Scrittori sotto scorta

Pubblichiamo la prima parte del terzo capitolo di “Chi ha perso la Turchia” (Einaudi). E’ incentrato sulle minacce dei Lupi grigi e degli ultranazionalisti al premio Nobel Orhan Pamuk.

Marco Ansaldo da “la Repubblica

Milano è calda in un pomeriggio di giugno, e Orhan Pamuk, scrittore appartato benché costretto a girare in patria con i poliziotti intorno, è finalmente solo. Seduto nel retro di un teatro, il premio Nobel per la letteratura ha appena terminato le lunghe prove in sala  –  testo, leggìo, luci, voce  –  in attesa di partecipare a una serata a lui dedicata in un grande festival di scrittura. E’ felice di trovarsi in Italia, progetta di ritagliarsi all’indomani un pomeriggio per andare a visitare un paio di musei, ma ora è stanco di stare al chiuso e vuole uscire. “Abbiamo due ore di tempo  –  propone all’improvviso  –  perché non andiamo a fare una passeggiata in centro, ci fermiamo a bere qualcosa e poi torniamo indietro?”.

   La sensazione di libertà sembra avere il potere di sciogliere la sua naturale riservatezza, trasformatasi a un certo punto in cauta diffidenza da quando deve guardarsi intorno con sospetto persino nell’adorata Istanbul, portandolo di tanto in tanto ad aprirsi solo con chi si fida. Su un marciapiede stretto di corso Magenta, quasi uno dietro all’altro per proteggerci dalle auto strombazzanti che passano rasente gli edifici, finiamo inevitabilmente per parlare di Turchia. Sono i giorni del grande gelo calato tra Ankara e Parigi dopo l’ascesa di Nicolas Sarkozy, da sempre molto critico su un eventuale “via libera” a un Paese adesso ufficialmente candidato all’ingresso. Le reazioni delle autorità turche ai ripetuti veti dell’Eliseo sono particolarmente aspre. Basta un accenno alla questione e Pamuk, con in mano un quaderno pieno di appunti, e in bilico sul marciapiede, quasi si altera. Ma la sua critica va in una direzione inaspettata.

   Le parole che esprime sono dure e condivisibili. Parla liberamente di curdi e di armeni, della Turchia di oggi e di quella del passato, di estremisti e fanatici, di scrittori ed Europa. Una circoscritta serie di osservazioni precise e acute. Una critica che sottintende un forte atto d’amore per il proprio Paese. Non chiede di non riferire il suo pensiero ma, va da sé, non c’è nemmeno bisogno di dirlo. È sufficiente ricordare quel che ripete spesso: “Ho avuto più problemi per gli articoli scritti su di me, che sui libri che ho scritto io”.
  
Pamuk ormai fa molta attenzione a parlare con i giornalisti, limitando le sue osservazioni politiche per privilegiare invece quelle prettamente letterarie. Più di una volta è rimasto scottato a causa di dichiarazioni fatte alla stampa. E anche se negli ultimi tempi, dopo un lungo periodo di silenzio, è tornato a rilasciare interviste, lo fa sempre con una certa accortezza. Esigenza diventata una costante non solo per lui, ma per diversi intellettuali turchi, attenti a pensare per lo meno due volte prima di esprimere quel che davvero hanno in mente.

Un puro sfogo, comunque, quello di Milano, in un normale colloquio fra due persone, anche se avvenuto fra uno scrittore e un giornalista. Eppure, per una semplice frase, pronunciata al settimanale di un giornale svizzero (“in questo Paese sono stati uccisi 30 mila curdi e un milione di armeni, e quasi nessuno osa ricordarlo: allora lo faccio io”) , il più famoso autore della Turchia fu denunciato da un gruppo di avvocati estremisti per “insulto all’identità nazionale” e chiamato a processo. In una grigia mattina di dicembre, mentre decine di esaltati tentavano di assaltare il blindato della polizia a bordo del quale Pamuk era condotto alla sbarra, il romanziere veniva alla fine prosciolto dalle accuse. Più tardi, minacciato di morte – anche platealmente, quando il giovane “lupo grigio” Yasin Hayal, considerato uno degli istigatori dell’uccisione del giornalista di origine armena Hrant Dink, gridò davanti alle telecamere uscendo da un  interrogatorio “Pamuk, attento, fatti furbo!”  – al premio Nobel sarà anche assegnata una scorta. Due agenti, di solito. Ma in seguito, all’Università del Bosforo, la sua alma mater che aveva organizzato un simposio  sull’opera dello scrittore, ho contato nel giardino dell’accademia fino a dieci guardie del corpo, più o meno discretamente sparse tra i bellissimi viali alberati che guardando lo Stretto scendono fino alle ampie vetrate del refettorio. Alla cerimonia ufficiale di conferimento del dottorato, dei 22 rettori di Istanbul invitati solo uno era presente.

   Pamuk non ha mai ritrattato le frasi finite sotto la lente della censura penale, difendendosi però dalle accuse di insulto all’identità nazionale. “Non ho mai detto “noi turchi abbiamo ucciso gli armeni, né ho usato la parola “genocidio”” , ha spiegato. E nonostante l’ondata di accuse (il quotidiano turco Hürriyet, il più venduto nel Paese, lo definì in un articolo “una creatura abbietta”), e persino la richiesta di risarcimento da parte delle madri dei soldati turchi uccisi dai curdi del Pkk , lo scrittore ha sempre sostenuto con coraggio i suoi argomenti. “Non c’è bisogno che dica  –  ha confidato alla sua traduttrice inglese Maureen Freely  –  che confermo pienamente le mie parole, e anche di più: confermo il mio diritto a pronunciarle. Sono pure molto felice che all’Università di Bilgi a Istanbul si sia svolta una conferenza sulla questione armena. E sono molto grato a studiosi coraggiosi come Halil Berktay, Murat Belge e Taner Akçam, di aver fatto ricerche su questo argomento, in profondità e onestamente per così tanti anni, pronunciando verità non dette. Soprattutto, sono contento che questo tabù  –  quel che accadde sotto l’Impero ottomano  –  stia iniziando a cadere “.
  
Parole piene di forza. Provenienti da un autore tutt’altro che politico, eppure da una personalità fermamente indipendente che  –  nessuno mai lo ricorda  –  nel 1999 rifiutò l’offerta fatta dalla Presidenza della Repubblica turca di riconoscerlo come “Artista di Stato”. Pamuk criticò anzi l’atteggiamento adottato dalle autorità sulla libertà di stampa e i diritti delle minoranze. “C’è una questione morale in questo Paese  –  spiegò allora  –  questo Stato non ha le mani pulite. Se uno scrittore avesse accettato un riconoscimento della Casa Bianca durante la guerra del Vietnam, ciò non avrebbe potuto non avere anche un significato di coinvolgimento politico. E questa è una situazione simile>. Un gran rifiuto pronunciato anni prima da un altro colosso della letteratura turca e curda, Yasar Kemal”.

Due giorni dopo la morte di Hrant Dink ,direttore del settimanale in lingua armena e turca Agos, il primo ministro Recep Tayyip Erdogan, a guida di un governo monocolore interamente formato da esponenti del suo partito, una formazione di centro destra e di ispirazione islamica, aveva disposto per Pamuk e per tutti gli imputati di “offesa all’identità turca” secondo il famigerato articolo 301 del nuovo codice penale una misura drastica: scorte armate. Da quel giorno, chi incorre nei commi di una legge che le stesse autorità in seguito hanno più volte dichiarato di voler almeno modificare – ma non di abrogare – è accompagnato in patria da almeno un paio di agenti e spesso da auto della polizia. Una condizione a cui capita che siano sottoposti tra i migliori intellettuali della Turchia, il cui pensiero sovente non appare in linea né con una parte dello Stato né con l’opinione pubblica media. (…)
 

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