La nostra mente fuori di testa

Michele Di Francesco per “Il Sole 24 Ore

«Dove finisce la mente e dove comincia il mondo?». È passato ormai più di un decennio da quando due noti filosofi, Andy Clark e David Chalmers, si posero questa domanda nel saggio The extended mind, criticando l’idea che i processi mentali dovessero sempre essere collocati all’interno del corpo dell’individuo che li intrattiene, e in particolare nel suo sistema nervoso centrale; al contrario per Clark e Chalmers la cognizione è (spesso) qualcosa che travalica il cervello e si diffonde nel mondo.
Com’è facile immaginare, la tesi della Mente Estesa (ME) non ha mancato di suscitare reazioni e di dare vita a un dibattito di notevole interesse. Chi volesse farsene un’idea approfondita può ora contare sul volume curato da Richard Menary, che raccoglie (oltre a una ristampa dell’originario articolo di Clark e Chalmers) contributi dello stesso Clark e di molti importanti filosofi – come Susan Hurley (prematuramente scomparsa nel 2007), Robert Wilson, tra gli “amici” di ME, e Fred Adams, Ken Aizawa e Robert Rupert, fra i suoi critici.
Tra le questioni discusse, due emergono con particolare evidenza; la prima verte sulla critica al cosiddetto “Principio di Parità”, che equipara risorse neurali, corporee e ambientali, individuandole come cognitive esclusivamente sulla base del ruolo da esse ricoperto nei processi mentali. La seconda questione ha a che fare con la natura dei veicoli esterni: dobbiamo davvero riconoscere che essi svolgono un ruolo costitutivo nei vari processi cognitivi, come sostiene ME, oppure, più prudentemente, ci basterà dire che essi svolgono un ruolo causale – essenziale nell’innescare la corretta dinamica cerebrale – ma che a rigore non sono parte propria del processo? Come il lettore potrà constatare, la risposta a entrambi i quesiti è tutt’altro che banale.
Più in generale, a giudicare dall’andamento del dibattito, sembrerebbe che in ME convivano due anime: la prima è legata a una particolare lettura dell’idea che i processi cognitivi siano sostanzialmente una questione di elaborazione dell’informazione, e che negli esseri umani parte dei compiti computazionali è delegata a strutture extra-cerebrali (a un mondo di artefatti cognitivi esterni che comprende a vario titolo linguaggio, mappe, segnali, cartelli, taccuini, calcolatori, e altri dispositivi “intelligenti”). In questa prospettiva il ruolo delle strutture cerebrali è sempre essenziale, ma non è più unico: l’intelligenza si estende oltre i confini del cranio e della pelle. La seconda anima è legata a un approccio “incarnato” e sensomotorio alla cognizione; un approccio “enattivo” che considera la cognizione come un fare legato all’impegno attivo di un soggetto incorporato nel mondo. Questo modello emerge da quelle parti della nuova scienza cognitiva caratterizzati dalla presenza delle tre “e”: i processi cognitivi sarebbero embodied (incorporati), embedded (immersi nell’ambiente), extended (estesi). La prima anima conduce ME verso questioni di grande rilievo relative all’importanza della tecnologia per la nostra natura di esseri umani dotati di menti che travalicano i confini biologici. Una questione già discussa approfonditamente da Clark, nel volume Supersizing the Mind, nel quale, in polemica con il modello della mente come uno spazio neurale chiuso, difende l’estensione culturale dell’identità umana.
Se la prima anima di ME è tecnologica, la seconda è più biologica: non trascura gli artefatti culturali, ma si concentra sulla manipolazione incorporata dell’ambiente. Essa non è meno ambiziosa della prima, comunque, dato che le sue attenzioni si estendono dai processi cognitivi di elaborazione (inconscia) delle informazioni delegati all’ambiente fino alla stessa esperienza. L’idea di una coscienza estesa – affrontata nel volume di Menary nel capitolo scritto da Mark Rowlands – è ancora più radicale e suscettibile di suscitare reazioni incredule da parte di chi abbia la salda convinzione che è il sistema nervoso centrale l’unica sede concepibile della coscienza. Malgrado si possa rifare a una tradizione autorevole che va dalla fenomenologia di Maurice Merleau-Ponty alla teoria dei sistemi dinamici, l’estensione ME alla coscienza è in effetti un passo molto delicato. Clark, in un recente articolo pubblicato sull’autorevole rivista «Mind», ne prende le distanze con argomenti degni di nota, e lo stesso Chalmers ha avuto modo di esprimere i suoi dubbi, notando che perché la coscienza possa emergere è necessaria una densità nel flusso di informazione tale che solo le connessioni neurali intracraniche possono garantirla. Qualunque sia l’esito di questa discussione, è certo che il dibattito è tra i più interessanti della recente filosofia delle scienze cognitive.

the extended mind a cura di Richard Menary MIT Press, Cambridge (MA) pagg. 382 |€ 28,45

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