L’Egitto al bivio: da che parte stanno i Fratelli Musulmani?

Original Version: Egypt at a crossroads; where does the Muslim Brotherhood stand?

In questo momento cruciale della storia egiziana, i Fratelli Musulmani devono dire chiaramente se stanno con le forze rivoluzionarie o con quelle forze che vogliono talebanizzare l’Egitto – scrive l’analista egiziano Emad Gad

da “Medarabnews

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Anche se i Fratelli Musulmani non sono stati uno dei gruppi promotori delle proteste del 25 gennaio, si sono presto uniti alla lotta partecipando con le forze nazionaliste alle manifestazioni che si sono trasformate in una rivoluzione popolare. I giovani dei Fratelli Musulmani hanno svolto un ruolo efficace e vitale nella rivoluzione insieme alle forze civiche provenienti da tutto il panorama politico per creare lo “spirito di piazza Tahrir”. I Fratelli Musulmani non hanno partecipato fin dal primo giorno, a causa del modo in cui il gruppo vede se stesso e le forze nazionaliste. Il gruppo ritiene di essere l’unica forza organizzata nel paese, e che se non avesse partecipato, allora le altre forze non sarebbero riuscite a radunare più di poche centinaia di seguaci, dato che i Fratelli Musulmani rappresentano l’unico gruppo in grado di mobilitare  centinaia di migliaia di partecipanti.

Dal momento che l’appello a manifestare del 25 gennaio non era stato lanciato dai Fratelli Musulmani, il gruppo ha deciso di non prendervi parte. La supposizione preliminare era che le proteste del 25 gennaio avrebbero fallito, e che sarebbero state come le precedenti, alle quali avevano  partecipato poco più di qualche centinaio di manifestanti. Appena la manifestazione del  25 gennaio si è dimostrata un successo ed il movimento si è rafforzato, i Fratelli Musulmani hanno deciso di partecipare in modo da non essere lasciati indietro in questo momento politico di importanza cruciale.

Durante i primi giorni della rivoluzione, i Fratelli Musulmani non sono riusciti a imporre la loro presenza, i loro slogan, o il controllo della piazza. E’ stato un evento puramente egiziano, e l’unica bandiera ad essere innalzata è stata quella d’Egitto. I giovani dei gruppi e dei movimenti che hanno promosso la manifestazione del 25 gennaio hanno però confermato che i giovani appartenenti ai Fratelli Musulmani hanno avuto un’importanza essenziale nell’accendere il fuoco rivoluzionario, difendendo attivamente i giovani della rivoluzione. Ma i problemi sono cominciati quando la vittoria è sembrata a portata di mano e il frutto dei loro sforzi è diventato evidente.

Quando Omar Suleiman ha chiesto un dialogo con i partiti politici e le forze in campo, la Fratellanza Musulmana si è affrettata a svincolarsi dalla piazza e a lanciarsi nel dialogo per essere la prima a raccoglierne i frutti. A ciò hanno fatto seguito frequenti tentativi di dialogare con i media e di controllare gli eventi in Piazza Tahrir, in particolare nel venerdì dopo che Mubarak si è dimesso. Anche se le forze nazionaliste hanno intimato ai Fratelli Musulmani di trattenersi fino a quando i frutti della loro rivolta non fossero maturi e pronti per essere condivisi, il gruppo ha continuato a lavorare unilateralmente con la convinzione di essere l’unica forza organizzata. Il potere sembrava a portata di mano, un’opportunità che esso non poteva lasciarsi sfuggire, e ciò ha provocato numerose fratture nei suoi ranghi.

La conferenza dei giovani dei Fratelli Musulmani è stata un importante indicatore delle marcate differenze createsi nelle file della Fratellanza. I giovani hanno preso decisioni su questioni che le generazioni precedenti avevano a lungo rimandato, come il ruolo dei copti e delle donne nel processo politico nazionale. La tendenza ad assumere posizioni unilaterali della Fratellanza Musulmana è stata molto evidente in occasione del referendum sulle modifiche costituzionali, quando essa si è schierata con alcuni segmenti del Partito Nazionale Democratico (NDP), o di ciò che ne restava, con i salafiti, la Gamaa Islamiya, la Jihad e con lo stesso Consiglio Supremo delle Forze Armate (CSFA) desideroso di approvare gli emendamenti.

Tutto questo rientra naturalmente nei diritti dei Fratelli Musulmani, ma il problema sta nel fatto che essi hanno definito la questione del referendum in termini religiosi. Essi hanno coronato questo atteggiamento definendo, in completo accordo con i salafiti, il voto contrario agli emendamenti come un peccato dal punto di vista religioso, sollevando sospetti sulle intenzioni di coloro che disapprovavano gli emendamenti, e rendendo così il referendum una questione puramente religiosa.

In questa situazione, con i Fratelli Musulmani intenti a combattere contro la propria stessa gioventù rivoluzionaria, un invito al dialogo è stato lanciato ai giovani copti. L’obiettivo era quello di rassicurare la gioventù copta sul proprio futuro, come se i Fratelli Musulmani avessero il controllo del paese e della sua popolazione – una prospettiva impossibile per una semplice ragione: “Colui che non possiede qualcosa, non la può offrire”. Un gruppo che non possiede una visione capace di coinvolgere una nuova generazione che si interessa di questioni nazionali, non avrà mai nulla da offrire a quella stessa generazione di copti.

Allo stesso tempo, le opinioni dei giovani copti divergono da quelle delle vecchie generazioni all’interno della Chiesa egiziana. Sono stufi degli attuali rapporti tra lo Stato e la Chiesa, e odiano il meccanismo in base al quale la Chiesa media per loro conto al fine di ottenere quelli che ai loro occhi sono diritti che devono essere garantiti dallo Stato. Vogliono rompere con questa formula e reclamare con voce propria quelli che ritengono essere i loro diritti.

Mentre è accettabile avere a che fare con gli sviluppi naturali della situazione, è assolutamente inaccettabile continuare con questa politica, ora che la scena è diventata molto più complessa e ha cominciato a influenzare negativamente l’immagine dell’Egitto e degli egiziani, dopo le splendide immagini della rivoluzione del 25 gennaio. Ciò che i gruppi salafiti hanno fatto a Qena, Menoufiya, e in seguito a Qalubiya, ha gravemente offuscato la rivoluzione del popolo egiziano, provocando la denuncia crescente da parte di settori della società egiziana contro la rivoluzione e il giorno in cui essa è iniziata.

Molti egiziani sono terrorizzati dall’idea che l’Egitto possa diventare un nuovo Afghanistan, o anche peggio, se le cose sfuggissero di mano e le armi venissero utilizzate per imporre le opinioni politiche. In un tale scenario tutto sarebbe possibile, ed è ciò che non vogliamo per il nostro paese. E qui sta la domanda centrale, il tema di questo articolo, ovvero: in questo momento cruciale per l’Egitto, e con i pericoli che assediano il paese, possono ancora esistere coloro che vogliono accaparrarsi i frutti della rivoluzione, monopolizzandoli senza coinvolgere le altre forze della rivoluzione?

Il mio timore è che queste stesse politiche continueranno, e vorranno prematuramente cogliere i frutti della rivoluzione, senza poterne in questo modo beneficiare loro, e senza aspettare che tali frutti siano maturi per servire l’intera società. I Fratelli Musulmani devono decidere da che parte stanno riguardo a ciò che sta accadendo in Egitto, e circa i tentativi di collaborare con coloro che vorrebbero trasformare l’Egitto in un nuovo Afghanistan. Essi devono dichiarare le loro posizioni e i loro rapporti, e in che modo sono collegati alle forze che vogliono imporre una sorta di progetto talebano in Egitto, che vogliono “talebanizzare” l’Egitto.

Emad Gad è un analista egiziano presso l’Ahram Centre for Political and Strategic Studies

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3 Risposte to “L’Egitto al bivio: da che parte stanno i Fratelli Musulmani?”

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