Il coraggio civile uno se lo può dare

Galante Garrone e Calvino contro Sciascia e Montale: un libro riscopre la polemica del 1977 ai tempi del processo alle Br

Alberto Papuzzi per “La Stampa”

Il coraggio, uno non se lo può dare. Il celebre aforisma con cui don Abbondio replica al cardinale Borromeo, che lo rimprovera di aver ceduto ai bravi, è stato al centro di una discussione che vide contrapporsi e polemizzare, nella primavera del 1977, da una parte Alessandro Galante Garrone e Italo Calvino, dall’altra Eugenio Montale e Leonardo Sciascia. Vale a dire: l’interprete più coerente dell’azionismo – e amata firma della Stampa -, il più grande poeta italiano e due tra i nostri maggiori scrittori. Questo episodio della vita culturale è rievocato in un libro fresco di stampa: Storico per passione civile, a cura di Aldo Agosti (Edizioni dell’Orso), atti di un convegno torinese di tre giorni (novembre 2009) dedicato alla straordinaria personalità di Alessandro Galante Garrone. La vicenda del 1977 è raccontata nel saggio di Pier Giorgio Zunino, storico dell’Università di Torino, sul radicalismo etico che contrassegnava il «vecchio azionista impenitente».

Erano gli anni cupi del terrorismo. A Torino si doveva celebrare il processo alle Brigate rosse, ma dopo l’assassinio, il 28 aprile, di Fulvio Croce, presidente dell’Ordine degli avvocati, che avrebbe dovuto scegliere i difensori d’ufficio dei brigatisti, non si trovavano giurati popolari per formare la corte d’assise. In un’atmosfera che sembrava preludere a una resa dello Stato alle Br, il premio Nobel Montale, in una intervista al Corriere della Sera, alla domanda se avrebbe fatto il giudice in quel processo, rispondeva che no, avrebbe avuto la stessa paura di tutti gli altri. Perché non si può chiedere a nessuno di essere un eroe. E anzi aggiungeva che si poteva praticare il precetto evangelico «Non giudicare». La cosa lasciò Galante Garrone letteralmente «esterrefatto», come scrive Paolo Borgna nella sua biografia Un Paese migliore (dove pure si trattava il caso). Per cui prese, come si dice, carta e penna e vergò un editoriale per La Stampa dell’8 maggio («Il coraggio d’essere giusti») in cui dichiarava che la presa di posizione del poeta senatore a vita gli faceva pena, e citava invece un giovane torinese che aveva accettato di fare il giudice e a un giornalista che gli aveva chiesto come potesse fidarsi di uno Stato così poco efficiente aveva risposto: «Lo Stato siamo noi».

Cinque giorni più tardi, Italo Calvino riprendeva la discussione sul Corriere della Sera con un articolo intitolato «Al di là della paura», in cui si schierava con il «bell’articolo» di Galante Garrone. È in questo intervento che richiama la pagina manzoniana sul coraggio, argomentando però che ci sono momenti in cui «la paura non è più un dispositivo naturale per la sopravvivenza dell’individuo e della specie, ma una causa di pericoli maggiori per sé e per gli altri». Momenti in cui «la sola paura salutare è la paura di aver paura»; la quale anzi «riesce a ridare coraggio anche a chi l’ha perduto». È proprio nei frangenti in cui lo Stato mostra tutta la sua debolezza che bisogna credere in un residuo sentimento di solidarietà civile, in un’ultima fiducia nell’organizzazione sociale e nelle regole collettive: «Lo Stato oggi consiste soprattutto nei cittadini democratici che non si arrendono». In questo senso, concludeva lo scrittore, «lo Stato siamo noi».

Zunino commenta che tra i due, Galante e Calvino, vi fu «come un’agnizione». Ma nel frattempo si faceva vivo, sempre sul Corriere della Sera, anche Leonardo Sciascia, che sposava la causa di Montale: «Come non capisco che cosa polizia e magistratura difendano, ancor meno capisco che io, proprio io, fossi chiamato a fare da cariatide a questo crollo o disfacimento, di cui in nessun modo e minimamente mi sento responsabile». All’inizio di quell’anno, l’autore del Giorno della civetta aveva dato le dimissioni dagli incarichi politici accettati, e si trovava in una fase di acceso scontro con il partito comunista. Lo scetticismo con cui guardava alla diserzione dei giudici popolari preludeva alla posizione che avrebbe assunto nei giorni del sequestro di Aldo Moro: «Né con lo Stato né con le Br». Posizione elaborata nel libro più sciasciano di Sciascia, L’affaire Moro, sull’autenticità delle lettere dello statista.

Calvino e Galante replicano all’unisono. Questa volta è l’ex azionista a fare proprio il pensiero dello scrittore. Scrive Calvino («Il paese non può attendere», 15 maggio): «Sbaglia di grosso Leonardo Sciascia a credere al crollo o disfacimento o suicidio di un sistema di potere lasciato a se stesso. Se ciò avvenisse vorrebbe dire soltanto la creazione automatica di una versione peggiorata dello stesso potere, con le stesse storture, se queste storture non è la società stessa a eliminarle, una a una». Scrive Galante sulla Stampa del 29 maggio: «Qui si tratta di un dovere civico, di un dovere morale di solidarietà, di partecipazione operante alla vita della comunità». E quindi: «Caro Sciascia, responsabili ne siamo un po’ tutti. Lo Stato è fatto dei cittadini che non si arrendono». Echi di una stagione di polemiche tra intellettuali come oggi non sono immaginabili, aspre ma tese a salvare il salvabile.

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