Elenora Duse, da qui alla modernità

Prima ambasciatrice dell’arte italiana nel mondo ha inaugurato la figura dell’attrice-manager

Osvaldo Guerrieri per “La Stampa

Dunque è vero che Eleonora Duse è stata la più formidabile, seducente, enigmatica, tormentata ambasciatrice culturale che l’Italia abbia avuto nei decenni tra l’Otto e il Novecento. La prova è lampante. E’ sufficiente inoltrarsi fra i reperti della mostra Eleonora Duse, viaggio intorno al mondo per cogliere i segnali di una grandezza d’attrice dinanzi alla quale i sovrani della Terra, gli scrittori più vezzeggiati d’Europa e i più rocciosi rivoluzionari del pensiero e dell’arte cadevano in adorazione. E senza che Eleonora concedesse un’unghia al divismo, neppure quando recitava negli Stati Uniti dove, già allora, tutto era promotion. «Eleonora Duse ha fatto più sensazione sui giornali, con la sua modesta reticenza, della Bernhardt con le sue trovate» proclamava il New York Dramatic Mirror nel 1893. Qualche decennio più tardi, rievocando una lontana recita del Gabbiano di Cechov di cui era stato spettatore, il filosofo spagnolo Ortega y Gasset si lasciava andare a questa confidenza: «Ricordo l’impressione che mi fece, adolescente, la famosa attrice Eleonora Duse, una donna alta, consumata, che non era più giovane e mai fu bella, \ che sprigionava, nei suoi occhi e nelle sue labbra, un movimento di uccello ferito, colpito all’ala \ Noi rapaci del tempo uscimmo dal teatro col cuore contratto, e con una specie di fuoco fatuo in esso, che è il fuoco dell’amore adolescente».

Non occorre una bussola per trovare il filo di questa abbagliante mostra curata da Maria Ida Biggi e da Maurizio Scaparro per celebrare i 150 anni dell’unità nazionale. Apertasi al Vittoriano di Roma, l’esposizione è adesso alla Pergola di Firenze, nelle cui sale svela la sua doppia natura privata e pubblica. Magari per farci scoprire che le due facce non sempre coincidono. Da una parte c’è la madre che, per lo più in francese, scrive lettere ora affettuose, ora pedagogiche e patriottiche alla figlia Enrichetta. C’è la donna che scambia slanci di passione e rovelli d’arte con Arrigo Boito e Gabriele d’Annunzio. C’è l’attrice che si mette in viaggio con dodici bauli di costumi e con una valigia che ospita bottigliette di liquore e l’occorrente per il tè; c’è la superstiziosa che non si separa mai da una enfatica bilancia d’ottone per obbedire al proprio segno zodiacale. E c’è la divina che commissiona ai più rinomati stilisti dell’epoca, in particolare a Mariano Fortuny, gli abiti di scena, alcuni dei quali danno alla mostra uno struggente tocco di eleganza liberty.

L’altro lato, quello pubblico, ci immette nel «sistema Duse», nelle tournée frenetiche con cui l’attrice portava all’esasperazione una pratica abituale degli attori italiani, sommando in sé i ruoli della primadonna, della regista, dell’organizzatrice e della manager. Forse è l’aspetto più interessante e più nuovo della mostra. Non a caso sull’attività manageriale della Duse, così avanzata per i tempi, esce proprio in questi giorni dalla casa editrice Le Lettere la documentatissima ricerca di Francesca Simoncini Eleonora Duse capocomica (pp. 242, e25).

Vediamo con quanta tenacia, preoccupazione e sofferenza l’attrice pianificava il lavoro all’estero. Tra il 1885 e il 1924, l’anno della morte a Pittsburgh, la Duse viaggiò moltissimo: Egitto, Europa, Russia, America del Nord e del Sud. Un planisfero luminoso ne ripercorre i movimenti secondo l’anno e il repertorio, ed è come assistere ad una partita a scacchi con una sola pedina (la Duse) che passa freneticamente da una casella all’altra scortata da Dumas fils (la Dame aux camélias era un successo infrangibile), Ibsen, d’Annunzio, Verga. Nel loro nome la Duse sviluppava la sua strategia culturale, con i loro drammi depurati da ogni gigioneria esportava la nuova arte italiana.

Era riuscita a creare una compagnia stabile di sei attori, cui aggiungeva, di volta in volta, gli elementi secondari. Aveva una preoccupazione: che l’interpretazione fosse sempre vigile. Diceva: «Quando si è imparata la propria parte, il cervello non lavora più \ ecco perché ci sono tante attrici e tanti attori stupidi». Ma quei sei la tranquillizzavano. Chi erano? Carlo Rosaspina, Ettore Mazzanti, Antonio Galliani e sua moglie Guglielmina Magazzari, Ciro Galvani, Alfredo Geri. Non li ricorda più nessuno, ma erano fior di professionisti. Al loro fianco, trionfi e fatica. Tanta da morirne, complice anche la malattia, come ha raccontato nel 1988 Ghigo De Chiara con il monologo Eleonora, l’ultima notte a Pittsburgh, che Maurizio Scaparro metterà in scena al prossimo festival di Spoleto con l’interpretazione di Annamaria Guarnieri.

Era nata in una stanza d’albergo la Duse (nel 1858) e in una stanza d’albergo era morta. Salvo gli anni di inattività, è stata sempre in tournée e una tournée è stata anche la sua morte, con i quattro funerali celebrati a New York, a Napoli, a Roma, a Asolo. Anche allora fu un trionfo: ma di lutto collettivo.

Tag:

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: