La tenacia mite di Mario Cervi

Il giornalista compie novant’anni

Pierluigi Battista per “Il Corriere della Sera

Ha appena compiuto novant’anni un pilastro della storia giornalistica italiana: Mario Cervi. I lettori più anziani del «Corriere» ne ricorderanno i reportage e gli interventi prima dell’abbandono di Via Solferino e della nascita del «Giornale nuovo» che Cervi contribuì a fondare con Indro Montanelli. Chi conosce Cervi ne ammira il carattere, la mitezza, i modi del gentiluomo. Chi legge Cervi è felice di rinnovare il suo quasi quotidiano appuntamento con una prosa insieme semplice e ricca, colta ma accessibile, densa di riferimenti letterari ma mai saccente, snobisticamente complicata. Il giornalismo italiano fa gli auguri a uno dei suoi rappresentanti più meritevoli.

Adesso che tutto si semplifica e si rattrappisce nelle consunte categorie di «destra» e «sinistra», Cervi verrebbe brutalmente ricondotto alla categoria della «destra». Ma non è vero. Cervi è l’espressione di una linea liberal-conservatrice che in tutta Europa identifica un’area moderata difficilmente riconducibile all’etichetta di «destra». Ma questa sua identità culturale gli è costata spesso l’ostilità dell’establishment conformista, la diffidenza dei giri «giusti », dei salotti che fanno e disfano carriere. Eppure il curriculum professionale di Cervi ne fa un protagonista dell’empireo giornalistico italiano. Ha girato il mondo raccontando guerre, rivoluzioni, colpi di Stato, catastrofi naturali. Ha scritto libri e tonnellate di commenti, elzeviri, riflessioni, corsivi. Nelle sue non frequenti apparizioni televisive, gli spettatori non hanno mai conosciuto un Cervi maleducato, su di giri, incline all’urlo e alla rissa. Mario Cervi è un giornalista pacato e garbato. Coltiva le sue opinioni forti, i suoi punti di vista netti e senza compromessi. Ma li difende con la civiltà del tratto e del dire: una rarità nel panorama giornalistico italiano. Oggi ancora più di ieri.

L’incontro umano e professionale della sua vita giornalistica è stato senz’altro Montanelli. Per non tradire Indro in uno dei sui momenti più difficili, seguì il suo amico anche nell’esperienza della «Voce» di cui non era affatto convinto, estraneo com’era alla formula editoriale e alla linea politica che presto il nuovo giornale avrebbe maturato.

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Con Indro scrisse libri, condivise battaglie, affrontò l’inimicizia di chi non voleva nemmeno che il «Giornale» esistesse. Oggi c’è solo una cosa che fa infuriare Mario Cervi: vedere i tanti finti epigoni di Montanelli che insultarono Indro per decenni e oggi ne fanno un santino posticcio. Contro questa mistificazione Cervi è disposto persino a deragliare dai binari della buona educazione. Ma è solo una tentazione, perché lo stile di Cervi non ammette deroghe. Quando impugna la penna, Cervi non la userebbe mai come una clava: è questa la lezione dei suoi primi novant’anni. Novant’anni di vita e sessanta di professione giornalistica, affrontati con una coerenza, un’umiltà, una tenacia che dovrebbero essere una lezione per chi si affaccia oggi al mondo dei giornali, di carta e no. Tanti auguri, Mario Cervi.

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