Lo spettro del neopopulismo nell’Europa modello Wal-Mart

di Massimo Mucchetti, Corriere della Sera, 21 aprile 2011, da “Micromega

Un nuovo spettro si aggira per l’Europa: il populismo nazionalista, generato dalla frattura tra classi dirigenti e masse popolari. Non è una bella notizia. E perciò ci si chiede come lo si possa esorcizzare. Ernesto Galli della Loggia [sul Corriere della Sera, ndr] ha ieri individuato le origini di questo dilagante fenomeno politico nei principi guida delle élite intellettuali ed economiche del Vecchio continente: l’internazionalismo, l’espansione illimitata dell’individualismo e dei suoi diritti, l’idolatria del proceduralismo consensualistico, l’economia quale supremo regolatore delle attività umane.

La maggioranza della popolazione europea, privata dalla storia dell’opzione socialista e comunista, sta perdendo nello stesso tempo sia il Welfare, che protegge dall’atavica paura del domani, sia la Nazione, la famiglia allargata che aiuta a sopravvivere nel vasto mondo. Perciò i ceti più deboli si sentono isolati e ascoltano chi gli parla al cuore e al portafoglio anziché chi gli fa prediche illuministiche, ancorché il messaggio sia classificabile come «di destra» dagli analisti politici. È già accaduto tra le due guerre mondiali. Eppure…

Eppure, in questi stessi giorni nei quali i miti fascisti dell’ammiraglio Horty rifioriscono nell’Ungheria cui spetta la presidenza di turno dell’Unione europea, davanti alla Corte Suprema degli Stati Uniti è in corso una class action promossa da sei lavoratrici contro le discriminazioni salariali sessiste di Wal-Mart, la più grande multinazionale del mondo, con 2,1 milioni di addetti in 15 Paesi, 403 miliardi di dollari di fatturato e 14 di utile dai suoi oltre 9 mila supermercati.
Negli ultimi vent’anni, questa sterminata catena distributiva, fondata nel 1962 da Sani Walton nell’Arkansas, è stata l’architrave esemplare dell’economia globalizzata che pone al centro il consumatore.

In effetti, l’offerta di Wal-Mart è davvero a buon mercato. Gli eredi Walton riforniscono i loro negozi da ogni dove, sfruttando i bassi prezzi del Terzo mondo, che ancora non rispetta né l’ambiente né il lavoro, e pagando salari assai bassi ai propri dipendenti e in ogni modo ostacolandone l’adesione ai sindacati. Wal-Mart ha aiutato a tenere bassa l’inflazione assicurando i consumi di base alla classe media americana a reddito stagnante dopo gli anni d’oro post roosveltiani, non insidiati dalla concorrenza dei Paesi poveri.
E dunque, indirettamente ma non troppo, Wal-Mart ha fatto da sponda all’arricchimento senza precedenti dei ristretti ceti privilegiati capaci di cavalcare Wall Street.

Nel 2006, il fondo sovrano della Norvegia ha venduto tutte le azioni Wal-Mart che aveva in portafoglio perché aveva riscontrato comportamenti lesivi della dignità dei lavoratori, ne aveva chiesto conto alla direzione e non ne aveva avuto risposta. All’epoca l’atto venne declassato a bizzarria politicamente corretta di un piccolo regno scandinavo. La pensiamo ancora così? Adesso, Wal-Mart deve rispondere davanti alla Corte Suprema. Aveva cercato di sottrarsi al giudizio spiegando che una multinazionale di tal fatta non può allineare dalla sera alla mattina le paghe dei due sessi, anche a parità di mansioni. Too big to be sued, è stato detto: troppo grande per essere chiamata in giudizio. Una posizione, che riunisce quella delle grandi banche (Too big to fail, troppo grandi per fallire) e della Federal Reserve (Too sovereign to be sued, troppo sovrana per essere chiamata in giudizio) in un trionfo di arroganza, se è vero che centinaia di migliaia di sue dipendenti sono ormai working poor, lavoratrici sotto la soglia della povertà, mentre i quattro eredi Walton figurano tutti entro i primi io Paperoni della classifica di Fortune.

Se darà ragione alle lavoratrici, la sentenza segnerà una svolta profonda. Verrebbe infatti fermata la trentennale deriva alla prevalenza del contratto privato sul diritto pubblico, dell’atomizzazione neoliberista dei deboli sulla loro iniziativa associata. La politica, sia pure intermediata dalla magistratura, riavrebbe primazia sul mercato. Ma non ci dovrebbe essere bisogno dei giudici americani per ragionare di questo nell’Europa della Grande Crisi.

Proviamo dunque a ridefinire nel linguaggio dell’economia i principi guida  delle élite europee elencati da Galli della Loggia. Internazionalismo sta per globalizzazione, libera circolazione dei capitali soprattutto, un po’ meno delle merci, e ancora meno delle persone. Individualismo senza limiti significa prevalenza del rapporto di forza tra le persone senza curarsi delle disparità.
Proceduralismo consensualistico ovvero regole sedicenti neutrali invece delle politiche economiche e industriali di merito. Con simili premesse, l’economia come regolatore supremo porta al centro il capitale e la sua valorizzazione rispetto al lavoro, la concorrenza rispetto alla collaborazione, il successo rispetto alla solidarietà.

L’Europa della moneta e del mercato unico è stata la risposta ambiziosa e realistica alla grande paura che potessero ripetersi i conflitti bellici della prima metà del Novecento. Ma quella paura, com’è fatale che sia, viene sempre meno avvertita dalle nuove generazioni. E ora lascia emergere il sospetto che questa sia l’Europa delle City e delle burocrazie, non l’Europa dei popoli. Mentre è ormai evidente l’illusione (o l’interessata astuzia) di chi pretendeva di estendere l’economia di mercato all’intera economia.

L’Europa della concorrenza, buona per smantellare l’ancien regime dei privilegi, non si è accorta che, sposando il modello Wal-Mart, ne stava costruendo di nuovi, lontani dalla storia dei suoi cittadini. Anziché coltivare le sue radici politiche, che sono liberali, cristiane e socialiste, l’Europa dei mercati ha creduto di potersi americanizzare eliminando l’aggettivo sociale dalla sua economia. E ora traballa minando la prospettiva dell’unità politica: il sogno impossibile dei padri fondatori che, nella competizione già in atto tra gli Stati a dimensione continentale, Usa, Cina, India, Russia e Brasile, sta diventando la più alta forma di realismo.

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