La storia di Elsa

Livio Garzanti ricorda la Morante e i suoi ultimi giorni. Al funerale si presentarono solo venti persone. Lontana dalla maternità, creò la vita nei romanzi. Al suo addio Moravia venne con un’altra donna

Livio Garzanti, da “Il Corriere della Sera

Elsa Morante, la maggiore scrittrice del nostro Novecento, viveva nell’incanto della realtà che portava in sé, e dava una luce di magia alla sua scrittura. Creava nei personaggi la ricchezza di una profonda, dolcissima comprensione femminile.

Lei, lontana da ogni maternità, creò Useppe nella Storia, forse perché la mancanza di ciò che non si è avuto fa comprendere il vero di quanto l’esperienza non ci ha dato nell’incontro con la realtà.

Ricordo l’amore, quasi di rabbia, di mia madre per me; non riusciva a perdersi nella meraviglia dell’immaginario perché c’ero io, l’oggetto, ed ero ancora io a non lasciarle libera la visione del sogno. Elsa, con Useppe, come in una sorta di visione materna giunse alla conoscenza di quella dolce e tenera carnalità infantile che trascende i limiti dell’esperienza diretta del vivo.

Certo fu povero il matrimonio della giovane Morante con Moravia, sempre attento, con la sua mente fredda e senza trascendenze, nel guardare le cose della vita. Elsa, come Alberto, possedeva un’intelligenza con sale ebraico, ma incarnata in una donna del nostro Sud, dove i sogni portano con sé le cose. La sua presenza fisica sembrava non volersi definire nel ricordo di un corpo morbido, infantile.

In uno dei nostri primi incontri a Roma, a un tavolino di piazza del Popolo, comparve con lei in attesa, timida, piccola e magra, una donnina che Elsa mi presentò con una brevissima frase affettuosa: «È una lesbica». Più volte mi chiesi cosa vedesse nell’omosessualità, o se la sentisse con tenerezza materna. Aveva la sapienza dei «semplici» che vivono nella loro verità lontana, in quella dimensione dove anche il suicidio entra nella favola del corpo che si libera da se stesso. Lo aveva tentato, ma riuscirono a destarla quando già si credeva tra le ombre. Era il tempo felice dei barbiturici.

«Sei il solo che è venuto», mi salutò non appena il suo occhio incerto mi riconobbe in fondo alla stanza della piccola clinica romana. Era la sua voce di protesta che ben conoscevo, asprigna, un po’ gracidante: «Non viene mai nessuno». Era il lamento per il silenzio delle amicizie di un carattere solitario. Era arrabbiata e rattristata perché Moravia aveva venduto – disse – «la mia macchina». Non potevo nemmeno immaginare che Elsa guidasse. Due grandi sacche di orina giallo rossicce pendevano ai due lati del letto, per l’ultimo viaggio.

Le sue parole si fecero rade, lo sguardo si allontanava da me e la vedevo sorridere di un sorriso gentile, quasi scherzoso. Non mi fu immediato capire a chi si volgesse. Non l’avevo quasi notata all’arrivo, piccola, attaccata alla spalliera al fondo del letto. Era quell’antica donnetta di casa che aveva tratto Elsa dal sonno quando, già tra le ombre, vedeva la quiete della morte. Uno scherzo, un sortilegio. Così, in silenzio, comunicavano tra loro. Io ero in visita e presto le lasciai sole.

Tornai il giorno dopo, la trovai sulla sedia a rotelle. Scese con me nel piccolo giardino della clinica a prendere fiato, a fissare il sole giallo dell’autunno come ultima stagione di vita.

Per i funerali, alla chiesa di piazza del Popolo, c’erano meno di venti persone. Ultimo, sbarcò da un’automobile Moravia, elegante, accompagnato dalla nuova giovanissima Carmen Llera. Un tic nervoso gli scuoteva le spalle in controcampo con la sua zoppia.

 

 

 

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