Gazdanov, tanta guerra e poca pace per un classico russo sui taxi di Parigi

Daniele Abbiati per “il Giornale

Lontano dalla sua madre Russia, il russo è orfano. Ma quando si trova tra figli di nessuno, la «diafana tristezza» che porta in valigia diventa un fardello più leggero. Di «diafana tristezza», come la chiamerà lui più volte nei suoi libri, traboccava il cuore di Georgi Ivanovich Gazdanov (1903-1971) dopo la vittoria dei «Rossi» sui «Bianchi» nella guerra civile in cui aveva combattuto dalla parte “sbagliata”, immolando i suoi anni più verdi di speranza. Insieme a lui, la madre Russia perse migliaia di figli, caduti sui campi di battaglia o emigrati. Il giovane «Gajto» riparò prima in Turchia, dove il dorato splendore di Costantinopoli non gli fu di conforto, poi in Bulgaria, nella povera cittadina di Šumen, dove, se non altro, portò a termine gli studi ginnasiali. Infine a Parigi, nel ’23, diventata capitale dei figli di nessuno dopo gli effetti devastanti di un’altra guerra, la Grande Guerra.
Seconda patria? No, per un russo di San Pietroburgo, oltretutto di origine osseta, non può esistere una seconda patria, non c’è una seconda possibilità. Resta soltanto il rimpianto, ammantato di «diafana tristezza». Lo percepiamo in ogni pagina, in ogni capoverso di Strade di notte, il romanzo autobiografico degli anni ’40 che esce ora per la prima volta in italiano (Zandonai, pagg. 201, euro 20, traduzione di Claudia Zonghetti). Certo, Contro il destino (Mondadori, 1952) e Una serata da Claire (Ibis, 1996) facevano già emergere in superficie l’orgogliosa e struggente nostalgia dell’autore, ma qui è lo stato d’animo, proustianamente, il vero Narratore. Gajto che scarica le chiatte a Saint-Denis, abitando in una baracca con dei polacchi; Gajto che lava le locomotive; Gajto che lavora in un garage; Gajto studente alla Sorbona. Infine, Gajto che, stanco della precarietà, superato l’esame di topografia parigina diventa taxista di notte.
Era detta russkij Montparnasse la generazione di scrittori, artisti, intellettuali arrivati da lontano a diffondere nella Ville Lumière il gene slavo. Fra loro spiccherà quel Vladimir Vladimirovic Nabokov, pietroburghese come Gazdanov e di soli quattro anni più vecchio, destinato a diventare emblema vivente di un universo in esilio e autore di vasto successo, anche per merito della sua… terza patria: gli Stati Uniti. Gajto, invece, non fu mai emblema di nulla, anche per “colpa”, secondo Dragan Velikic che firma la prefazione a Strade di notte, del suo carattere schivo che amplificò il «silenzio cospirativo» nei suoi confronti: «Quando, all’inizio degli anni cinquanta, l’editore francese Laffont ebbe a impostare la campagna promozionale in occasione della pubblicazione di alcuni suoi libri, Gazdanov si tirò indietro, rifiutando qualsiasi coinvolgimento diretto».
Ciò che aveva da dire, egli l’aveva già detto in questo libro, popolato dalle prostitute di Pigalle e dagli ubriaconi di entrambe le rive, dai signori di Passy e dai filosofi ambulanti come «Platone», forse il personaggio più incisivo del romanzo insieme alla Raldi, ex cortigiana d’alto bordo decaduta che fallisce nel tentativo di trasformare la stupenda ma svampita Alice Fichet in una vera dama del demi-monde. E popolato, soprattutto, da alcuni compatrioti di Gajto i quali, dopo un passato più o meno luminoso, sono alle prese con un presente da emarginati. C’è l’ex compagno di Sebastopoli che andò a piedi dalla Siberia alla Crimea e che rimprovera ai giovani di ignorare la poesia. C’è l’ex funzionario dell’esercito riciclatosi come ristoratore che sperpera in champagne e cene luculliane i suoi franchi. C’è il vecchio Vasil’ev tormentato dal tarlo del complotto antirusso tanto da far scoppiare la coppia formata da Suzanne e Fedorcenko. C’è persino Aleksandr Fëdorovic Kerenskij, che fu primo ministro dopo la caduta dell’ultimo zar e subito prima che i bolscevichi andassero al potere.

Il bar di madame Duval diventa l’equivalente delle stazioni di posta che abbiamo conosciuto nei grandi romanzi russi, dove ognuno espone le proprie miserie. «Mi sembrava di vivere in un gigantesco laboratorio dove le diverse forme di esistenza umana venivano sottoposte a esperimento, dove il destino si divertiva a trasformare le belle ragazze in vecchie, i ricchi in poveri, le persone oneste in mendicanti di professione, e lo faceva con una perfezione straordinaria, incredibile». Osservando nello specchietto retrovisore «l’ebbra deformità dei clienti del sabato», in Gajto non scatta, come nel suo futuro collega Travis Bickle, cioè il Robert De Niro di Taxi Driver, la molla della dostoevskijana e folle rivolta nichilista. Semmai lo coglie a tratti una profonda depressione figlia della «diafana tristezza». Ma dopo un bicchiere di latte è pronto per una nuova corsa.

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