IL PASSATO CHE TI TRAPASSA

C’È CHI MAFIA, C’È CHI NO: I DESTINI DIVERSI DI RAUL GARDINI E SILVIO BERLUSCONI – GARDINI NEL LUGLIO DEL 1993 SI SPARÒ UN COLPO ALLA TEMPIA. IL CAVALIER INVECE DECISE DI ENTRARE IN POLITICA CON IL BUNGA BUNGA CHE SAPPIAMO – ENRICO DEAGLIO RIPERCORRE LA VITA DEL “CONTADINO” CHE SOGNÒ DI PRENDERE IL POSTO DI AGNELLI COMPRANDO LA MONTEDISON E METTENDOSI COSÌ CONTRO I POTERI FORTI…

Enrico Deaglio per “Vanity Fair” del 13/4/2011, da “Dagospia

Bisognerebbe fare un film su Raul Gardini; se fosse vissuto da loro, gli americani lo avrebbero già fatto.

Io lo comincerei qui dove siamo: a mille metri sulle Alpi Apuane, tra gli anfiteatri e i precipizi del marmo statuario che hanno fatto la storia del mondo: vertigine e bianco abbacinante. Qui – dove Michelangelo vedeva nei blocchi di pietra quello che sarebbe stato Mosè o il Cristo adagiato nelle braccia della madre – nella prima scena, ci metterei proprio lui, Raul Gardini, che passa radente alle cave sul suo aereo privato, accarezza felice una testa femminile sbozzata nel marmo che ha fatto sistemare sul sedile accanto, legata alla meglio tra gommapiuma e la cintura di sicurezza, e dice: «Sei mia, ora la storia è mia». Non era vero, però: quel marmo lo condivideva con Cosa Nostra, che pochi anni dopo lo spinse al suicidio.

Raul Gardini, forse oggi i trentenni non se lo ricordano neanche, ma per tutti gli altri fu davvero un gran personaggio degli anni Ottanta. Aveva sposato la figlia di un certo Serafino Ferruzzi, di Ravenna. Quando il suocero morì nel 1979 in un incidente aereo, si scoprì che era l’uomo più ricco d’Italia, molto più degli Agnelli, per intenderci: era uno dei sei maggiori broker del grano del mondo, uno di quelli che decidevano dove mandare il pane per sfamare popolazioni, e quanto farsi pagare. Raul Gardini, a 46 anni, ereditò per intero quella ricchezza.

Tanto era schivo il suocero (cattolico osservante, mai una foto, il dialetto ravennate usato nelle più delicate transazioni d’affari), tanto si dimostrò flamboyant il genero. Raul Gardini era un bell’uomo alla Robert Mitchum, schietto, lontano dai palazzi e perciò detto «il contadino», appassionato del mare e della vela. Domina la scena economica italiana comprando la Montedison e mettendosi a pari con l’Eni, colosso della chimica e del petrolio; ha in mente un’utopia: mettere in Italia la coltivazione di soia su larga scala e di lì trarre l’etanolo per sostituire la benzina.

Come lui, per fantasia e fascino popolare, c’è solo Silvio Berlusconi: ha fondato la Tv commerciale, ha comprato giornali, ha trasformato il Milan in squadra stellare, è entrato nel mondo delle assicurazioni e della grande distribuzione. I giornali li osannano, la rivista Time li chiama «i nuovi condottieri dell’Italia».

Come sappiamo, i loro destini sono stati diversi: Gardini nel luglio del 1993 fece la doccia, si mise una vestaglia di seta, si sdraiò sul letto e si sparò un colpo alla tempia. Oggi è totalmente dimenticato. Berlusconi invece decise di entrare in politica con i risultati che sappiamo: un quindicennio già passato alla storia come «l’era berlusconiana».
Tutti e due hanno incrociato Cosa Nostra. Le vicende di Berlusconi sono scritte ogni giorno sui giornali. Quelle terribili di Gardini hanno le loro radici proprio qui, tra i marmi millenari delle Alpi Apuane.

Ma il segreto non è nei blocchi di marmo estratti, quei cubi grossi come container che da secoli mangiano giorno dopo giorno la montagna; la ricchezza sono i detriti che a essi si accompagnano. Immaginate di essere in alto sulle cave: lo scenario è quello del piccolo uomo di fronte alla immensa natura; dai mille metri di quota scendono ogni giorno i camion verso Carrara; passano sopra le pese che registrano una media di 950 passaggi al giorno, per un totale di 40 mila tonnellate. Un terzo sono blocchi, due terzi sono detriti: scaglie di diversa purezza, ciottolato, granulato, ma soprattutto quello che diventerà una delle polveri più preziose del mondo: il carbonato di calcio, puro al 98 per cento.

Sconosciuto ai più, il carbonato di calcio entra in tutta la nostra vita quotidiana: nei farmaci, nelle camicie che indossiamo, nella satinatura della carta, nei coloranti, mangimi, pigmenti. Fino a vent’anni fa i cavatori pagavano qualcuno che glielo portasse via, oggi si vende a 250 euro a tonnellata.

Raul Gardini affrontò tutta la questione con baldanza ed entusiasmo. Si lasciò guidare da un vecchio socio del suocero, Lorenzo Panzavolta, detto «Il Panzer», vecchio comandante partigiano e dirigente delle famose cooperative rosse di Ravenna. Questi gli spiegò che per la Calcestruzzi, uno degli asset più importanti della Ferruzzi-Gardini, c’era la possibilità di prendersi tutti gli appalti pubblici siciliani. Bisognava allearsi con la mafia, però.

E Gardini, che era uno che amava il rischio, raddoppiò: fece entrare Cosa Nostra direttamente nella proprietà della Calcestruzzi, e poi la quotò in Borsa. E così nel palazzotto dei Ferruzzi a Ravenna, e poi alla Ca’ Dario di Venezia (che Gardini aveva comprato sfidando il maleficio che accompagnava lo storico edificio) entrarono, da soci, i fratelli Buscemi di Palermo, che altro non erano che un’emanazione del capo mafia Salvatore Riina.

Raul Gardini non ci fece caso, anzi fece di più. Entrò in società con la moglie del «papa» della mafia, Michele Greco e insieme costruirono 314 ville su Pizzo Sella, la collina più bella che guarda il golfo di Palermo. Erano destinate alla buona borghesia della città, ed erano tutte completamente abusive. Divennero il simbolo dello strapotere mafioso sulla città, ma nessuno si chiese come mai il business partner fosse il nuovo condottiero dell’industria italiana.

Poi venne il grande affare del marmo. La Calcestruzzi comprò dall’Eni due società, la Imeg e la Sam, che controllavano il 65 per cento delle cave e della lavorazione del marmo di Carrara. Gardini pagò le regolari, robuste, tangenti ed ebbe dall’Eni un’offerta di favore. Il primo grande affare si presentò con un contratto per la desolforazione delle centrali Enel, per cui il carbonato di calcio di Carrara era essenziale. Valore del contratto – tenersi forte! – tremila miliardi di lire. Eravamo alla fine degli anni Ottanta. Per aggiudicarsi l’affare Panzavolta, Gardini e i Buscemi pagarono tangenti a Dc, Psi e Pci. Anzi, fu proprio il Pci a fare il miglior affare.

Tutto sembrava che si tenesse insieme (il finale degli anni Ottanta fu un grande surf, nessuno sapeva bene cosa stesse facendo, ma tutti scivolavano sulle onde). Ma poi, invece, tutto precipitò. I siciliani entrarono nel mausoleo di Serafino Ferruzzi a Ravenna e sequestrarono le ossa del fondatore. Panzavolta si rivolse agli amici che gli consigliarono di mettere in mano la faccenda a Bernardo Brusca, uno dei più feroci capimafia; questi disse che le ossa si sarebbero potute restituire in cambio di dieci miliardi di lire e qualche favore politico. Gardini rimase molto scosso, e capì che si era messo la mafia in casa.

A Carrara, le cose non andavano bene. Tonino Buscemi aveva preso il controllo delle cave e a gestirle aveva mandato il cognato, Girolamo Cimino. Più un altro parente, Rosario Spera. Erano tipi che non passavano inosservati: un piccolo imprenditore, Alessio Gozzani, apostrofò il Cimino: «Tu terrone non vieni a comandare qui». Fu ammazzato. I siciliani cominciarono a porre condizioni vessatorie ai cavatori, che trovarono come unico difensore il loro presidente onorario, il comandante partigiano della zona, Memo Brucellaria. Un sostituto procuratore di Massa, Augusto Lama, cominciò a indagare, ma fu immediatamente bloccato dal ministero a Roma.

Poi arrivò il fatale 1992. Tangentopoli mise sotto accusa Raul Gardini per le tangenti dell’affare Enimont. Ma forse quelle erano la pagliuzza in confronto alla trave. Un pentito di mafia, Leonardo Messina, confidò a Paolo Borsellino, forse convinto che il magistrato lo sapesse già: «I soldi di Riina sono nella Calcestruzzi Spa».

E infine, tutto precipita. A febbraio del 1993 Raul Gardini affronta la sua ultima regata per l’America’s Cup a San Diego, California, con Il Moro di Venezia, ma perde. Indagato, Panzavolta ha parlato, ma ha detto il minimo: su Cosa Nostra ha glissato, ma dei soldi al Pci qualcosa ha detto. Gardini prende accordi con il giudice Di Pietro per una testimonianza che gli eviti le manette, ma il 23 luglio, nella mattina dell’interrogatorio, viene trovato morto ammazzato. I titoli della Calcestruzzi in Borsa raggiungono il valore zero. Compra tutto, subito, l’arcinemico di Gardini, Carlo Pesenti della Italcementi. Cave, impianti, laboratori, carbonato di calcio, tutto passa di mano, in un improvviso, dolce silenzio.

Tutta Ravenna partecipa alle esequie di Gardini, e ci sono Romano Prodi, Enzo Biagi, lo skipper Paul Cayard, che non si capacitano di quanto sia successo. Dieci anni dopo i magistrati di Caltanissetta avanzeranno dei dubbi sul suicidio; quindici anni dopo si scoprirà che la nuova Calcestruzzi ha mantenuto solidi legami con Cosa Nostra, da poco si dice anche che Paolo Borsellino sia stato ucciso proprio perché aveva saputo tutta la storia.

Sì, sarebbe un bel film, quello su Gardini. Si potrebbe intitolare L’Altro, con cemento, marmi e barche a vela ad accompagnare il condottiero alla morte.
Ma se vi piace vederla così, è stata anche una vendetta della montagna, che ammazza chi non la rispetta.

Era troppo facile pensare di sfruttarla, e di farla franca.
Franco Barattini ha 70 anni ed è il padrone delle cave Michelangelo. Ha cominciato a lavorare lassù quando aveva dieci anni, oggi continua a fare la stessa vita, nonostante sia miliardario. Parla in dialetto carrarino, non è mai stato malato un giorno nella sua vita; non sopporta quasi nessuno: i sindacati, i verdi, la burocrazia, la politica; ha degli occhi lunghi e infossati come Gengis Khan. Mi ha portato a provare la vertigine, ha raccolto dal suolo e mi ha messo in mano una scaglia di marmo che sembrava vetro ed era commovente perché era azzurra e dentro aveva un frustolo d’oro di un fossile di un milione di anni fa.

Gli chiedo di Gardini e della mafia. Mi fa un gesto secco con la mano: «Qui su nelle cave, niente. Forse giù, sulla costa», e poi mi fa capire che non ne vuole più parlare.
Ha mani che sono il doppio delle nostre; anche i denti sono grossi, zanne.

Pochi anni fa partecipò con il suo marmo a un grossa commessa in Ucraina, roba di statuaria di Stato, come ormai se ne fa poca. Era in lizza con un marmista turco e la commissione scelse lui, il turco. Allora Barattini chiese un attimo di attenzione alla commissione, si portò alla bocca la scaglia di marmo turca e cominciò a masticarla, poi ne sputò i pezzi insieme al sangue. Si rivolse al turco e gli fece: «Sei capace di fare lo stesso con il mio marmo?». La commissione si prese un po’ di tempo e poi diede la vittoria al marmo di Barattini.

Una storia di montagna, che anche a Gardini sarebbe piaciuta, se non fosse stato risucchiato dal vortice della pianura.

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