Atei di statura, televisivi e liquidi

Gianfranco Ravasi per “Il Sole 24 Ore

In viaggio nell’Irlanda del Nord, Giulio Giorello, giunto a sera in una cittadina di campagna, chiese ospitalità per la notte a una famiglia. Subito scattò la domanda: «Cattolico o protestante?». «Per trarmi d’impiccio, risposi: Ateo!». Un attimo di silenzio perplesso, poi, un’altra domanda: «Sì, ma ateo cattolico o ateo protestante?». Questo divertente ma significativo apologo che il filosofo milanese racconta in apertura al suo Senza Dio, pubblicato qualche mese fa da Longanesi e già recensito su queste pagine da Remo Bodei, mi fa venire in mente una coppia di dichiarazioni di due filosofi dai percorsi differenti.

Da un lato, il nostro Pantaleo Carabellese, l’alfiere dell’«ontologismo critico», morto nel 1948, che affermava: «L’esistenza di Dio è un problema che da una parte non si dimostra, ma dall’altra non si sopprime». D’altro canto, invece, il filosofo francese contemporaneo Jean-Luc Marion, col quale ho spesso parlato di simili questioni, che confessava: «Ciò che stupisce non è la nostra difficoltà a parlare di Dio, ma la nostra difficoltà a tacere di lui».

Lungi dal voler affrontare un tema così tormentato che vede da sempre l’umanità schierata su due fronti, mi pare suggestivo gettare ora uno sguardo sull’«armata» che inalbera il vessillo opposto al mio, proprio per confermare le asserzioni appena citate. Infatti, ciò che spesso risulta chiaro è la passione o il trasporto con cui molti atei si battono per la loro tesi negazionista. Aveva ragione Pierre Reverdy quando, nel suo En vrac (1956), osservava che «ci sono atei di un’asprezza feroce che si interessano di Dio molto più di certi credenti frivoli e leggeri». Già l’assegnare loro l’etichetta nuda e pura di “atei” li mette quasi in imbarazzo, per non parlare poi dell’ormai obsoleto e fin detestato “miscredente” che è considerato quasi un insulto, forse a causa della sua eccepibilità semantica. Essi caso mai ricorrono a termini come “agnostico” o “razionalista”, anch’essi eccepibili, ma lo fanno spesso con esitazione.

Con molta semplificazione distinguerei due tipologie di non credenti. La prima è quella alta e sofisticata, alla maniera di un Marx o di un Nietzsche per intenderci. «Non sentite la campanella? In ginocchio si portano i sacramenti a un Dio che muore», proclamava Heine nell’Ottocento. Era, questo, un ateismo sistematico, capace di elaborare un vero e proprio sistema di interpretazione dell’essere e dell’esistere alternativo rispetto a quello edificato per secoli dalle religioni, soprattutto dall’immenso fiume teologico-filosofico del cristianesimo. Poteva essere un ateismo “prometeico” di sfida, oppure una più orizzontale proposta di etica senza Dio. Per venire più vicino ai nostri giorni evocherei un’altra modalità di questo atteggiamento, quella che è ricorsa a un altro vocabolo – altrettanto eccepibile – per autodefinirsi, “scetticismo”. Penso a quelle curiose poche pagine che Adelphi ha da poco tradotto (con una veemente e un po’ enfatica premessa di un altro ateo sui generis come Henry Miller) di John Cowper Powys, intitolate appunto La religione di uno scettico (pagg. 84, € 6,00). Figlio di un vicario anglicano, prolifico autore di saggi, morto nel 1963 a 91 anni, egli si fa araldo di una religiosità in cui lo scetticismo è sostanza, aspirando così a una sorta di ossimoro che ha nella figura di Cristo la sua ipostasi.

La stessa apparente coincidentia oppositorum appare in un altro libretto dal titolo inequivocabile, Lo scetticismo come inizio della religione (Ets, Pisa, pagg. 74, € 10,00), del filosofo canadese John Schellenberg, convinto appunto che sia proprio lo scetticismo, che di per sé è il tradizionale antipodo rispetto alla fermezza del credere, la sorgente di una nuova religiosità aperta all’immaginazione e alla creatività, pronta a modellarsi per colmare i vuoti lasciati dalla secolarizzazione soprattutto nell’etica. Ma, come dicevamo, di fronte a questi ateismi dal confronto aspro e serrato, oppure dialogante con la religione, da sempre si distende la plaga dell’indifferenza, dell’agnosticismo in senso stretto, dell’irrisione sarcastica. Questo è spesso più un fenomeno sociologico che ideologico, anche perché non di rado in esso il mythos prevale sul logos, il pamphlet sostituisce il saggio, la lettura fondamentalistica domina sull’analisi critica, lo scontro sbeffeggiante ha la meglio sull’argomentazione pacata. Così, ad esempio, se un pur interessante dialogo tra Joseph Ratzinger e Paolo Flores d’Arcais viene rubricato da quest’ultimo nel testo pubblicato come La sfida oscurantista di Joseph Ratzinger (Ponte alle Grazie – Salani, pagg. 152, € 13,00), è già chiara l’ermeneutica di fondo che soggiace al giudizio sulla teologia.

Non possiamo ora delineare il profilo molteplice di questo ateismo dai contorni fluidi anche se aggressivi e che ha uno dei suoi vari archetipi nel Dialogo fra un prete e un moribondo del marchese de Sade (1782). Vorremmo solo ricordare che esso ha il suo parallelo antitetico nella religiosità integralistica e apologetica, oppure nel bricolage della fede alla New Age o nel sincretismo che ricompone il Credo sulla base di una sorta di menù alla carta. Certo è che, se per il primo ateismo “alto” il confronto avviene a livello di dibattito filosofico e teologico sistematico (penso al volume La fede dei demoni del filosofo francese Fabrice Hadjadj, Marietti 1820, pagg. 252, € 25,00), con la seconda tipologia si ha, invece, necessariamente un procedere più diretto e immediato, “televisivo” e fin “pubblicitario”. Non c’è bisogno di citare i vari e notissimi testi di Odifreddi, Onfray, Hitchens, Dawkins per una dimostrazione. Analoga è una certa reazione dei credenti che si pongono su questo livello di interlocuzione. Tra i tanti scritti una nota di rilievo merita il lapidario Dio non esiste! – che ovviamente sostiene il contrario – proposto da un importante teologo tedesco, Gerhard Lohfink (San Paolo, pagg. 174, € 14,00), parallelo a quel Senza Dio di Giorello da cui siamo partiti e che vorremmo suggerire per un simile confronto dialettico.

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