Così Gozzano agitò i critici

Autografi e glosse dei «Colloqui»

Giorgio De Rienzo per “Il Corriere della Sera

L’esame degli autografi dei Colloqui di Gozzano mostra che, se le date di scrittura delle poesie vanno dall’estate del 1907 all’autunno del 1910, il grosso della raccolta è composto nel 1909. Ci sono due lettere distanziate da un anno. Il 3 agosto 1907 Gozzano risponde a una domanda di De Frenzi e parla di una prossima raccolta di versi. «Vi manderò un fascicoletto di cose mie», dice: «E così, di quando in quando, fino a che, fra qualche anno, ne risulti tale mole, da poterne trarne un volume breve, ma scelto». Un anno esatto dopo, in una lettera alla Guglielminetti, parla di un «volume futuro» e organico di cui ha già posto le «prime fondamenta».

La definizione del libro come «sintesi» di un’intera esperienza avverrà l’estate successiva. Le poesie, scriverà a un amico, «saranno connesse da un tenue filo ciclico; e in questa organicità, almeno, e nella forma limata con martirio paziente, spero di distinguer la voce mia… dallo stridìo dei facili seguaci». Il libro uscirà nella primavera 1911 ed è subito – come ricorda la Guglielminetti – un «agitarsi» della critica. Intessere «coroncine» di versi volutamente dimessi e «commuoversi sulle buone cose di pessimo gusto, ostentare una soave aridità sentimentale», rischiava di divenire un luogo comune, scrive Borgese. Il registro è mutato, nel nuovo libro, e così cambia il tono dei critici, che più attenti segnano prima di tutto la maturità del poeta. Giunto ai venticinque anni, il poeta ricorda con «gelida tristezza la giovinezza ch’è fuggita senza fede e senza combattimento, senza idillio e senza tragedia», scrive Borgese, quasi con le stesse parole che userà Cecchi, mentre Oliva ammonisce a «procedere nell’analisi con mano leggera», perché con questo poeta la critica è costretta a «essere sottile»: perché nel parlare di lui, «non v’ha affermazione categorica, che non sia pericolosa e non corra il rischio di parere errata».

Qualcuno non ascolta il consiglio e va pesante. Cardarelli denuncia con asprezza il sospetto di un «trucco sentimentale». Lucini parla di una sorta di suicidio artistico: «Io sto ad ammirare con ira, affetto ed insieme curiosità gli sforzi di un artista inconsciamente perverso contro di sé, che, per scrupolo di coscienza, sta deturpandosi le sue migliori virtù, col ripeterne gli accenti». A capire la poesia di Gozzano nella sua complessità sarà necessario un critico d’eccezione. E sarà Serra che individuerà, accanto alle qualità del poeta «virtuoso, abile e sottile negli effetti verbali», un gusto di «sensazioni fresche» e un «realismo sano e leggero di novellatore». Serra punta sulla religione gozzaniana della parola: «Ha la civetteria degli accordi che paion falsi, delle bravure che sembrano goffaggini di novizio. Invece è un artista, uno di quelli per cui le parole esistono, prima d’ogni altra cosa».

Ma questo Serra sarà ascoltato con entusiasmo da Gozzano solo nel 1914.

Per ora Guido assiste al dibattito di critici più frettolosi: assiste partecipando. Tra le sue carte c’è una cartella in cui sono raccolte le recensioni al libro. Su queste pagine punti esclamativi ed interrogativi, qualche battuta o cancellatura danno concreti segnali di un indice di gradimento o di dispetto dello scrittore. «La poesia di Gozzano», si legge sul «Corriere della Sera», è del «buon manzo lesso, cotto a punto, rinforzato d’una salsetta piccante», la sua arte è «fresca, sana amena», ma «piccoletta». Guido, passa il giornale a un amico e scrive in margine desolato: «Cosa ne pensi?». L’esser definito «piccolo» non gli piace, anche se scritto dal prediletto Borgese. «L’ironia di Gozzano ha sempre alcun che d’arso e stridente», scrive il critico e Guido cassa il giudizio con una croce. Ma il confronto più compiaciuto è con Cecchi. «Le poesie erotiche e di disillusione hanno valso principalmente ad insegnargli ch’egli non è poeta di amore né di dolore», osserva Cecchi e Gozzano corregge: «I piccoli dolori, le desolazioni, non il gran dolore». È una correzione quasi d’autocritica.

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4 Risposte to “Così Gozzano agitò i critici”

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