Quell’uomo sfigurato spezza il delitto-castigo

Gianfranco Ravasi, L. Alonso Schokel per “Il Sole 24 Ore

Durante il pranzo ufficiale che lo scorso 25 marzo il Gran Cancelliere della Sorbona di Parigi, Patrick Gérard, mi aveva offerto in quell’Università al termine dell’evento inaugurale del «Cortile dei Gentili» per il dialogo tra credenti e non, ho avuto occasione di incontrare anche uno dei maggiori studiosi attuali di Pascal. A un certo punto, parlando della temperie della società contemporanea, egli ha iniziato a citare a memoria uno dei Pensieri, il 693 del l’edizione Brunschvicg, che anch’io ricordavo, ma del quale non immaginavo la potenza espressiva. Ecco, desidererei ora evocarne qualche riga, perché è la via più diretta per introdurre la particolare riflessione tematica che vorrei proporre alle soglie di questa Pasqua.
Afferma, dunque, Pascal: «Vedendo l’accecamento e la miseria degli uomini, considerando tutto l’universo muto e l’uomo senza luce, abbandonato a se stesso e come smarrito in questa angolo dell’universo, senza sapere chi ve l’ha messo, che cosa vi è venuto a fare, che cosa diventerà morendo, incapace di una qualsiasi conoscenza, io resto sgomento come un uomo che fosse stato portato dal sonno in un’isola deserta e spaventosa e vi si svegliasse senza sapere dove si trova e senza veder mezzo per uscirne». È a questo punto che il celebre pensatore francese va alla ricerca di un segno esplicito del Creatore: «Ed ecco, vedo la religione cristiana in cui trovo le vere profezie!». È interessante notare che l’ultimo libro di Benedetto XVI, che segue appunto la trama delle ultime ore terrene di Cristo e l’orizzonte aperto dalla sua risurrezione, ricorre alle profezie anticotestamentarie come allo spettro ermeneutico attraverso il quale Gesù reinterpreta e persino adegua le sue stesse azioni, a partire proprio dalla sua passione e morte.
Uno dei passi profetici capitali è il cosiddetto «quarto canto del Servo del Signore», l’ultimo di una tetrade testuale incastonata nella sezione del libro di Isaia (VIII secolo a.C.), ove appare la voce di un autore anonimo posteriore di un paio di secoli, convenzionalmente denominato dagli esegeti come «Deutero-Isaia» la cui opera è raccolta nei capitoli 40-55 del libro isaiano. Ebbene, in quei quattro carmi entra in scena una figura misteriosa, il «Servo di Jhwh (del Signore)» appunto, variamente decifrato come un profeta (Geremia), o un re ucciso «per l’iniquità del mio popolo», oppure lo stesso Israele sfigurato dall’esilio ma che rinasce, o come una metafora generale oppure un personaggio specifico a noi ignoto e altro ancora. Fu solo col cristianesimo che si iniziò ad applicare questo quarto canto al Messia e, quindi, a Cristo.
Ma qual è l’originalità di un simile passo che non possiamo ovviamente citare nella sua integralità e che affidiamo alla lettura personale in un’edizione della Bibbia, nel libro di Isaia dal capitolo 52,13 fino a 53,12? Perché mai il Nuovo Testamento rimanda a esso esplicitamente per ben quindici volte, oltre a molteplici altre allusioni? Uno dei maggiori neotestamentaristi inglesi, Charles Harold Dodd (1884-1973), dichiarava: «Tutti i versetti del quarto carme del Servo sono praticamente rappresentati, in un modo o nell’altro, nel Nuovo Testamento, in quasi tutti i libri, dai Vangeli a Paolo, dagli Atti alla Lettera agli Ebrei e a quella di Pietro. È molto probabile che sia stato usato fin dai più lontani tempi delle origini cristiane a cui possiamo risalire». Questo accadde perché il testo in questione narra una sorta di passione, morte e glorificazione del Servo che sembra anticipare non tanto gli eventi circostanziati vissuti da Cristo (come è noto, la profezia non è una “tele-visione” del futuro, ma una illuminazione del presente nel suo senso ultimo e quindi prospettico), ma il loro significato profondo. È per questo appunto che il carme diventa, come si diceva, una sorta di prisma ermeneutico storico-teologico.
L’uomo martoriato e sfigurato che è al centro del cantico non parla, si erge solo come una presenza statuaria dolente che si esprime attraverso la sua donazione totale e docile, simile a quella dell’agnello sacrificale pasquale: «Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca: era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori, e non aprì la bocca» (53,7). Con lui si spezza uno dei binomi interpretativi tradizionali nell’Antico Testamento riguardo alla sofferenza, quello del nesso tra delitto e castigo: se soffri, è perché hai peccato. Era la cosiddetta «teoria della retribuzione» per la quale a ogni colpa doveva necessariamente, prima o poi, seguire una punizione, teoria che Cristo infranse senza esitazione durante la sua azione terrena nei confronti dei sofferenti. Il filosofo francese Philippe Nemo parlava di una specie di «tecnologia morale» secondo la quale a ogni giro di ruota si azzerava tutto e si riprendeva la storia da capo. Per questo il malato biblico, per ottenere la guarigione, implorava prima il perdono del suo peccato.
Nel Servo del Signore, invece, si compie una scissione: la colpa è del popolo, degli spettatori, di noi che assistiamo al suo martirio, il castigo invece cade solo su di lui. Il suo dolore diventa salutare per gli altri, genera salvezza, le sue ferite ci sanano («per le sue piaghe siamo guariti»!). Si configura, così, quella che verrà definita in teologia come «la sofferenza e l’espiazione vicaria». Si leggono, infatti, ininterrottamente nel canto frasi di questo tenore: «Egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori… È stato trafitto per le nostre colpe, schiacciato per le nostre iniquità; il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui… Il Signore fece ricadere su di lui l’iniquità di noi tutti… Per la colpa del popolo fu percosso a morte… Egli offrirà sé stesso in sacrificio di espiazione… Il giusto mio Servo giustificherà molti, egli si addosserà la loro iniquità… Egli portava il peccato di molti e intercedeva per i colpevoli».

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