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Con le “chiacchierate al caminetto” Roosevelt spiegò il New Deal agli americani. De Gaulle inventò in Francia la “Telecrazia”. Due saggi analizzano il loro uso politico dei mass media

Massimiliano Panarari per “La Stampa

Quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare», diceva, in Animal House, un celebre film di John Landis, Bluto «Blutarski» (alias John Belushi). E, in effetti, due delle maggiori personalità politiche del Novecento, Franklin Delano Roosevelt (1882-1945) e Charles de Gaulle (1890-1970), tra loro assai differenti, erano, però, entrambi dei «duri», i quali si trovarono a dovere fronteggiare, nel corso della loro carriera, dei giochi che si erano fatti molto, ma proprio molto, duri (genere la Grande Depressione e la guerra d’Algeria…).

E la «strana coppia» riuscì ad affrontare quelle sfide, in maniera modernissima, anche grazie alla comunicazione, come mostrano due libri usciti da poco, che ci danno conto di come l’intreccio tra i processi di leaderizzazione e spettacolarizzazione della politica attraverso i mass media abbia radici che precedono di alcuni decenni gli Anni Ottanta di Reagan e della Thatcher, diventati i simboli per antonomasia di questa relazione.

Ripartiamo! (a cura di Francesco Regalzi, Add, pp. 62, euro 5) è la benemerita raccolta delle fireside chats, le «chiacchierate al caminetto» di Roosevelt, una delle pagine più famose della retorica politica novecentesca. Un connubio, quello tra oratoria e «potenza di fuoco» dei mezzi di comunicazione di massa, nel quale il presidente offeso dalla poliomielite seppe riversare anche le tecniche di propaganda (o di spin doctoring, come si direbbe adesso) impiegate dal governo dell’epoca per persuadere l’opinione pubblica statunitense della bontà dell’intervento nella Seconda guerra mondiale. Medium al servizio della liberaldemocrazia, nel caso statunitense, negli Anni Venti la radio accompagnò anche, in maniera decisiva, il consolidamento dei totalitarismi, dall’Italia di Mussolini (che la considerò fondamentale per la fascistizzazione della nazione) alla Germania di Hitler e Goebbels (che ne fece un pilastro della propaganda nazionalsocialista).

A leggerli oggi questi discorsi radiofonici degli Anni Trenta, indirizzati ai cittadini di una nazione messa in ginocchio dalla grande crisi successiva al crollo di Wall Street – e che Roosevelt chiama «amici miei» – appaiono in tutta la loro forza di «archetipi» (o idealtipi) della comunicazione politica. Dentro c’è tutto, all’insegna di una formula che mescola sapientemente semplicità delle parole (e cura attentissima nella loro scelta, altro che la sciatteria linguistica di certa triste politica dei giorni nostri…), tensione morale, responsabilità individuale e appello alla missione collettiva, e richiamo alla tradizione americana (indispensabile anche per rintuzzare i durissimi attacchi della destra che accusava il New Deal di essere un parente stretto della pianificazione socialista e, dunque, un-American). E, soprattutto, un cocktail che riuscì a trascinare gli Stati Uniti fuori dal gorgo della recessione ed evidenzia, in maniera indiscutibile, la dimensione al tempo stesso mediatica e carismatica del rooseveltismo.

Quella del democratico Usa si può, dunque, considerare una «presidenza radiofonica» tanto quanto fu una «presidenza televisiva» quella di de Gaulle, la prima della storia europea, come racconta, in uno studio davvero esaustivo, lo storico della politica dell’Università di Bologna Riccardo Brizzi nel suo L’uomo dello schermo (il Mulino, pp. 358, euro 28). Ne emerge il ritratto di un Generale perfezionista certosino, così lungimirante da vedere nella tv la soluzione ai suoi «problemi» con la carta stampata che reputava sempre ostile. Un’idea che gli era venuta dall’assai poco amata America, dalla quale aveva importato in Europa la prassi delle conferenze stampa periodiche, inaugurata da Woodrow Wilson e divenuta efficacissima con Dwight Eisenhower, il primo ad aprirle alle telecamere nel 1958. De Gaulle curava in maniera maniacale e fino all’ultimo dettaglio la scenografia delle conferenze stampa pomeridiane che, dal gennaio del ’59 all’aprile del ’69, si tennero sempre e rigorosamente all’interno della Salle des fêtes dell’Eliseo, secondo un cerimoniale studiatissimo per dare solennità a quelli che, col tempo, finiranno via via per configurarsi come degli autentici monologhi presidenziali. Un lavoro minuzioso, che prevedeva il coinvolgimento di uno stuolo di consiglieri e tecnici delle pubbliche relazioni (a conferma di come il presidente francese avesse una sua idea di grandeur anche comunicativa), e decisamente «coreografico», con l’ingresso preventivo, modello corteo, di ministri, sottosegretari, collaboratori presidenziali e, infine, alle 15, del Generale, il quale usciva dal maestoso fondale di tende, per essere lungamente immortalato dagli scatti dei fotografi.

De Gaulle preparava per settimane il discorso (scritto di suo pugno), e poi lo ripeteva fino a impararlo a memoria, e, in caso di domande poco gradite, sfoderava un’«ironia killer» che gli riconoscevano in molti. Tanto, in caso di inconvenienti, gli operatori televisivi della Rtf erano pronti a levare eventuali riprese poco gradite o imbarazzanti (come gli improvvisi attacchi di sonno di André Malraux) per Monsieur le Président. «Telecrazia», la definirono i suoi avversari politici, e, a conti fatti, non appare, poi, così lontana dalla videopolitica e dal videopotere di cui ha scritto Giovanni Sartori, perché nella Mediasfera (quasi) tutto il mondo è paese.

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