavoro. Quando ho portato altre volte i miei lavori in Europa, mi ha sempre meravigliato il numero di residenti neri che veniva a vederli. Il che dimostra che è una balla il fatto che non ci sia razzismo da queste parti».

In una delle tue interviste hai affermato che «Via col vento» era un romanzo verso il quale eri sempre stata prevenuta. In Italia è soprattutto un famoso film. Che cosa ha significato per te, donna nera negli Stati Uniti?
«All’inizio, quando ero più giovane, ho opposto una certa resistenza sia al film che al romanzo, perché vivevo ad Atlanta dove si facevano molte celebrazioni del film e dell’autrice del libro, Margaret Mitchell. Ma alla fine cosa mi piace di Via col vento è la grandiosa arroganza e la sincera follia nel celebrare un’idea cosi cattiva come la schiavitù. Nel libro come nel film ci sono personaggi neri che però sono al servizio della psicologia e della fantasia delle eroine. Sono finzioni dentro un’altra finzione. Se uno vuole approfondire questo tema dovrebbe leggere Ralph Ellison (autore di L’uomo invisibile, uno dei più bei romanzi della letteratura americana, nda).

Descriveresti il tuo lavoro come «arrabbiato»?
«No, penso che sia molto buffo. Eccetto per alcuni pezzi, che sono molto tristi».

«Pensi che parte del tuo grande successo sia dovuto a quella che potremmo chiamare «La cultura ipocrita dell’Affirmative Action»?
«Chi è l’ipocrita? La tua domanda dà per scontato che solo dei “liberali bianchi” o europei reagiscono al mio lavoro e lo comprano non perché lo vogliono, ma perché devono. Se fosse così, nessuno sarebbe interessato ai punti di vista dei neri se non loro stessi. Questo è un atteggiamento paternalista e limita il mio progetto a essere esattamente quello che invece metto in discussione: l’Arte Razziale. Fortunatamente, o magari no, il mio progetto ha avuto aspetti molto diversi, compreso quello di mettere in discussione le prese di posizione degli artisti politici neri degli Anni 60. Ho ricevuto una grande attenzione, anche in parte negativa, dall’interno della comunità di artisti neri. Quello che m’interessa di più è il potere, la mitologia, la commedia, il racconto e la violenza della formazione e ri-formazione dell’identità. Per capire questo processo uso molti metodi diversi, Sono convinta che questi temi sono sempre attuali e validi».

Come è cambiata negli anni la tua ricerca?
Il lavoro che realizzavo negli Anni 90 aveva a che fare spesso letteralmente con la mitologia americana. I miei riferimenti erano legati alla storia dello schiavo, a romanzi storici sulla schiavitù o ambientati negli Stati del Sud o basati sulle mie esperienze anacronistiche in quello che è oggi il moderno Sud. Molta di quella mitologia è stata ora esportata e levata dal suo contesto. Spero che le immagini stesse, i video, e forse anche i lavori con il testo (che sono in inglese), possano far capire chiaramente cosa c’è d’internazionale nel mio lavoro».

Vorrei concludere chiedendo a Kara Walker cosa pensa di Michelle Obama, ma la mia richiesta viene ignorata. Anche se in una intervista del 2009 condotta da Nick Haramis per la rivista Blackbook, a una domanda simile Kara Walker aveva dato una risposta di questo tipo: «In modo personale e profondamente psicologico, sono innamorata di Michelle Obama. La sua sola presenza nella sfera del potere mi dà un grande conforto. Continuo ad avere sogni in cui Michelle Obama è mia madre, una cosa di cui potremmo parlare. O magari no».

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