Le nuove guerre stellari

Lo spazio è la nuova frontiera del confronto geopolitico tra le grandi potenze. Il visionario aforisma dei colonnelli cinesi Liang e Xiangsui è corretto: «Ci sono reti sopra le nostre teste e trappole sotto i nostri piedi. Non abbiamo dunque possibilità di fuga»

Salvatore Santangelo per “Limes

L’anniversario del primo volo umano nello spazio è l’occasione per tracciare un bilancio dell’attuale sviluppo geopolitico di questo particolare “teatro d’operazione”. Lo spazio è stato un terrain vague unico al mondo. Non solo non appartiene a nessuno, ma dovrebbe essere patrimonio di tutti: the province of all mankind.

Il regime internazionale che tenta di regolarne l’uso, limitandolo a fini pacifici, è fra i lasciti più significativi della guerra fredda. Il binomio guerra-spazio ha però una lunga storia, fatta di audaci proiezioni letterarie e di controverse estensioni della geopolitica terrestre. Lo spazio e molti degli strumenti che vi transitano hanno infatti un ruolo militare importante, che il mutare della natura dei conflitti rende sempre più cruciale.

La disciplina vigente a livello internazionale non permette infatti di definire chiaramente un quadro preciso dei diritti e dei doveri in capo ai soggetti statuali e alle entità che operano nello spazio, e manca un impianto sanzionatorio condiviso. Non si è nemmeno pervenuti a una definizione puntuale di cosa si intenda per “attività spaziale”. Del resto, proprio gli Stati maggiormente coinvolti nella corsa allo spazio, con particolare riferimento agli Stati Uniti, non hanno mai incoraggiato l’introduzione di una disciplina più restrittiva in questo settore.

La corsa per il predominio dello spazio è stata giustificata facendo ricorso a un’analogia con il regime giuridico che disciplina le acque extraterritoriali, che non ricadono sotto la sovranità di alcuno Stato e possono essere utilizzate a fini militari: tale analogia è nondimeno controversa e suscita contestazioni, soprattutto in ordine al fatto che scelte di politica spaziale mirate a stabilire il predominio di una nazione sulle altre possano esporre i paesi in posizione dominante al rischio di ritorsioni da parte di altre entità, statuali e non, ostili o potenzialmente tali, in grado di sviluppare e utilizzare armi antisatellite con l’intento di spezzarne il monopolio.

Sarebbe compatibile l’uso militare dello spazio con il diritto vigente, secondo cui lo spazio extra-terrestre rappresenta un patrimonio di pubblico dominio, utilizzabile per “scopi pacifici”, a fini di bene comune? Aspetto cruciale di questa dinamica è la contrapposizione tra fautori di un’ottica unipolarista, quali gli Stati Uniti, per cui lo spazio costituisce il fondamento della full spectrum dominance (basata su deterrenza, controllo e capacità di proiezione unilaterale nel campo di battaglia a tutti i livelli) e paesi votati invece a una forte egemonia regionale, come Cina e Russia, che puntano al multipolarismo. Episodi come quello che nel gennaio 2007 ha visto protagonista proprio la Cina – che ha dimostrato di poter lanciare e guidare un veicolo anti-satellitare (Asat) contro un proprio satellite meteorologico situato alla stessa altezza dei satelliti spia americani, abbattendolo – evidenziano come la lotta per l’egemonia possa trovare nella dimensione spaziale un fattore di vulnerabilità incredibilmente sensibile in assenza di forme di controllo condivise.

Minacce di questo tipo potrebbero moltiplicarsi se la proliferazione di tecnologia antisatellite interessasse anche la cerchia degli Stati “canaglia” o addirittura gruppi eversivi, magari finanziati e supportati sul piano tecnico proprio da Stati ostili all’Occidente.

Ritorno al futuro

Per tornare a uno dei momenti centrali di questa storia occorre far riferimento ai primi anni ’80, quando cominciò la nuova corsa agli armamenti denominata “Guerre Stellari”. È stato notato che Ronald Reagan, pur applicando talune ricette di Hayek e della scuola monetarista – riduce le imposte ai ricchi, alza i tassi d’interesse, deregolamenta l’economia, schiaccia l’unico sciopero che lo sfida (quello dei controllori di volo) – abbia esentato di fatto da queste misure il settore militare: egli sovvenziona l’apparato militare/industriale tanto da provocare un deficit pubblico mai visto in precedenza (Perry Anderson definisce questa politica “keynesismo militare): lungi dal contraddire Hayek, Reagan ne reinterpreta il cuore ideologico, che è quello di un duro anticomunismo. Il comunismo internazionale rappresenta per lui la forma totale di quella moderna schiavitù di cui la socialdemocrazia statalista sarebbe una forma edulcorata.

Di fatto Reagan cerca di modificare la dottrina della “mutua distruzione assicurata” (Mad) attraverso un programma di ricerca capace, con armamenti ad altissima tecnologia (il cui sviluppo in realtà è ancora di là da venire), di rendere “impotenti e obsolete” le armi nucleari. Si tratta di creare uno scudo in grado di parare e neutralizzare il “primo” attacco atomico russo. Questo progetto di chiama Sdi (Iniziativa di difesa strategica) – meglio noto come “Guerre Stellari”, appunto – e viene presentato nel marzo 1983: si tratta di una corsa agli armamenti inaudita, che non si basa più sul numero bruto di carri armati o testate nucleari (in cui la superiorità dell’Urss è schiacciante), bensì su vettori e munizioni “intelligenti”, su satelliti in grado di sparare raggi laser sui missili intercontinentali, su reti e piattaforme planetarie e spaziali: Reagan scommette sulla capacità scientifica e tecnologica americana di creare questa panòplia fantascientifica e sull’incapacità russa di inseguire gli Usa su questo terreno.

Scommessa vinta: la perestrojka è un vano tentativo di aprire il sistema sovietico alla circolazione di conoscenze, che è assolutamente necessaria alla nuova fase di sviluppo: uomo del Kgb, Gorbaciov sa perfettamente che l’Urss manca sia del patrimonio scientifico, sia della ricchezza economica per accettare la sfida. Per vincere questa battaglia Reagan ha aperto una voragine enorme nel bilancio pubblico americano, ma la sua America è quella che stava per essere superata tecnologicamente dal Giappone: questo enorme deficit è stato il prezzo pagato per l’attuale primato mondiale, non solo politico, ma tecnologico, economico e commerciale (molte ricerche per le “guerre stellari” hanno avuto ricadute civili decisive, basti citare internet, estensione del sistema di comunicazione militare arpanet).

Nell’ultimo decennio abbiamo assistito a un rilancio dei programmi spaziali statunitensi, grazie alla volontà espressa dai neoconservatori di riaffermare e consolidare definitivamente il ruolo degli Usa come unica superpotenza nel XXI secolo, così da iniziare il nuovo millennio con un New American Century – tanto per citare il Project for the New American Century, il think-tank di cui era membro lo stesso Rumsfeld: è nello spazio, infatti, che gli Usa potranno perfezionare la già citata dottrina del full spectrum dominance (il dominio militare a tutto campo, su cui si basa l’ordine unipolarista): «Gli Stati Uniti preserveranno i propri diritti, capacità e libertà d’azione nello spazio; (…) e negheranno, se necessario, agli avversari l’uso di capacità spaziali ostili agli interessi nazionali statunitensi (…). In questo nuovo secolo, coloro i quali sanno sfruttare pienamente lo spazio godranno di ulteriore prosperità e sicurezza, e deterranno un vantaggio sostanziale su quelli che non sono in questa posizione. La libertà di azione nello spazio è tanto importante per gli Stati Uniti quanto lo è il potere aereo e marittimo». (U.S. National Space Policy – 31 agosto 2006).

In questo campo l’amministrazione Obama non ha mostrato segni di discontinuità reali, al di là dei vincoli di bilancio posti dalla grande crisi esplosa nel 2008.

Gli altri attori. Protagonisti e comparse.

L’Unione Europea, alla ricerca di un ruolo autonomo in campo spaziale, si trova così a intervenire in un settore in cui tecnologia, politica, economia e fantasia si intrecciano in un delicato equilibrio, la cui integrità è chiamata a vegliare contro tutti i tentativi di militarizzazione aperta. L’Ue ha i mezzi economici e tecnologici per inviare armi nello spazio, ma manca della volontà politica di dividersi dagli Usa e di assumersi i costi di una autonoma politica di difesa: in tale quadro la Pesd (Politica europea di sicurezza e difesa) e il progetto Galileo (localizzazione satellitare alternativa al Gps americano) hanno suscitato l’irritazione degli Usa, ma non li hanno impensierirti circa la reale volontà europea di emanciparsi dal tradizionale rapporto di alleanza-subordinazione.

La Russia, in questa fase, avrebbe il know-how per competere militarmente nello spazio, ma ad oggi manca delle risorse finanziarie. La Cina è il paese che più degli altri sembra avere l’obiettivo di dotarsi dei mezzi per portare avanti i propri intereressi. Oltre al già citato sviluppo delle armi antisatellite, un importante passo in avanti è stato fatto proprio con lo sviluppo dei voli spaziali umani: la Cina ha iniziato il proprio programma – la missione Shenzhou, divenuta pienamente operativa nel 1999 – nel 1992.

I progressi tecnici derivanti dalla missioni del programma Shenzhou e delle successive manned missions avranno importanti ricadute militari nello sviluppo non solo di missili balistici ma anche di armi anti-satellite e nano-satelliti per lo spionaggio: l’invio dell’uomo nello spazio da parte della Cina è un chiaro segnale del livello tecnologico da essa raggiunto nel campo dei vettori spaziali, in quanto sta sviluppando capacità spaziali che potrebbero essere usate nell’eventualità di futuri conflitti (l’élite cinese è consapevole del ruolo cardine che gli space asset giocheranno nelle guerre di domani).

Inoltre secondo gli esperti Usa Pechino sarà presto capace di lanciare rapidamente piccoli satelliti da ricognizione per monitorare la propria periferia e l’Oceano Pacifico orientale. Visti i progressi del programma spaziale – sostenuto da una forte volontà politica in quanto presupposto basilare della visione geostrategica – la Cina, dunque, ha le carte in regola per insidiare il primato spaziale statunitense, tanto più se si considera che esso è sostenuto da finanziamenti in forte crescita: Pechino è il secondo maggior investitore militare del mondo dopo gli Usa, e il primo in Asia.

A tal proposito l’autorevole giornalista cinese Yao Youzhi è giunto ad affermare che: «I paesi emergenti competono strategicamente nel 21esimo secolo tramite rivoluzioni negli affari militari. Conformandosi al trend in corso, essi hanno adottato misure per non restare indietro rispetto al cambiamento, al fine di perseguire il dominio negli affari regionali e ottenere un ruolo più forte nello scenario internazionale. Ciò dà ora inizio a una nuova corsa agli armamenti» (PLA Daily, settembre 2003).

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