Archive for aprile 2011

Vinicio Capossela – Aedo

aprile 30, 2011

Per avere Mani a portata di mano

aprile 29, 2011

Maria Bettetini per “Il Sole 24 Ore

Si dice «manicheo», per intendere chi è determinato nel distinguere i buoni e i cattivi, il bene e il male. Sappiamo in verità poco di questa religione, insieme sincretista e materialista, che nei primi secoli della nostra era affascinò più di uno spirito eletto. E lo sappiamo anche grazie agli studi di Julien Ries, sacerdote cattolico nato nel 1920 e sostenitore dell’antropologia di un homo non tanto sapiente, quanto «religioso», ovvero legato al divino sempre e comunque. Un volume appena pubblicato in Italia raccoglie i suoi studi sul Manicheismo, presentati da un sottotitolo pieno di promesse: Un tentativo di religione universale. (more…)

Non smetterò mai di cercare il dialogo

aprile 29, 2011

Francesco Battistini per “Il Corriere della Sera”

«Potessi scrivere musica, non scriverei prosa. Questo è il libro più vicino a una composizione sinfonica che abbia mai scritto. Volevo creare qualcosa che somigliasse al canto e alla danza. Non è un caso che i capitoli s’intitolino “Scherzo”, “Allegro”, “Adagio”… In realtà, questo libro cerca d’annullare la differenza tra musica e prosa» . Il giorno in cui compì settant’anni, Amos Oz fu festeggiato nel cuore del Negev dove abita e dice che regalo bellissimo fu sentire nel deserto «Lo stesso mare» , le note che il suo romanzo ha ispirato. «Che cosa sarà di me quando morirò?» , si chiede uno dei suoi personaggi: «Sarò suono o sentore?» . Oz è un suono netto, nella letteratura e nella società israeliana. E in questo libro, a un certo punto lo scrittore entra nella sua storia immaginata un po’ come fa Oz nella sua storia vissuta, quando diventa artefice del dibattito politico, spesso sferzando e ricevendo sferzate: «Se parli chiaro, è evidente che ne pagherai un prezzo. Non me ne sono mai fatto un problema. Da quando ho memoria di me, dai vent’anni, mi sento coinvolto nella politica del mio Paese. Tornassi indietro, rifarei lo stesso: parlare» . (more…)

La femminilità messa a nudo

aprile 29, 2011

Philippe Halsman - Story for life + lover, 1949 Stampa alla gelatina ai sali d'argento 31,5 x 24,8 cm

Bert Stern - Fashion for Prenton Vogue, 1970 Stampa alla gelatina ai sali d'argento 26,8 x 34,5 cm

Dal 5 al 18 maggio lo Studio Hettabretz di palazzo Borromeo a Milano ospita (un)Dressed, mostra fotografica che vuole raccontare le donne nella loro complessità attraverso gli occhi di grandi fotografi durante l’ultimo secolo: da Man Ray, a Edward Weston, da Bill Brandt a Helmut Newton. Altre foto qui

IL POZZO NERO DELL’ECONOMIA

aprile 29, 2011

L’ULTIMA FOLLIA DELLA FINANZA SONO LE “DARK POOL”, OVVERO PIATTAFORME SULLE QUALI SI CONTRATTA IN FORMA ANONIMA, FUORI DALLE NORMATIVE INTERNAZIONALI SULLA TRASPARENZA – NEL 2010 SU QUESTE ‘PISCINE SCURE’ HANNO BALLATO TRANSAZIONI PER 500MILA MLD € – IN CASO DI DEFAULT DI UN PAESE MEMBRO, L’EUROPA (PIENA DI BLACK POOL) OLTRE ALLA CRISI DEI DEBITI SOVRANI, SI TROVEREBBE CON UN ULTERIORE PROBLEMA DI STABILITÀ MONETARIA…

Fabrizio Goria per “Linkiesta”, da “Dagospia

Le dark pool sono piattaforme finanziarie sulle quali si contratta in forma anonima. Ogni giorno passano di lì 15 mila miliardi, rigorosamente fuori dai radar delle normative internazionali sulla trasparenza. Nel 2010 il totale delle transazioni valeva 500mila miliardi di euro, ed è in costante aumento. Bnp, Deutsche Bank, Credit Suisse, SocGen tra le grandi banche che utilizzano questi strumenti.

La crisi finanziaria internazionale avrebbe dovuto portare nuove regole. Così non è se si guarda alle dark pool, piattaforme in cui le negoziazioni sui titoli avvengono in forma anonima. Secondo la Commissione europea oltre il 10% delle operazioni azionarie dell’Eurozona avvengono tramite questi sistemi. In realtà, è possibile che siano anche di più, specie considerando le dark pool interbancarie. Con oltre 15mila miliardi di dollari negoziati quotidianamente a livello globale, in costante aumento rispetto al passato, il mercato della liquidità alternativa (e opaca) continua a restare fuori dalle maglie della regolamentazione. (more…)

l’incompletezza ci rende più liberi

aprile 29, 2011

Luca Miele per “Avvenire

Novecento è stato segnato dalla terribile esplosione, anche in campo filosofico, dell’idea della “soluzione finale”: una “terapia” che liquidasse ogni controversia, appianasse ogni diversità, risolvesse ogni contraddizione. Il filosofo Salvatore Veca rintraccia l’antidoto a ogni pretesa totalizzante nell’idea di incompletezza (L’idea di incompletezza. Quattro lezioni, Feltrinelli, pag. 174, euro 19). Un’incompletezza alla quale è ancorata la nostra esistenza di esseri «prospettici e finiti, per cui può essere, o dovrebbe essere, cruciale trascendere i limiti di una prospettiva inevitabilmente situata e contingente». Proprio perché siamo esseri incompleti, scrive Veca, «possiamo provare la passione e l’amore della sapienza».
Nella sua prima lezione scrive: «Non solo noi dobbiamo scegliere, ma dobbiamo scegliere in un mondo di persistente e spesso accelerata trasformazione». In che modo l’idea di incompletezza può essere una guida per i nostri tempi?
L’essere consapevoli della natura incompleta di qualsivoglia risposta possiamo formulare rende più riflessive e mature le nostre scelte. È necessario essere consapevoli che esse non costituiranno mai la soluzione finale. Questo non riduce l’importanza delle nostre scelte, ma dà loro un tocco più appropriato. Le nostre risposte hanno un’essenziale incompletezza, che io definisco insaturazione. C’è chi ritiene che il riconoscere l’incompletezza delle nostre risposte possa dar vita a una specie di polverone instabile e frammentario, sfociare in un supermarket delle credenze. Non è così: noi siamo tenuti alla più ferma lealtà alle nostre credenze, consapevoli però della loro incompletezza nel tempo. (more…)

Jung risponde a Giobbe

aprile 28, 2011

Gianfranco Ravasi per “Il Sole 24 Ore

Anni fa, trovandomi a Zurigo, mi feci condurre lungo le sponde del lago omonimo fino alla cittadina di Küssnacht che s’affaccia sia su quello specchio d’acqua sia sulle Alpi dei Quattro Cantoni. Là io ero venuto soprattutto per dare uno sguardo alla casa ove Carl Gustav Jung aveva a lungo vissuto ed era morto il 6 giugno 1961 (era nato a Kesswil nel 1875). Se ben ricordo, mi impressionò una scritta latina apposta sulla facciata che recitava: Vocatus atque non vocatus, Deus aderit. Dio, quindi, era considerato sempre presente sia che l’uomo l’avesse invocato o meno, chiamato in soccorso, interpellato o ignorato. Echeggia in queste parole una battuta profetica isaiana citata dall’apostolo Paolo nella Lettera ai Romani, da lui considerata come emblematica della sua dottrina sul primato della grazia divina che precede ed eccede l’azione umana: «Isaia arriva fino a dire: Io, il Signore, sono stato trovato anche da quelli che non mi cercavano, mi sono manifestato anche a quelli che non mi invocavano» (10,20). (more…)

Il braccio violento della legge

aprile 28, 2011

Benny Calasanzio per “Micromega

La tesi di Samanta Di Persio non è certamente che in Italia esista la pena capitale, quanto, molto più realisticamente, che ci sia un diritto all’impunità e all’onore garantito a beneficio di tutti gli operatori di giustizia e di pubblica sicurezza che si rendono protagonisti di quelli che si possono definire omicidi di Stato.

Minacce, torture, pestaggi e omicidi: se il 51% degli italiani fosse a conoscenza di quel che avviene nelle nostre carceri forse ci sarebbero meno solidarietà e rispetto per i carnefici e più per le vittime; esse, seppur detenute, non meritano certo macellerie messicane, se è vero come è vero che l’unico fine della pena è la rieducazione. Oppure, se vi pare, meglio evitare retorica e sentimentalismi ed introdurla, questa pena di morte: abbiamo già, e questa è cronaca giudiziaria, validi boia specializzati con lo stipendio già assicurato. (more…)

LACTA-CHI?

aprile 28, 2011

LA FAMIGLIA BESNIER, FUTURA PADRONA DI PARMALAT, È UN MISTERO: ZERO INTERVISTE, ZERO BILANCI, DUE FOTINE SFOCATE. EPPURE È IL TERZO GRUPPO LATTIERO MONDIALE – IN SILENZIO, EMMANUEL NEL 2000 HA PRESO LE REDINI DAL PADRE MICHEL, ARTEFICE DELLA CRESCITA DI LACTALIS, ED È PARTITO CON 21 NUOVE ACQUISIZIONI: SOLO IN ITALIA GALBANI, LOCATELLI, INVERNIZZI, CADEMARTORI – UN PATRIMONIO FAMILIARE Da 2,5 MILIARDI €, FATTURATO ANNUALE DI 10…

Marco Moussanet per “Il Sole 24 Ore”, da “Dagospia

Emmanuel Besnier, ovvero l’uomo invisibile alla guida di un gruppo misterioso.

Che non ci siano interviste è comprensibile: spetta a lui decidere e non ne ha mai date. Come d’altronde il padre Michel, che lo ha preceduto alla guida di Lactalis, e a suo tempo il nonno André.

Meno ovvio è che non ci siano immagini. Possibile che nessuno lo abbia mai fotografato? A un matrimonio, un funerale, una riunione? In realtà due foto ci sono. Sul sito del quotidiano finanziario di Zagabria Poslovni Dnevnik, Il diario del business. Pubblicate il 28 marzo e il 5 aprile del 2007. Ma la prima è palesemente datata e quindi solo la seconda è buona. È stata scattata durante un incontro con il ministro dell’Agricoltura croato Cobankovic Petar, in occasione dell’acquisto, da parte di Lactalis, della società Dukat, leader di mercato nel settore del latte. E sembra che Besnier non l’abbia presa bene, anche se ha dovuto fare buon viso a cattivo gioco. Accennando persino un sorriso.

La vicenda delle fotografie la dice lunga sul culto della riservatezza di cui sono adepti i componenti della famiglia, che pure occupa la quindicesima posizione nella classifica stilata da Challenges sui più ricchi di Francia, con un patrimonio stimato in 2,5 miliardi. Culto della riservatezza ovviamente esteso al colosso di cui i Besnier sono fondatori e proprietari. E di conseguenza ai suoi bilanci.

Eppure è il terzo gruppo lattiero mondiale, con una quota di poco inferiore al 3%, alle spalle di Danone e Nestlé. Il secondo nell’agroalimentare francese, dietro il solito Danone. Leader incontrastato – in Francia, Italia ed Europa – nei formaggi. Con un fatturato di circa 10 miliardi realizzato per il 60% all’estero, 126 stabilimenti in giro per il mondo (6 in Italia), prodotti commercializzati in 148 Paesi (cioè quasi ovunque), 38mila dipendenti (metà dei quali fuori dai confini francesi, 3.300 in Italia), cento marchi e oltre 9 miliardi di litri di latte raccolti.
Senza mai spostare la sede dal luogo in cui è nato, il 19 ottobre del 1933: Laval, ieri poco più di un villaggio e oggi ricca cittadina di 50mila abitanti nel profondo Ovest degli allevamenti francesi.

Se a dare il via alla saga dei Besnier è stato André, la trasformazione da aziendina familiare con una cinquantina di dipendenti a gigante del latte è merito del figlio Michel, che prende in mano l’impresa nel 1955, a soli 27 anni. I marchi (President in testa) e l’internazionalizzazione sono opera sua.

Nel 2000 un’altra morte improvvisa e un altro passaggio di testimone a un giovane erede: tocca a Emmanuel, 29 anni. Anche se da quattro è già direttore generale incaricato proprio dello sviluppo. Una buona scuola, evidentemente, visto che sotto la sua gestione la crescita esterna diventa quasi forsennata, con 21 acquisizioni. C’è molta Italia, in questo processo: se Locatelli era già stata comprata dal padre, lui si porta a casa Invernizzi e Cademartori, fino al colpo grosso: Galbani, nel 2006. E ancora una volta il salto di qualità, nelle intenzioni di Besnier, passa dall’Italia, con Parmalat.

Danone è sempre più vicina. Anche se questa volta, per vincere, sembra proprio che dovrà alzare il velo che ricopre i conti del gruppo. E magari chissà che ci scappi anche una foto.

Il misero Balzo di Mao Tse Tung

aprile 28, 2011

Massimo Introvigne per “Avvenire

Continua la controversia fra gli storici se abbia ucciso più persone Hitler o Stalin. Il libro dello storico inglese Frank Dikötter Mao’s Great Famine. The History of China’s Most Devastating Catastrophe, 1958-1962 (Walker, New York 2010) ci ricorda che Mao Tse-Tung li batte di gran lunga entrambi, stabilendo record che forse superano anche Gengis Khan. Una cosa, secondo Dikötter, è sicura: il “Grande Balzo in Avanti” del 1958-1962 è il più grande crimine di tutti i tempi, la peggiore catastrofe mai causata da mano umana nella storia.

Si trattò di una corsa folle allo sviluppo economico, attraverso la collettivizzazione lanciata da Mao nel 1958, dopo che Khruscev aveva promesso che in quindici anni l’economia russa avrebbe superato quella degli Stati Uniti. Mao rispose che nello stesso periodo, anzi prima, la Cina avrebbe superato la Gran Bretagna. Così, nel 1958 avviò una gigantesca campagna per concentrare tutti i contadini dell’enorme Cina in soli 28.000 grandi comuni; imporre ritmi di lavoro forsennati per costruire a tempo di record nuove dighe e canali; installare in ogni villaggio piccoli altiforni per produrre ghisa e altri materiali. Il piano era demente. (more…)

Ritrovato l’archivio di Wittgenstein, filosofo malato d’amore

aprile 28, 2011

Matteo Sacchi per “Il Giornale

«È così difficile trovare l’inizio. O meglio: è difficile cominciare dall’inizio. E non tentare di andare ancor più indietro». Così diceva uno dei filosofi più complessi e affascinanti del novecento, ovvero Ludwig Wittgenstein. Ed in effetti, al di là del valore filosofico di questa proposizione gli esegeti, di Wittgenstein e del suo trattato logico-filosofico, hanno dovuto a lungo studiare il maestro senza disporre di fonti adeguate. Ma ora cambia tutto. Un importantissimo archivio del filosofo-matematico, andato perduto nel caos della Seconda guerra mondiale, è riemerso a Cambridge, rivelando aspetti nuovi sul suo pensiero.
E sulla sua relazione con un giovane matematico, Francis Skinner, che fu per anni il suo amanuense e il suo amante. Un professore di Cambridge, Arthur Gibson, ha passato gli ultimi tre anni a studiare l’archivio e ieri lo ha raccontato al Guardian: «Materiali interamente nuovi che illuminano il processo cognitivo di Wittgenstein… Come se guardassimo nella sua mente dal buco della serratura».
La maggior parte dei testi riscoperti infatti fu dettata parola per parola da Wittgenstein a Skinner e dimostra il forte legame tra i due. Secondo Gibson, fu proprio la morte di Skinner, a 29 anni, che fece sì che l’archivio andasse perduto. Nel 1941 il giovane, ammalato di poliomielite venne portato in ospedale, ma fu lasciato in un corridoio senza cure per 16 ore mentre decine di altri pazienti venivano ricoverati dopo un bombardamento. Skinner morì sette giorni dopo con Wittgenstein, disperato, al capezzale. La tragedia provocò un collasso nervoso nel grande teorico.
Per quanto è dato di capire dall’archivio oltre ad essere uno dei suoi studenti e il suo «scrivano», Skinner era anche un coredattore e potrebbe aver giocato un ruolo assai più importante di quanto finora pensato nella filosofia del maestro. Devastato dal dolore, Wittgenstein affidò l’archivio a uno dei suoi studenti, facendolo così cadere nell’oblio (Wittgenstein è morto a Cambridge dieci anni dopo, nel 1951). Tra le carte ritrovate, di cui Gibson ha fatto il censimento, ci sarebbe anche l’unica versione conosciuta del Libro Marrone, gli appunti delle lezioni a Cambridge di metà anni Trenta. Ma ci sarebbe anche un quadernetto rosato che potrebbe essere il Libro Rosa, «un manoscritto di cui molti studiosi parlano ma che nessuno ha mai visto». Una specie di Santo Graal per gli esperti di logica e filosofia del linguaggio. Ci sono anche migliaia di calcoli matematici in cui Wittgenstein esamina il teorema di Fermat. Ma come è possibile che un simile tesoro sia rimasto sino ad ora inesplorato? Secondo Gibson per circostanze casuali. Fu donato alla Mathematical Association dal suo presidente Reuben Goodstein nel 1976, ma per l’assenza di archivisti professionisti nessuno aveva capito i suoi contenuti. Solo di recente i files sono stati consegnati al Trinity College e Gibson è entrato in gioco.

ARTHUR MILLER

aprile 28, 2011

Aridea Fezzi Price per “Il Giornale

Pochi giorni prima di morire nel febbraio 2005, Arthur Miller confessava a un’amica, «quando mi sentivo deluso o tradito dalla vita, avevo pur sempre la mia scrittura». Una dichiarazione particolarmente toccante se si pensa che gli ultimi quarant’anni della vita del grande scrittore americano, ossia dopo i successi dei suoi drammi presto diventati dei classici quali Erano tutti miei figli, Il Crogiuolo, Morte di un commesso viaggiatore, Uno sguardo dal ponte, e il penoso divorzio dalla seconda moglie Marilyn Monroe, sono stati costellati di amarezze, di critiche e di sferzanti attacchi al suo nuovo lavoro, che lottò per vedere allestito nel suo paese. Per poi immancabilmente subire il disprezzo e il sarcasmo di una critica feroce che giudicava le sue nuove pièces delle prediche tediose e mal scritte: Miller, aveva deciso il «teatro spaventato di Broadway» come egli stesso lo definiva, era un relitto del periodo postbellico, fermo alle battaglie ideologiche del passato, e completamente estraneo al teatro moderno. Noel Coward decretava Dopo la caduta (1964) – in cui l’autore cercava di analizzare il suo rapporto con Marilyn Monroe e al tempo stesso trattava i temi dei campi di concentramento nazisti e delle persecuzini politiche maccartiste – un lavoro adolescenziale, di cattivo gusto se non addirittura volgare, il prodotto di una mente mediocre. Mentre Susan Sontag esprimeva la sua indignazione per «la sconcertante impertinenza dell’autore a mettere sullo stesso livello problemi personali e problemi pubblici». (more…)

Comunismo e ironia, il Manifesto fa quaranta

aprile 28, 2011

Il 28 aprile 1971 usciva il primo numero del quotidiano. Fin dall’inizio scomodo, anticonformista, spesso libertario

Fabio Martini per “La Stampa

Tutto finì per precipitare nell’estate del 1969. La Rivista del Manifesto pubblicò un editoriale dal titolo eloquente, «Praga è sola», e dall’argomento scomodo: l’isolamento dei comunisti cecoslovacchi, un anno prima soffocati dai carri armati sovietici e poi dimenticati da tanti compagni. Nel Pci «venne giù il mondo», come ricorda Rossana Rossanda, tanto è vero che nel giro di qualche settimana il gruppo del Manifesto viene espulso dal Partito comunista italiano. Diciassette mesi più tardi – il 28 aprile 1971, esattamente 40 anni fa – nasce il Manifesto, quotidiano comunista che rivela subito un profilo originale, anticonformista, spesso libertario. Da allora sono trascorse due generazioni e molto è cambiato nell’identità di quel giornale, come dimostra la recentissima pubblicazione dell’articolo del professor Alberto Asor Rosa, nel quale si sosteneva che la «democrazia si salva, forzando le regole», con l’aiuto dei carabinieri e della polizia. Una sorta di «pronunciamento» dal vago sapore golpista che l’indomani è stato difeso dalla direttrice Norma Rangeri: «Che tristezza: Asor Rosa è un intellettuale che esprime liberamente il suo pensiero, talvolta in modo paradossale». (more…)

I 60 anni del Mulino da Dossetti a Internet

aprile 28, 2011

l 25 aprile 1951 usciva il primo numero. I ricordi di Luigi Pedrazzi, i programmi di Piero Ignazi

Dino Messina per “Il Corriere della Sera

Nel racconto di Luigi Pedrazzi, classe 1927, presidente dell’Associazione il Mulino, la nascita della rivista da cui scaturì la casa editrice, l’Istituto Carlo Cattaneo, insomma una delle grandi realtà della cultura e della politica del Novecento italiano, è legata a un’immagine gioiosa nel tempo cupo della guerra. «C’erano i bombardamenti, le scuole erano chiuse e molti di noi, studenti del liceo Galvani, eravamo sfollati sulle colline. Io, che avevo una formazione più cattolica, stavo a Gaibola e Nicola Matteucci, che già allora si definiva laico, a Roncrio. Verso il tramonto ci lanciavamo in bici per incontrarci e scambiare dei libri».

Può essere questa la scena primordiale dell’incontro tra laici e cattolici che è uno dei refrain quando si parla di «Mulino», la rivista nata il 25 aprile di sessant’anni fa da quel gruppo di ragazzi del liceo Galvani che intanto avevano superato la maturità e si erano laureati: «C’erano Fabio Luca Cavazza, Federico Mancini, Antonio Santucci, Nicola Matteucci, tutti laici che sarebbero diventati professori universitari. Poi il gruppetto dei cattolici: cioè il sottoscritto, Gian Luigi Degli Esposti e Pier Luigi Contessi che formavamo il nucleo dei cattolici. Si aggiunse quindi un assistente universitario che ci colpiva perché era infinitamente più colto e più povero di noi, Ezio Raimondi». Il miracolo della nascita di una rivista affidata a un gruppo di giovani dotati soltanto di cultura fuori della norma e di tanto entusiasmo avvenne grazie a Cavazza, «che convinse l’avvocato Giorgio Barbieri, presidente dell’associazione industriali di Bologna e della società Poligrafici che pubblicava “Il Resto del Carlino”, a metterci a disposizione carta e tipografia». (more…)

Chiamalo se vuoi «slow journalism»

aprile 27, 2011

Giulia Crivelli per “Il Sole 24 Ore

Lavora per una casa editrice, la Condé Nast, che non si fa problemi a chiudere testate, magari storiche, se non sono più profittevoli. E che con altrettanta rapidità sostituisce direttori e art director, anche se famosi, di ottime frequentazioni e pieni di amicizie altolocate. Sempre nel caso in cui le riviste di cui sono responsabili perdano lettori e soldi. Eppure, se chiedete a David Remnick quale sia la formula di successo del «New Yorker», il settimanale che dirige dal 1998, come abbia capito cosa vogliono i lettori e come darglielo, lui risponde che non vorrebbe mai conoscere una simile formula.

Ammesso che esista, precisa. Usando toni pacati e soprattutto la logica, una costante della lunga conversazione a New York. La logica per Remnick non è un grimaldello per contraddire l’interlocutore, ma una dolce, implacabile alleata. «Se qualcuno mi dicesse che sa esattamente cosa vogliono i lettori gli direi di tenersi queste preziose informazioni. Non mi interessano. E poi parlare di lettori, genericamente, ha poco senso. Andrebbero considerati uno per uno… Detto questo, spero che ogni numero del «New Yorker» incontri il favore del maggior numero di lettori possibile. Non perché abbiamo scritto quello che si aspettavano, ma perché li abbiamo sorpresi, appassionati, magari fatti arrabbiare. Più spesso incuriositi, stimolati, divertiti. A volte pubblichiamo pezzi talmente complessi o di argomenti così poco conosciuti o allettanti… so dal principio che li leggeranno in pochi. Gli altri li salteranno a piè pari. O li salteranno e poi magari ci ripenseranno e gli daranno almeno un’occhiata. (more…)

Lo smorfioso dell’arte

aprile 27, 2011

Nella mostra che si conclude in questi giorni al Louvre le famose charakterköpfe di Franz Xaver Messerschmidt sono state messe a confronto con la produzione ufficiale dello scultore: il vero stile di un artista settecentesco tra tardo Barocco e neoclassicismo, tra superstizione e Illuminismo.

di Mariasole Garacci, da “Micromega

Le cosiddette “teste di carattere” di Franz Xaver Messerschmidt sono probabilmente le opere in scultura più sorprendenti e più note del XVIII secolo: la serialità e la tenuta formale pressoché omogenea del lavoro, l’ispirazione prettamente privata e personale dell’opera intrapresa dall’autore, insieme al loro carattere inquietante, hanno fatto di questo episodio della storia dell’arte non soltanto un’immagine accattivante e misteriosa entrata nella fantasia collettiva attraverso usi e riproduzioni di vario tipo e livello, ma un caso emblematico della questionabile validità scientifica, nella ricerca storico-artistica, di considerazioni imprestate dalla psicoanalisi. La personalità impenetrabile che concepì una simile espressione è entrata così, con la sua opera e la sua vicenda biografica, nella leggenda dell’artista saturnino, stravagante, fatalmente assorbito in una individuale e non condivisibile rappresentazione della realtà, di sé e della propria arte. E nel caso dello scultore tedesco, con la sua lotta tormentosa contro il demone della Proporzione geloso dei propri segreti, è egli stesso a calarsi con un toccante grado di immedesimazione in uno dei tanti topoi sul potere taumaturgico dell’artista che plasma la materia in forma umana, suscitando, come Epimeteo e Prometeo, l’invidia degli dei. (more…)

Quest’Italia non la riconosco più

aprile 27, 2011

Le suggestioni perdute di Paolo Conte, che pensa al passato come l’anagramma quasi perfetto di felicità. Ecco le confessioni dell’avvocato-chansonnier tra ricordi e nuovi progetti

Malcom Pagani per “l’Espresso

I fili del sipario sono liane sull’Africa di Paolo Conte. Un giardino contaminato da rumbe, gauchos e milonghe che lo hanno scortato, recitando e inventando, al confine dei 73 anni. Teatro Valli, Reggio Emilia. Architetture lontane, orchestrali in pausa, sigarette. Trenta minuti e va in scena la memoria. Fuori biciclette, fontane e tricolori al vento. Dentro, dietro le rughe di Paolo l’enigmista, commedie, finzione, olfatto e nasi tristi. Se annusa il messaggio politico, Conte si eclissa: “L’attualità non ha odore”. Così chiedergli dei francesi che si incazzano o delle guerre che pure depreca, è tendergli un agguato della cronaca. Conte è amico di Gino Strada. Ricorda la ritirata dei tedeschi nel ’45: “Io e mio fratello Giorgio osservammo un fiume di soldati in rotta nella notte” e il tedio della leva.

Il militare Conte Paolo la soffrì a Sud del Sud. “Rimpiansi il Nord, dopo aver sempre pensato che la nostalgia procedesse in senso contrario”. Conosce le rotte ma non può segnarle. Non vuole. Non l’ha mai fatto. Rifiuta le analogie, i parallelismi, la pallida divisa dell’intellettuale di complemento. Per illudersi di capire vita e morte, meglio l’arte della tessera: “Dettare manifesti o preferenze approfittando della notorietà non mi ha mai appassionato”. Provi allora a lambire la Libia con la calda Tripoli da lui disegnata per Patty Pravo nel 1969 e ti accorgi che è inutile. Che “il primo nome che viene in mente” era un’astrazione anche allora. Il solito inganno senza appigli. L’incantesimo sublime. (more…)

Assalto alla nave del copyright

aprile 27, 2011

Alessandro Zaccuri per “Avvenire

A vederlo di persona, Adrian Johns non ha davvero l’aria del pirata. Sorriso timido, occhiali leggeri e abbigliamento formale ma non troppo, come si addice a un accademico. Di professione infatti non fa il corsaro, ma lo storico, con cattedra alla University of Chicago. Mai fidarsi delle apparenze, però. Il mite Johns è uno dei maggiori esperti mondiali in materia di diritto d’autore. Ha scritto un saggio, Pirateria (Bollati Boringhieri, pagine 720, euro 39,00), che è la prima, imponente ricostruzione delle vicissitudini del copyright dai tempi di Gutenberg a oggi. Come se non bastasse, il professore è anche molto modesto. Se per caso il discorso scivola su qualche esempio nostrano, come la controversia legale che nell’Ottocento contrappose Alessandro Manzoni all’editore Le Monnier per l’edizione “pirata” dei Promessi sposi, subito Johns si rammarica, si proclama incompetente, sostiene che nel libro mancano tante informazioni…

Beh, non esageriamo: la sua è una trattazione formidabile. E poi l’attenzione al mondo anglosassone è giustificata dal fatto che il copyright nasce in quel contesto, no?
«Sì, ma il precedente italiano è molto importante per il costituirsi dell’idea. In origine la proprietà intellettuale era tutelata o attraverso il brevetto (la “patente” rilasciata dall’autorità) o attraverso l’iscrizione nel registro in cui le varie gilde artigiane conservavano memoria di titoli, opere e invenzioni. Una pratica, quest’ultima, maturata nel sistema medievale delle corporazioni, che rappresenta una caratteristica importante della storia d’Italia». (more…)

Il mistero Traven, un monumento all’autore ignoto

aprile 27, 2011

Stenio Solinas per “Il Giornale

Fra la prima e la Seconda guerra mondiale la letteratura del ’900 si arricchì di uno scrittore di cui, tranne l’opera, si ignorava tutto: il vero nome, la vera nazionalità, i lineamenti, persino il sesso… Si faceva chiamare B. Traven, ma c’era chi sosteneva che il cognome fosse Feige, o Torvan, o Marut, o Croves, che fosse statunitense di lingua tedesca, o scandinavo nato per caso a Chicago, o tedesco emigrato in Centro America… C’era anche chi riteneva che i cognomi in fondo non significassero nulla, ma fossero il tragico e l’epico di cui erano intessuti i suoi romanzi a dare la giusta indicazione e che quindi in realtà Traven fosse Jack London, dato per morto e invece in qualche modo risuscitato, Ambrose Bierce, dato per scomparso in Messico, Arthur Cravan, dato per scomparso in mare… Sulla base della completa assenza di figure femminili nei suoi libri, ci fu infine anche chi teorizzò che B. Traven fosse una donna, Esperanza López Mateos, curatrice dei suoi diritti d’autore. Il fatto che fosse apparsa sulla scena una ventina d’anni dopo i primi grandi successi, quando lei era cioè ancora una bambina, e Traven avesse continuato a pubblicare anche dopo che lei era morta, venne considerato ininfluente. In fondo i misteri sono tali perché non li si può spiegare. (more…)

Accendi la radio che parla il Presidente

aprile 27, 2011

Con le “chiacchierate al caminetto” Roosevelt spiegò il New Deal agli americani. De Gaulle inventò in Francia la “Telecrazia”. Due saggi analizzano il loro uso politico dei mass media

Massimiliano Panarari per “La Stampa

Quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare», diceva, in Animal House, un celebre film di John Landis, Bluto «Blutarski» (alias John Belushi). E, in effetti, due delle maggiori personalità politiche del Novecento, Franklin Delano Roosevelt (1882-1945) e Charles de Gaulle (1890-1970), tra loro assai differenti, erano, però, entrambi dei «duri», i quali si trovarono a dovere fronteggiare, nel corso della loro carriera, dei giochi che si erano fatti molto, ma proprio molto, duri (genere la Grande Depressione e la guerra d’Algeria…).

E la «strana coppia» riuscì ad affrontare quelle sfide, in maniera modernissima, anche grazie alla comunicazione, come mostrano due libri usciti da poco, che ci danno conto di come l’intreccio tra i processi di leaderizzazione e spettacolarizzazione della politica attraverso i mass media abbia radici che precedono di alcuni decenni gli Anni Ottanta di Reagan e della Thatcher, diventati i simboli per antonomasia di questa relazione. (more…)

Gli angeli neri dell’anarchia

aprile 27, 2011

Il volume di Manlio Cancogni

Arturo Colombo per “Il Corriere della Sera

Manlio Cancogni lo conosciamo soprattutto come geniale scrittore, fin dalle pagine di Una parigina (1960), La linea del Tomori (’66), Il ritorno (’71) o anche l’intimo Perfidi inganni, appena uscito da Elliot. Ma con la storia degli anarchici italiani da Pisacane ai circoli di Carrara, che ci ripropone nel volume Gli angeli neri (Mursia, pp. 144, e 14), Cancogni – «oggi allegramente oltre i novanta» (come precisa Beppe Benvenuto nella prefazione) – ci offre un singolare, vivacissimo viaggio fra i personaggi chiave e gli episodi più eloquenti, che hanno caratterizzato il movimento libertario di casa nostra. E lo fa cominciando da Carlo Pisacane, pronto a solidarizzare anche con i detenuti del penitenziario di Ponza, perché – se erano diventati «ladri, rapinatori, assassini» – la colpa andava pur sempre «alla società» che con le sue ingiustizie aveva negato loro «i più elementari diritti alla vita». (more…)

Louvre, il custode diventa opera d’arte

aprile 23, 2011

Mimmo Jodice reinterpreta i capolavori con i volti di funzionari, impiegati e maestranze. Un mosaico in bianco e nero che annulla i confini tra le tecniche

Vincenzo Trione per “Il Corriere della Sera

Il protagonista di Antichi Maestri — l’ultimo, apocalittico, romanzo di Thomas Bernhard— è un vecchio signore che trascorre intere giornate in una sala del Kunsthisorisches Museum di Vienna a contemplare un solo quadro, il Ritratto di uomo dalla barba bianca di Tintoretto. Questo aristocratico personaggio prova fastidio, addirittura orrore, per le folle distratte e maleducate che spesso invadono i musei, trasformandoli in caotici grandi magazzini. Non tollera i riti di individui storditi dal bisogno di vedere tutto: «Camminano e camminano, guardano e guardano e poi, all’improvviso, crollano, semplicemente perché hanno fatto indigestione di opere d’arte». Nella maggior parte dei casi, si tratta di masse incolte, che vorrebbero «trangugiare tutto con indifferenza, magari tutta la pittura occidentale in una mattinata».

Eppure, nonostante questo rischio di imbarbarimento, i musei restano luoghi seduttivi, che custodiscono prodigi, visioni, fantasticherie. Attraversandoli, ci si può abbandonare a una sorta di sortilegio: come per incanto, dal presente transitiamo verso età lontane, tra simbologie e segni difficili da decodificare. Vittima di questo sortilegio è Mimmo Jodice. Come rivelano i suoi cicli sull’archeologia (si pensi a Mediterraneo). E la nuova avventura in cui ora è impegnato: la mostra, curata da Marie-Laure Bernadac, che aprirà tra qualche settimana al Louvre di Parigi (dal 20 maggio al 15 agosto). Si tratta di un evento, che rientra nella serie di esposizioni promosse dalla prestigiosa istituzione francese, tese a valorizzare il patrimonio storico-artistico esistente in una prospettiva contemporanea: significative personalità — come Anish Kapoor, Joseph Kosuth, Louise Bourgeois, Lucian Fabro, Nan Goldin e Tony Cragg — sono state invitate a rileggere quadri e sculture del passato, suggerendo sofisticati giochi di corrispondenze, di rinvii, di dissonanze. (more…)

Wall Street, una scommessa con la morte

aprile 23, 2011

Si chiamano “Death bonds” e per i colossi assicurativi come AIG sono una clamorosa risorsa di reddito. Derivati finanziari costruiti sulle polizze sulla vita, vengono scambiati cedendo il diritto di riscossione al momento del decesso. Lasciando compagnie e fondi a scommettere sui giorni e i mesi che restano ai malati terminali o agli anziani

Matteo Cavallito per “Il Fatto

Fanno talmente schifo che persino le agenzie di rating, che certo non eccedono in sensibilità, si rifiutano categoricamente di prezzarle. Colpa delle difficoltà oggettive di valutazione certo, ma anche, almeno questo si spera, della pessima quanto meritata reputazione di titoli senza scrupoli.Securities che non garantiscono certo un ritorno di immagine e che per questo non vengono pubblicizzate volentieri. Ma anche strumenti di profitto che giocano su una scommessa molto particolare. Quella sulla morte del sottostante. Ovvero dell’essere umano in questione.

Si chiamano “Death bonds” e il nome è già un programma. Sono titoli derivati costruiti sulle assicurazioni sulla vita. Vengono scambiati cedendo il diritto di riscossione e alla fine dei giochi generano un profitto sul decesso del titolare iniziale. Una sorte di speculazione sul caro estinto, anzi sul morituro. (more…)

Elenora Duse, da qui alla modernità

aprile 23, 2011

Prima ambasciatrice dell’arte italiana nel mondo ha inaugurato la figura dell’attrice-manager

Osvaldo Guerrieri per “La Stampa

Dunque è vero che Eleonora Duse è stata la più formidabile, seducente, enigmatica, tormentata ambasciatrice culturale che l’Italia abbia avuto nei decenni tra l’Otto e il Novecento. La prova è lampante. E’ sufficiente inoltrarsi fra i reperti della mostra Eleonora Duse, viaggio intorno al mondo per cogliere i segnali di una grandezza d’attrice dinanzi alla quale i sovrani della Terra, gli scrittori più vezzeggiati d’Europa e i più rocciosi rivoluzionari del pensiero e dell’arte cadevano in adorazione. E senza che Eleonora concedesse un’unghia al divismo, neppure quando recitava negli Stati Uniti dove, già allora, tutto era promotion. «Eleonora Duse ha fatto più sensazione sui giornali, con la sua modesta reticenza, della Bernhardt con le sue trovate» proclamava il New York Dramatic Mirror nel 1893. Qualche decennio più tardi, rievocando una lontana recita del Gabbiano di Cechov di cui era stato spettatore, il filosofo spagnolo Ortega y Gasset si lasciava andare a questa confidenza: «Ricordo l’impressione che mi fece, adolescente, la famosa attrice Eleonora Duse, una donna alta, consumata, che non era più giovane e mai fu bella, \ che sprigionava, nei suoi occhi e nelle sue labbra, un movimento di uccello ferito, colpito all’ala \ Noi rapaci del tempo uscimmo dal teatro col cuore contratto, e con una specie di fuoco fatuo in esso, che è il fuoco dell’amore adolescente». (more…)

Lo spettro del neopopulismo nell’Europa modello Wal-Mart

aprile 22, 2011

di Massimo Mucchetti, Corriere della Sera, 21 aprile 2011, da “Micromega

Un nuovo spettro si aggira per l’Europa: il populismo nazionalista, generato dalla frattura tra classi dirigenti e masse popolari. Non è una bella notizia. E perciò ci si chiede come lo si possa esorcizzare. Ernesto Galli della Loggia [sul Corriere della Sera, ndr] ha ieri individuato le origini di questo dilagante fenomeno politico nei principi guida delle élite intellettuali ed economiche del Vecchio continente: l’internazionalismo, l’espansione illimitata dell’individualismo e dei suoi diritti, l’idolatria del proceduralismo consensualistico, l’economia quale supremo regolatore delle attività umane.

La maggioranza della popolazione europea, privata dalla storia dell’opzione socialista e comunista, sta perdendo nello stesso tempo sia il Welfare, che protegge dall’atavica paura del domani, sia la Nazione, la famiglia allargata che aiuta a sopravvivere nel vasto mondo. Perciò i ceti più deboli si sentono isolati e ascoltano chi gli parla al cuore e al portafoglio anziché chi gli fa prediche illuministiche, ancorché il messaggio sia classificabile come «di destra» dagli analisti politici. È già accaduto tra le due guerre mondiali. Eppure… (more…)

«Creo giocattoli ma amo Poussin»

aprile 22, 2011

Jeff Koons: colleziono il ’600, m’ispiro a Duchamp e faccio ciò che diverte. A Venezia ha inaugurato «Elogio del dubbio»

Pierluigi Panza per “Il Corriere della Sera

Jeff Koons e Damien Hirst sono le star nichiliste dell’arte contemporanea. E sfidano la morte in maniera opposta. Il primo la elude, offrendo alla vista quelli che Ernst Bloch chiamava i «desideri semplici»: un grande cuore, un salvagente colorato… Hirst, invece, l’affronta in un corpo-a-corpo con i suoi animali in formaldeide. Entrambi sono collezionati da François Pinault che, questa volta, punta su Koons per la mostra «Elogio del dubbio». In questa seconda esposizione proposta dal magnate bretone della moda per Punta della Dogana, la curatrice Caroline Bourgeois ha scelto di esporre – tra quelle di diciannove artisti – sei opere di Koons. Tra le quali «Hanging Heart», l’enorme cuore in acciaio color magenta, griffe di questo artista dal sorriso hollywoodiano valutata, spicciolo più spicciolo meno, 23 milioni di euro. «Sono contento di essere qui – ha raccontato Koons passeggiando tra le sue opere all’inaugurazione -. L’architettura di Punta della Dogana è meravigliosa e l’installazione è realizzata con cura. Sono molto soddisfatto della relazione con Pinault: lui ha uno stile molto preciso». (more…)

Cos’è la cultura di destra?

aprile 21, 2011

Come i miti conservatori e reazionari sono entrati a far parte del nostro patrimonio culturale. Anche di sinistra

Marco Filoni da “Il Fatto”

Cos’è, oggi, la cultura di destra? La domanda non è poi peregrina. Quando Furio Jesi, nel 1979, compilava il suo Cultura di destra (appena ripubblicato dall’editore Nottetempo, in un’edizione ottimamente curata da Andrea Cavalletti), poteva rispondere indicando un panthéon di scrittori, filosofi e intellettuali di riferimento che avevano declinato questa cultura.

Oggi invece avremmo qualche problema in più. Allora erano vivi e vegeti alcuni valori, gridati ad alta voce e scritti con l’iniziale maiuscola: Tradizione, Cultura, Giustizia, Rivoluzione, Libertà. Come disse lo stesso Jesi in uno dei testi acclusi alla nuova edizione, «una cultura, insomma, fatta di autorità, di sicurezza mitologica circa le norme del sapere, dell’insegnare, del comandare e dell’obbedire». Esser di destra significava poter contare sul passato, sulla sua autorità – che è poi autorità del Padre. Oggi invece pare essersi compiuto l’omicidio rituale di quel padre: al Passatosi è sostituito il Futuro. La cultura di destra non è più tradizionale, conservatrice, ma futurista (e perciò futuribile?); all’alveo di numi tutelari non sono stati trovati degni sostituti. (more…)

Il muro giusto tra la banca e la finanza

aprile 21, 2011

Giacomo Vaciago per “Il Sole 24 Ore

In una conferenza tenuta a Francoforte il 23 marzo scorso, il Presidente Trichet ha detto che «siamo a metà strada» nel percorso delle riforme necessarie per evitare altre crisi finanziarie gravi come quella che stiamo vivendo. E ha esplicitamente citato tra quanto ancora richiede ulteriori riflessioni il problema delle «istituzioni finanziarie importanti da un punto di vista sistemico».

È questo il modo con cui nell’ultimo anno abbiamo superato la precedente definizione di banche «troppo grandi per fallire». Ma a questo progresso dal punto di vista analitico – ovvio che i problemi non derivano dalla dimensione, ma dal ruolo sistemico di una istituzione finanziaria – non si è ancora accompagnata un’equivalente precisione teorica e pratica. In concreto, come si misura “l’importanza sistemica” di un’istituzione finanziaria, e come si evita che ciò produca – o aggravi – una crisi finanziaria?
È proprio di questo che si sta discutendo in questi giorni a Londra e a Washington e indirettamente la cosa finirà col riguardare anche noi. Proviamo a chiarire i termini della questione.

Sappiamo che alla base della crisi c’è anche la commistione tra banca e finanza che una volta era l’eccezione, ma da vent’anni è diventata la regola. Nel 1999, fu abolita (ma già negli anni precedenti si approvavano eccezioni) quella normativa, la Glass Steagall degli anni 30, che separava nettamente credito bancario e finanza. Una normativa pensata a fini di tutela dei clienti, per evitare – come già si era scoperto allora – che le banche “cartolarizzassero” le partite in sofferenza e così le potessero infilare nei portafogli dei clienti. Ma che aveva indirettamente garantito stabilità al sistema finanziario mondiale.
Dobbiamo tornare a Glass Steagall e separare di nuovo in modo radicale le due istituzioni? O basteranno i “muri interni” che separano le due attività? La “regola di Volcker” che è incorporata nella nuova legge americana si accontenta di questa seconda versione, e lo stesso concetto di separare e proteggere l’attività di banca commerciale è stato adesso proposto a Londra dalla Commissione Vickers. Gli applausi degli interessati non sono mancati, perché ovviamente le grandi istituzioni finanziarie sussidiano con gli utili che fanno con la finanza le attività molto più importanti, ma costose e poco convenienti che fanno gestendo il sistema dei pagamenti e concedendo credito alle imprese di minor dimensione.

È un dibattito questo che aiuta a capire i problemi finanziari del mondo, e che stranamente stiamo lasciando solo agli interessati nel loro quotidiano confronto con le autorità di vigilanza (Banche centrali, Fsa a Londra, Fdic a Washington…). Non se ne è affatto accorta la politica – Parlamenti e Governi – cui pure dovrebbe stare a cuore la ricostruzione di un sistema finanziario più stabile di quello che si è rotto nell’agosto 2007 e che ancora stiamo tenendo insieme grazie alla troppa liquidità messa in circolo dalle Banche centrali.

Non si riuscirà ad iniziare in modo affidabile la pur necessaria exit strategy dalle attuali politiche monetarie di emergenza, fin tanto che non si è chiarito con quali regole nuove deve ripartire l’intermediazione finanziaria. Gli stessi stress test sarà bene rifarli anche tenendo conto di questo aspetto cruciale.

See you, See me, scatti d’Africa

aprile 21, 2011

Trentatré fotografi per raccontare la storia dell’Africa dagli anni Sessanta a oggi. Tra i colori della pellicola e il bianco e nero, il vero protagonista è il ritratto. See you, See me, questo il nome della mostra, è un progetto itinerante a cura di Awam Amkpa, e illustra l’evoluzione della fotografia africana post-coloniale. “Questo progetto – scrive il curatore – racconta la storia della fotografia africana e la sua influenza sull’immaginario non africano dell’Africa nonché la diaspora in tutte le sue diversità. Insieme, le fotografie sono testi di soggettività africane, archivi di storia e di società in via di sviluppo e metodi per comprendere come le immagini contribuiscono all’emancipazione”. L’esposizione, che sarà ospitata dalle Officine fotografiche di Roma dal 4 maggio al 4 giugno, vede tra i protagonisti T Malick Sidibé, J. D. Okhai Ojeikere, Cedric Nunn, Zak Ové e Zanele Muholi – di Adele Sarno. Altre foto qui

L’Egitto al bivio: da che parte stanno i Fratelli Musulmani?

aprile 21, 2011

Original Version: Egypt at a crossroads; where does the Muslim Brotherhood stand?

In questo momento cruciale della storia egiziana, i Fratelli Musulmani devono dire chiaramente se stanno con le forze rivoluzionarie o con quelle forze che vogliono talebanizzare l’Egitto – scrive l’analista egiziano Emad Gad

da “Medarabnews

***

Anche se i Fratelli Musulmani non sono stati uno dei gruppi promotori delle proteste del 25 gennaio, si sono presto uniti alla lotta partecipando con le forze nazionaliste alle manifestazioni che si sono trasformate in una rivoluzione popolare. I giovani dei Fratelli Musulmani hanno svolto un ruolo efficace e vitale nella rivoluzione insieme alle forze civiche provenienti da tutto il panorama politico per creare lo “spirito di piazza Tahrir”. I Fratelli Musulmani non hanno partecipato fin dal primo giorno, a causa del modo in cui il gruppo vede se stesso e le forze nazionaliste. Il gruppo ritiene di essere l’unica forza organizzata nel paese, e che se non avesse partecipato, allora le altre forze non sarebbero riuscite a radunare più di poche centinaia di seguaci, dato che i Fratelli Musulmani rappresentano l’unico gruppo in grado di mobilitare  centinaia di migliaia di partecipanti.

Dal momento che l’appello a manifestare del 25 gennaio non era stato lanciato dai Fratelli Musulmani, il gruppo ha deciso di non prendervi parte. La supposizione preliminare era che le proteste del 25 gennaio avrebbero fallito, e che sarebbero state come le precedenti, alle quali avevano  partecipato poco più di qualche centinaio di manifestanti. Appena la manifestazione del  25 gennaio si è dimostrata un successo ed il movimento si è rafforzato, i Fratelli Musulmani hanno deciso di partecipare in modo da non essere lasciati indietro in questo momento politico di importanza cruciale. (more…)

Intervista a Marco Travaglio

aprile 21, 2011

1- CHE DIVI METTIAMO IN COPERTINA, OGGI? UN POLITICO (BERSANI), UN CANTANTE (JOVANOTTI), UN CHITARROSO (VASCO ROSSI), UN’ATTRICE (MARGHERITA BUY), UN TELEVISIVO (FACCHINETTI & BELEN)? MACCHÉ! OGGI LA VERA STAR È DI CARTA: MARCO TRAVAGLIO! – 2- “UNA VOLTA GRAN PARTE DEL TEMPO LA DEDICAVI A CERCARE NOTIZIE, OGGI LA PASSI A LITIGARE CON I CAPI PER FARTELE PUBBLICARE – HO SCRITTO UN LIBRO SULLE TANGENTI DELLA FIAT E MI SONO BRUCIATO OGNI CHANCE DI LAVORARE ALLA STAMPA – 3- “CON SANTORO LITIGO SOLO SU ISRAELE. LUI È PIÙ FILOPALESTINESE, IO PIÙ FILOISRAELIANO. LUI PIÙ LIBERTARIO, IO PIÙ GIUSTIZIALISTA: SE UNO RUBA, VADA IN GALERA” – 4- A DAR RETTA AI GIORNALI, HO AVUTO RELAZIONI CON TUTTE LE RAGAZZE DI “ANNOZERO”: BEATRICE, MARGHERITA, RULA. BASTA CHE CI VADA INSIEME AL RISTORANTE. A LIBERO, LELE MORA HA PERSINO DETTO CHE HO UN PIED-À-TERRE A BRESCIA” – 5- CONTRO IL COMMISSARIO DAVANZONI, “REPUBBLICA” ANTI-RICCI, SAVIANO E FABIO FAZIO –

Sara Faillaci per Vanity Fair, da “Dagospia

A Marco Travaglio avevo chiesto di raccontare l´origine della sua crociata contro Silvio Berlusconi.
Torinese, 47 anni, esperto cronista giudiziario e politico, autore di libri inchiesta di successo, da cinque anni punta di diamante di Annozero (durante i suoi monologhi lo share si impenna), dal 24 settembre del 2009 è anche uno dei fondatori (e da pochi mesi vicedirettore) del Fatto Quotidiano, giornale diretto da Antonio Padellaro che dopo un anno e mezzo di vita vende già centomila copie. Fenomeno editoriale tanto più sorprendente perché si regge economicamente sulle proprie forze, senza dipendere da poteri forti né da partiti e senza ricevere contributi statali.

Per le pungenti critiche al premier, e per il fatto di avere collaborato in passato a quotidiani schierati a sinistra (La Repubblica, l´Unità), viene considerato da molti riconducibile a quell´area politica. Ma la sua formazione è liberale e conservatrice, e Montanelli il suo riferimento prima ancora di diventare il suo direttore (l´ha assunto due volte, nell´92 al Giornale e nel ´94 alla Voce).

Proprio per ricordare il padre del giornalismo italiano a dieci anni dalla scomparsa (il 22 luglio del 2001), porta in teatro uno spettacolo che debutta a Bologna il 29 aprile. A lui il compito di parlare di disinformazione dei giorni nostri; all´attrice Isabella Ferrari quello di leggere i testi di Montanelli.

Quindi la sua crociata contro Berlusconi ha origini sentimentali.
«Quell´episodio mi ha aperto gli occhi. A quell´epoca erano ancora in molti a credere alla rivoluzione liberale che propagandava Berlusconi. Ma le pare che un liberale butti fuori un Montanelli perché è troppo libero?». (more…)

SILENZIO, PARLA HAROLD BLOOM

aprile 21, 2011

IL PIÙ CELEBRE CRITICO LETTERARIO SBATTE AL MURO I BLUFF DI CARTA: “NON RIUSCIRÒ MAI A CAPIRE L´ENTUSIASMO PER DAVID FOSTER WALLACE E JONATHAN FRANZEN. HO FINITO DA POCO ’’FREEDOM’’ E MI SEMBRA PYNCHON IN VERSIONE ANNACQUATA” – “NON CI SI PUÒ SUICIDARE INTELLETTUALMENTE DIVORANDO AUTORI COME LA ROWLING O STANDO NEL GRIGIO OCEANO DEL WEB” – “CORMAC MCCARTHY HA SCRITTO IL LIBRO PIÙ BELLO E IMPORTANTE: “MERIDIANO DI SANGUE” È QUASI AL LIVELLO DI MOBY DICK”…

Antonio Monda per “la Repubblica“, da “Dagospia

A ottant´anni, Harold Bloom pubblica un libro di critica letteraria che si presenta come una summa della propria opera, e sceglie come titolo ”L´anatomia dell´influenza”. La letteratura come stile di vita, con riferimento evidente a L´angoscia dell´influenza, uno dei suoi testi più importanti scritto 40 anni fa. Il nuovo libro – in uscita negli Stati Uniti all´inizio di maggio (in Italia lo pubblica Rizzoli in autunno) – ha un tono crepuscolare ed estremamente personale, più vicino a un testo di memorie («mi sono innamorato della poesia di Hart Crane nell´estate del 1940, quando stavo per compiere dieci anni») che ad uno di critica, al punto che lo stesso autore lo definisce il proprio “canto del cigno virtuale”.

Bloom parla degli autori che ama come se si trattasse di amici personali, anche nel caso di scrittori del passato, perché dalla loro lettura ha tratto un nutrimento esistenziale. A cominciare da Shakespeare e Whitman, le passioni di sempre sono analizzate con un misto di erudizione e giudizi tranchant, cercando di capire qual è il rapporto tra arte ed esistenza, e come la prima possa aiutare a capire il mistero della seconda.

Bloom scrive a lungo di Lucrezio e Leopardi, James e Eliot, Dante e Petrarca, Milton e Marlowe, interrogandosi sul perché l´influenza di alcuni scrittori sia superiore a quella di altri, e ribadendo che le influenze letterarie seguono un percorso labirintico.

«Ritengo che la critica, per come ho sempre tentato di interpretarla, sia in primo luogo letteraria, e con questo intendo personale e passionale. Non si tratta di filosofia, politica o religione: nei casi più alti è una forma di letteratura sapienziale, e quindi una meditazione sulla vita».

Cosa sarebbe stata la sua vita senza la letteratura?
«Sarei morto molto tempo fa, e non voglio che questa appaia come una dichiarazione romantica, ma come qualcosa di molto concreto. Ho superato gli ottant´anni e a cominciare dai sessanta ho avuto una serie di crisi di salute, che si sono accentuate negli ultimi tempi, con un infarto, un´operazione a cuore aperto, una brutta caduta e una misteriosa infezione al ginocchio. Nei lunghi periodi di riabilitazione la mia vera terapia è stata la lettura, in particolare la poesia: l´ho letta, recitata e meditata». (more…)

Tutta la vita per uno scatto

aprile 21, 2011

PIETRO MASTURZO*, da “La Stampa

C’è chi per lavoro rischia la vita per uno scatto come quello che vedete qui .

A molti sembrerà impossibile, nell’era delle immagini catturate con il cellulare. È ciò che facevano Tim, morto ieri a Misurata, Chris, l’autore della foto e gli altri rimasti feriti. Le nostre strade si erano incrociate nelle ultime settimane. Anch’io ero in Libia fino a pochi giorni fa, a fare lo stesso lavoro. Una fine che ho vissuto quasi in diretta, nonostante la lontananza: me l’ha raccontata da Misurata su Facebook un amico fotografo norvegese, André Liohn, pochi minuti dopo essersi trovato di fronte ai corpi straziati. Ne sono rimasto scioccato sul piano umano, ma purtroppo non sorpreso su quello professionale, perché la Libia in guerra è sicuramente uno dei luoghi più pericolosi in cui mi sia capitato di lavorare.

Per quanta tensione ci fosse in piazza Tahrir al Cairo, per quanti rischi si possano correre in Iran, niente è paragonabile al caos che domina la prima linea di questa guerra. Anche e soprattutto perché il problema principale è capire dove sia, quella prima linea. Da Bengasi mi sono avventurato sulle strade della Libia con l’esercito dei ribelli e ho scoperto quanto sia azzardato chiamarlo «esercito». Per la gran parte si tratta di ragazzi armati d’improvviso e volontari, senza un’idea di cosa devono fare. Stando con loro, si rischia di trovarsi di fronte alle truppe di Gheddafi senza essersi neppure resi conto di avere oltrepassato l’immaginaria linea del fronte.

I giornalisti, i fotografi, gli operatori Tv che stanno raccontando questa guerra, corrono rischi enormi. Lo si capisce dall’alto numero di coloro che sono già stati rapiti, o sono finiti in qualche modo nei guai. Neppure professionisti di grande esperienza come Tim, Chris e gli altri colleghi rimasti feriti ieri, purtroppo, possono muoversi con quel minimo di sicurezza necessario.

Sacrifici come questi ci ricordano che anche in un’era di sovrabbondanza di immagini come la nostra, continuano a esserci testimoni che rischiano la vita per offrire qualcosa di più. Che cosa? Ammiro molto gli scatti amatoriali come quelli della gente che aveva invaso piazza Tahrir: sono immagini essenziali, più «pure» di quelle che cerca di catturare un professionista. Penso però che ci sia bisogno, insieme e a integrazione di questi documenti catturati all’istante, anche del lavoro di giornalisti che provino ad andare «oltre», offrendo immagini che possono indurre alla riflessione su eventi di portata storica. Per questo c’è chi solleva un teleobiettivo in luoghi dove altri impugnano le armi.

*Vincitore del World Press Photo 2009

“Mauro intuì quelle complicità dopo un incontro con Borsellino”

aprile 21, 2011

L’assassinio di Rostagno, parla la compagna Chicca Roveri. “Prima di morire indicò nella loggia massonica Scontrino il luogo d’incontro fra mafiosi e insospettabili. Nella Trapani di quegli anni alcuni magistrati erano fedeli allo Stato, mentre altri aiutavano Cosa nostra”

Giuseppe D’Avanzo per “la Repubblica

Chicca Roveri, la compagna di Mauro Rostagno, non ha avuto modo di apprezzare il rigore del giornalismo italiano. È questo il suo esordio: “Non riuscirò mai a capire la leggerezza con cui fate il vostro lavoro. Non capirò il silenzio che circonda il processo per la morte di Mauro”. “Non ci vuole molto per comprendere che l’ostinazione a negare la mano mafiosa nell’assassinio di Mauro vuole nascondere responsabilità che sono ancora oggi vive. Quell’abbozzo di racconto giornalistico che si fa di questo processo è strabico. Da un lato, non “vede” la mafia e non ne parla; dall’altro, con testardaggine vuole tornare indietro a moventi che già sono stati liquidati dal lavoro dei pubblici ministeri di Palermo e nonostante i mille depistaggi. Oggi gli appunti ritrovati di Mauro 1chiariscono di che cosa si stava occupando e chi doveva preoccuparsi per le sue inchieste e mi rende finalmente chiaro che cosa è accaduto e perché mi è accaduto”.

Ricordiamo che lei è stata arrestata come complice degli assassini di Mauro nel 1996 e del tutto scagionata dalla procura di Palermo. Ma andiamo per ordine. Cominciamo dagli appunti di Mauro. Che cosa c’è scritto e perché sono così importanti?
“Dico prima del perché sono importanti. Gli appunti svelano quali erano le complicità tra Stato e Mafia che Mauro aveva intuito e intendeva raccontare nelle sue trasmissioni. È rilevante raccontare come e quando Mauro raccoglie quella scheda. Mauro era convinto che Trapani fosse alla vigilia di una “primavera civile”. Credeva che magistrati e forze dell’ordine si stavano dando da fare e si attendeva che anche la città si sarebbe presto scossa. Poi, qualche mese prima di essere ucciso, Mauro incontrò – era il luglio del 1988 – Paolo Borsellino e il giudice raffreddò molto il suo entusiasmo. Borsellino gli disse che era in corso una “normalizzazione”, al contrario, e le inchieste stavano rallentando. Fece anche i nomi dei responsabili di quell’insabbiamento. Gli fece il nome di un giudice dell’ufficio istruzione, di un dirigente della polizia giudiziaria. È un fatto che Mauro, dopo quell’incontro, annota dei nomi e alcuni nessi con l’omicidio del sostituto procuratore Gian Giacomo Ciaccio Montalto e il potere della famiglia dei Minore”. (more…)

Così Gozzano agitò i critici

aprile 21, 2011

Autografi e glosse dei «Colloqui»

Giorgio De Rienzo per “Il Corriere della Sera

L’esame degli autografi dei Colloqui di Gozzano mostra che, se le date di scrittura delle poesie vanno dall’estate del 1907 all’autunno del 1910, il grosso della raccolta è composto nel 1909. Ci sono due lettere distanziate da un anno. Il 3 agosto 1907 Gozzano risponde a una domanda di De Frenzi e parla di una prossima raccolta di versi. «Vi manderò un fascicoletto di cose mie», dice: «E così, di quando in quando, fino a che, fra qualche anno, ne risulti tale mole, da poterne trarne un volume breve, ma scelto». Un anno esatto dopo, in una lettera alla Guglielminetti, parla di un «volume futuro» e organico di cui ha già posto le «prime fondamenta». (more…)

Quell’uomo sfigurato spezza il delitto-castigo

aprile 20, 2011

Gianfranco Ravasi, L. Alonso Schokel per “Il Sole 24 Ore

Durante il pranzo ufficiale che lo scorso 25 marzo il Gran Cancelliere della Sorbona di Parigi, Patrick Gérard, mi aveva offerto in quell’Università al termine dell’evento inaugurale del «Cortile dei Gentili» per il dialogo tra credenti e non, ho avuto occasione di incontrare anche uno dei maggiori studiosi attuali di Pascal. A un certo punto, parlando della temperie della società contemporanea, egli ha iniziato a citare a memoria uno dei Pensieri, il 693 del l’edizione Brunschvicg, che anch’io ricordavo, ma del quale non immaginavo la potenza espressiva. Ecco, desidererei ora evocarne qualche riga, perché è la via più diretta per introdurre la particolare riflessione tematica che vorrei proporre alle soglie di questa Pasqua. (more…)

La Chiesa contro l’Urss: il secolo delle due religioni

aprile 20, 2011

Paolo Mieli per “Il Corriere della Sera”

Nel settembre del 1925, a meno di due anni dalla morte di Lenin, John Maynard Keynes fece un viaggio in Russia, di cui diede poi conto in un brillante saggio (in Italia lo ha pubblicato Adelphi all’interno del libro Sono un liberale?, con prefazione di Giorgio La Malfa). In questo saggio scrisse: «Il leninismo è la combinazione di due cose che per secoli gli europei hanno tenuto in diversi compartimenti dello spirito: la religione e gli affari. Noi siamo sconcertati perché è un nuovo tipo di religione, e sprezzanti perché gli affari, essendo subordinati alla religione anziché viceversa, sono tutt’altro che redditizi» . Fin da quando ha mosso i suoi primi passi sulla scena pubblica mondiale, il comunismo è stato considerato da molti come una religione. Ciò nonostante, pochi hanno approfondito i complessi rapporti che il movimento ispirato a Karl Marx ha avuto, dal 1917 al 1989, con la Chiesa cattolica. Chi volesse orientarsi in questo campo può leggere il fondamentale libro di Hans Jakob Stehle sulla politica orientale del Vaticano dal 1917 alla metà degli anni Settanta (mai tradotto, però, dal tedesco), quello di Andrea Riccardi, Il Vaticano e Mosca 1940-1990 (Laterza), e quello di Pietro Neglie, La stagione del disgelo. (more…)

Cinecittà si mette in mostra

aprile 20, 2011

Se la Francia avesse posseduto Cinecittà ne avrebbe fatto un monumento nazionale. O un parco a tema da far impallidire Euro Disney . In Germania invece sarebbe diventata museo con biblioteca, magari a numero chiuso per soli studiosi di prestigio. E in Inghilterra uno spazio espositivo per installazioni di artisti e architetti con seguito di fotografie pronte a diventar borsette e magliette. Noi invece, niente. Tanto abbiamo già il Colosseo. Sebbene malconcio anche quello. Dunque ben venga questo improvviso bisogno di festeggiare il 74simo anniversario di Cinecittà (la data è insensata ma il fine giustifica) con una mostra, “Cinecittà SiMostra (dal 29 aprile) che ne ripercorra le gesta e faccia entrare il pubblico in quel che resta degli studi e dei giardini che hanno visto Cleopatra e Ben Hur, Fellini e Rossellini, Liz e Burton innamorati, Peppone e Don Camillo, Marcello e Sofia e tutte le meravigliose maestranze che sapevano (e sanno ancora) ricostruire Roma Antica e la Sistina, Firenze nel Medioevo e Manhattan senza grattacieli come l’ha immaginata Scorsese per “Gangs of New York”. Lui l’ha immaginata appunto, ma è Cinecittà ad avergliela ricostruita. di Alessandra Mammì. Altre foto qui

IL PASSATO CHE TI TRAPASSA

aprile 20, 2011

C’È CHI MAFIA, C’È CHI NO: I DESTINI DIVERSI DI RAUL GARDINI E SILVIO BERLUSCONI – GARDINI NEL LUGLIO DEL 1993 SI SPARÒ UN COLPO ALLA TEMPIA. IL CAVALIER INVECE DECISE DI ENTRARE IN POLITICA CON IL BUNGA BUNGA CHE SAPPIAMO – ENRICO DEAGLIO RIPERCORRE LA VITA DEL “CONTADINO” CHE SOGNÒ DI PRENDERE IL POSTO DI AGNELLI COMPRANDO LA MONTEDISON E METTENDOSI COSÌ CONTRO I POTERI FORTI…

Enrico Deaglio per “Vanity Fair” del 13/4/2011, da “Dagospia

Bisognerebbe fare un film su Raul Gardini; se fosse vissuto da loro, gli americani lo avrebbero già fatto.

Io lo comincerei qui dove siamo: a mille metri sulle Alpi Apuane, tra gli anfiteatri e i precipizi del marmo statuario che hanno fatto la storia del mondo: vertigine e bianco abbacinante. Qui – dove Michelangelo vedeva nei blocchi di pietra quello che sarebbe stato Mosè o il Cristo adagiato nelle braccia della madre – nella prima scena, ci metterei proprio lui, Raul Gardini, che passa radente alle cave sul suo aereo privato, accarezza felice una testa femminile sbozzata nel marmo che ha fatto sistemare sul sedile accanto, legata alla meglio tra gommapiuma e la cintura di sicurezza, e dice: «Sei mia, ora la storia è mia». Non era vero, però: quel marmo lo condivideva con Cosa Nostra, che pochi anni dopo lo spinse al suicidio. (more…)

Il premio Pulitzer è digitale. Anche nel romanzo

aprile 20, 2011

Il prestigioso premio giornalistico assegnato per la prima volta a un’inchiesta pubblicata solo on line. Nella narrativa vince un libro in cui per 70 pagine la storia è raccontata con “diapositive” di PowerPoint

Stefania Vitulli per “Il Giornale

Il giornalismo è morto, viva il giornalismo. C’è chi scrive sempre più spesso, soprattutto negli Stati Uniti (ma anche da noi la tendenza si afferma: vedi le tesi di Enrico Pedemonte in Morte e resurrezione dei giornali, Garzanti, e quelle di Bruno-Mastrolonardo nel recente La scimmia che vinse il Pulitzer, Bruno Mondadori) che per uno dei più antichi mestieri del mondo il Rinascimento stia per arrivare, proprio quando si danno per spacciati la carta stampata e il primato della notizia. Ma negli Stati Uniti ogni cambiamento è un’opportunità e l’assegnazione dei Pulitzer 2011, avvenuta l’altroieri, lo dimostra.
Caduta la barriera dell’ammissione per le testate online, saltati i pregiudizi per cui chi non esce in edicola è giornalista di «serie B», il sito ProPublica, alimentato da 32 reporter specializzati nel non profit, che lo scorso anno si era aggiudicato il riconoscimento per il «giornalismo investigativo», ha fatto passi da gigante. (more…)

Gregotti: archistar vil razza dannata

aprile 20, 2011

«Come i progettisti sovietici, ma al posto del realismo socialista adottano quello dei soldi». Parla l’urbanista che in un libro lancia l’allarme: la città sta per finire

Francesco Rigatelli per “La Stampa

L’ultimo erede della linearità modernista, l’architettura dei Rogers, dei Belgiojoso, degli Albini che ha ridato semplicità all’Italia dopo il fascismo, lavora a un tavolo identico a quello dei suoi collaboratori nello studio a lui intitolato dietro il carcere di San Vittore. Davanti alla vetrata sul giardino interno gli fa compagnia una di quelle radio rosse che si aprono in due disegnate da Zanuso. «Musica classica, lavoro di squadra, ordine, precisione. L’ho imparato a Novara, nella fabbrica tessile di mio padre, insieme alle ragioni di tante lotte ma anche alla volontà di miglioramento». La Bossi, l’azienda di famiglia, ora è in mano ai nipoti e Vittorio Gregotti a 83 anni è il decano dei grandi urbanisti italiani.

Nel suo libro appena uscito da Einaudi, Architettura e postmetropoli, lancia l’allarme: la città sta per finire. Davvero possibile?
«Fuori dall’Europa la tendenza è questa. A grande velocità la metropoli rinuncia al disegno urbano per una periferia infinita. Il caos è l’ordine del nuovo mondo, anche se allo stesso tempo è un’attrazione per le campagne grazie al lavoro e al modello di vita promesso». (more…)

Attentato a Wojtyla, l’ultima verità, il mistero della terza pallottola

aprile 20, 2011

Il numero di colpi sparati e la reale identità dei mandanti. Trent’anni fa Giovanni Paolo II fu ferito da Alì Agca. Nuove carte e testimonianze smontano le ipotesi finora tracciate. Esecutori e mandanti furono gli stessi: i Lupi grigi. Una montatura della Cia dietro la pista bulgara. E la giustizia italiana fallì

Marco Ansaldo per “la Repubblica

“Se solo il Vaticano parlasse… Il Santo Padre, quel benedett’uomo, ci nascose persino la pallottola che gli uomini della sua sicurezza raccolsero sul pianale della papamobile. Noi giudici fummo tenuti all’oscuro di questo fatto per molto tempo, anni. Eppure si trattava di un elemento unico, determinante ai fini dell’indagine. Poi, in occasione di un anniversario dell’attentato, uno dei primi, il Pontefice andò a mettere il proiettile sopra la testa della Madonna di Fatima, in Portogallo”.
Fu Ilario Martella a condurre, dopo il primo rito per direttissima, la seconda inchiesta giudiziaria dell’atto di terrorismo forse più eclatante del XX secolo insieme all’omicidio di John Fitzgerald Kennedy a Dallas. Oggi quel dettaglio che l’anziano magistrato ricorda, assieme a quello – tutt’altro che secondario – di tre colpi sparati in piazza San Pietro invece dei due di cui si è sempre saputo e che raggiunsero il Papa, potrebbe contribuire ad alzare il velo sul mistero dell’attentato a Wojtyla. (more…)

Nico Naldini

aprile 20, 2011

«Mio cugino Pasolini l’ho idolatrato senza vergogna Quando rifiutai una Dama delle camelie di Zeffirelli»

Paolo Di Stefano per “Il Corriere della Sera”, Video

«Io non mi vergogno di idolatrarli, non ho fatto altro per tutta la vita». Nico Naldini ha da sempre una bella ossessione: ricordare i suoi amici. A loro ha dedicato libri e libri e ritratti formidabili: Giovanni Comisso, Goffredo Parise, Elsa Morante… Pier Paolo Pasolini, che anche se non fosse stato suo cugino, sarebbe comunque un amico speciale. «Per provare ammirazione non mi occorre Fellini, ho ammirato molto la donna araba che faceva da mangiare sotto le fucilate degli sgherri di Ben Ali…». Incontriamo Naldini a Milano, nella Libreria Utopia di via Moscova, ma la sua vita pendola da anni fra Treviso e la Tunisia, dove ha una casetta in un villaggio del Nord. Nel suo ultimo libro, Shahrazad ascoltami, affronta anche in termini crudamente realistici la sua omosessualità, filtrata da un narratore in terza persona e dall’artificio del manoscritto in bottiglia: «Combatto le considerazioni banali e convenzionali con cui si parla oggi dell’omosessualità: essere omosessuali comporta una visione della vita e una visività diverse. C’è un fondo drammatico non facilmente assimilabile che va ben al di là delle soluzioni invocate di solito. Volevo superare la tendenza alla confessione di chi dice: oh, Dio mio, quanto ho sofferto. Anche per questo sono incantato dall’agilità, dalle movenze naturali e dall’allegria del mondo arabo, che agli omosessuali non riserva i drammi, le finzioni e le banalità che si riscontrano qui da noi». (more…)

L’istmo della droga

aprile 18, 2011

I paesi dell’America Centrale gestiscono il triplo della droga di Messico e Caraibi messi insieme. In Guatemala c’è un rapporto di 46 omicidi ogni centomila abitanti: il doppio di quello del Messico

da “ilpost

Quando si parla di guerra dei narcos si pensa istantaneamente al Messico e ai suoi quotidiani massacri, ma da tempo le rotte della droga si sono spinte ben oltre i confini messicani e hanno finito per contaminare gran parte dell’America Centrale. L’Economist ha analizzato quello che è successo negli ultimi anni in un lungo articolo.

Il paese in assoluto più colpito dai traffici dei narcos è il Guatemala, dove c’è un rapporto di 46 omicidi ogni centomila abitanti: il doppio di quello del Messico e dieci volte tanto quello degli Stati Uniti. Subito dopo ci sono Honduras e il Salvador. Poi Nicaragua, Costa Rica, Panama e Belize. (more…)

1911-2011: l’Italia della scienza negata

aprile 18, 2011

Armando Massarenti per “Il Sole 24 Ore

Immaginate di vivere in un paese in cui l’egemonia culturale è dettata dallo spirito di un uomo che non eccelle solo nel proprio ambito, la matematica, ma è dotato anche di una visione generale, storica, critica, dei diversi saperi scientifici; e che ama ricollocarli, nel loro continuo intrecciarsi e progredire, entro una visione unitaria del sapere. Un uomo che, senza disdegnare le discipline umanistiche, è ben consapevole di quanto la scienza abbia contribuito, e potrà in futuro contribuire, alla crescita dell’industria, dell’istruzione generale, del vivere civile. (more…)