Così la sua fine è un nuovo inizio

Una mostra, un film, la ripubblicazione delle opere riaccendono le luci sullo scrittore scomparso nel 2004

Fulvia Caprara per “La Stampa

La morte era l’ultima scommessa, la frontiera estrema, l’unica cosa su cui ammetteva di non sapere nulla. Nonostante il dolore fisico dovuto alle aggressioni del male, nonostante il deperimento del corpo e la rabbia impotente di certi attimi, Tiziano Terzani l’ha affrontata di petto, senza tentare di allontanarla, con un pizzico di allegria. Una sfida sfrontata, vissuta nei faccia a faccia con il figlio Folco, in una casa dove era proibito piangere, con lo sguardo sempre aperto verso l’orizzonte, come se, fino all’ultimo, ci potesse ancora essere qualcosa da scoprire: «Eravamo insieme – ricorda Folco – davanti all’ignoto, la morte rende tutti muti, mio padre continuava a dire che quando sarebbe arrivata lui ne avrebbe riso. Standogli accanto siamo tornati all’essenza delle cose, ci siamo purificati. Lo vedevo morire, ma devo dire che io mi sentivo terribilmente vivo». Una mostra, un film, l’interesse rinnovato per le ultime pubblicazioni del giornalista e scrittore scomparso nel luglio 2004, dicono che l’esempio della sua vita conserva, nel tempo, un fascino intatto e incancellabile: «Era un uomo complesso – riflette Elio Germano che recita nei panni di suo figlio – quello che mi ha impressionato più di tutto è la sua capacità di capire il mondo, non attraverso la ragione, ma piuttosto attraverso i sentimenti».

Lontano da tentazioni new-age, rinunciando a flash-back e digressioni, restituendo in pieno il tono essenziale del racconto, La fine è il mio inizio , regia di Jo Baier, (dal primo aprile nelle sale con il marchio Fandango, dopo il successo in Germania, dove è uscito nello scorso autunno) ha offerto a Bruno Ganz l’occasione di una gran prova d’attore: «Nella figura di Terzani ho letto tante cose, le origini fiorentine, la figura di Dante Alighieri, il comunismo italiano, l’apertura verso il buddismo, soprattutto la curiosità e il rispetto verso le culture degli altri. Ho sentito di condividere a fondo la sua cifra poetica, la tensione verso la spiritualità, la sintonia con la natura».

Le immagini della mostra romana ( Clic! 30 anni d’Asia , Palazzo Incontro, fino al 29 maggio) che documentano il viaggio di Terzani nella remota regione del Mustang, in Himalaya, parlano di tutto questo, dell’attitudine ad ascoltare l’anima dei paesaggi, cogliendone le suggestioni da favola: «Che sia questo il paradiso terrestre? – scrive l’autore descrivendo la spedizione – Da che mondo è mondo gli uomini sono andati in cerca di un simile luogo mitico che, come una fata morgana, si dileguava non appena credevano d’averlo trovato». Su quei monti, in mezzo a quelle distese battute da un silenzio imponente, Terzani, incontrava antichi templi e maghi indiani, monasteri abbandonati e turisti invadenti. Guardava, ascoltava, parlava con gli uccelli che chiamava imitando il loro verso. In Toscana, nel cuore dell’Orsigna, lì dove aveva deciso di trascorrere l’ultimo lembo di esistenza, lo scrittore ricercava quei contatti semplici, ma l’Italia non è lo «Shangri-la»: «Nel film abbiamo voluto mettere tutta la verità della sua vita – spiega Folco con passione -, siamo stati integralisti, ogni cosa è stata ricostruita con esattezza. Solo la scena con i corvi non fa parte di quei giorni, sull’Himalaya mio padre chiamava gli uccelli e quelli arrivavano tranquilli, da noi all’Orsigna non è così, hanno imparato a temere i cacciatori, e non vengono, mica son grulli». Il ciclo della vita cambia toni e colori, senza elegia, con sana concretezza: «Durante le riprese raccoglievo castagne – racconta Germano -, dentro ci trovavo dei piccoli bachi che salvavo dalla morte ributtandoli dalla finestra. La mattina sentivo gli uccellini cantare, mi sentivo San Francesco, poi ho capito che venivano a mangiare i vermetti che avevo liberato…».

Padre scomodo e marito esigente, Terzani non era certo uomo semplice da sopportare. A tutti quelli che gli volevano bene chiedeva tanto, molto di più di quello che si è abituati a dare: «Le cose difficili – spiega Folco – insegnano più di quelle facili. Con lui si discuteva sempre, certo, per me, soprattutto da ragazzo, è stato una presenza ingombrante, però era anche la persona più interessante che conoscevo. Sono cresciuto in mezzo a questi paradossi, lui la sapeva sempre più lunga di me. L’unica volta che sono riuscito a batterlo è stato quando stava morendo, e la cosa stupenda è stata che lui ne era contento». Vicino alla fine, vestito sempre di bianco, con la barba che gli invade la faccia, e il corpo che sembra spezzarsi, Tiziano chiama spesso la moglie Angela: «Con lui la sfida era nel non soccombere, nel non diventare vittime. Senza mai gareggiare, abbiamo condiviso tante scelte, lui stabiliva la sostanza, io il come. La scena, in pubblico, era tutta sua, ma io ho avuto la mia grande chance». La figlia Saskia (sullo schermo Andrea Osvart) confessa che solo adesso, con il passare del tempo e anche grazie alla maternità, ha fatto i conti con quel padre immenso: «Per una figlia – dice Osvart – perdere il padre è come perdere un amore». Per tutti Tiziano Terzani è stato come una lunga scossa, un fulmine che attraversa il corpo, e lascia tracce indelebili: «Sull’Himalaya, a seimila metri – rievoca Ganz-, un giorno, vedendo una coccinella che volava al di sopra di un profondo precipizio, immagina di essere così, una coccinella. Questo ritrovamento dell’unità, questo senso cosmico, questo sapere che si è soltanto una parte del tutto, in attesa della morte, rimarrà per sempre nei miei ricordi».

 

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