Comunismo e ironia, il Manifesto fa quaranta

Il 28 aprile 1971 usciva il primo numero del quotidiano. Fin dall’inizio scomodo, anticonformista, spesso libertario

Fabio Martini per “La Stampa

Tutto finì per precipitare nell’estate del 1969. La Rivista del Manifesto pubblicò un editoriale dal titolo eloquente, «Praga è sola», e dall’argomento scomodo: l’isolamento dei comunisti cecoslovacchi, un anno prima soffocati dai carri armati sovietici e poi dimenticati da tanti compagni. Nel Pci «venne giù il mondo», come ricorda Rossana Rossanda, tanto è vero che nel giro di qualche settimana il gruppo del Manifesto viene espulso dal Partito comunista italiano. Diciassette mesi più tardi – il 28 aprile 1971, esattamente 40 anni fa – nasce il Manifesto, quotidiano comunista che rivela subito un profilo originale, anticonformista, spesso libertario. Da allora sono trascorse due generazioni e molto è cambiato nell’identità di quel giornale, come dimostra la recentissima pubblicazione dell’articolo del professor Alberto Asor Rosa, nel quale si sosteneva che la «democrazia si salva, forzando le regole», con l’aiuto dei carabinieri e della polizia. Una sorta di «pronunciamento» dal vago sapore golpista che l’indomani è stato difeso dalla direttrice Norma Rangeri: «Che tristezza: Asor Rosa è un intellettuale che esprime liberamente il suo pensiero, talvolta in modo paradossale».

Dalla profetica battaglia di minoranza contro il colpo di Stato sovietico all’evocazione del golpe preventivo; dalla contestazione della caserma comunista alla sua evocazione: paradossolamente quaranta anni di storia del Manifesto scorrono lungo questa parabola, ma Valentino Parlato, uno dei fondatori, non ci sta: «Sì, certo quarant’anni fa eravamo più anticonformisti, ma quella stagione era più ricca, l’Italia era in movimento, mentre oggi siamo nella stagnazione. Ma lo spirito del giornale è rimasto lo stesso di allora: siamo ancora contro tutti gli inciuci e siamo ancora l’unico quotidiano comunista». Ma come riconosce Parlato diversa era la tempra anticonformista dei fondatori, Luigi Pintor, Rossana Rossanda, Aldo Natoli, Lucio Magri, Massimo Caprara, Luciana Castellina, reduci dal dodicesimo congresso del Pci, durante il quale i dissidenti erano stati accusati di «provocazione maoista», in sostanza di frazionismo. E quando giunse il momento di buttare fuori quel drappello di eretici, la requisitoria fu affidata ad Alessandro Natta, ma con il benestare dei due personaggi poi diventate le icone del comunismo italiano: Enrico Berlinguer e Pietro Ingrao.

Quattro pagine (i giornali «borghesi» ne avevano una trentina), un menabò austero, 50 lire contro le 90 degli altri giornali, una direzione collegiale affidata a politici intellettuali, collaboratori prestigiosi (Umberto Eco, Vittorio Foa, Cesare Cases, Franco Fortini, K.S. Karol tra gli altri), il Manifesto trova subito un suo spazio editoriale e politico alla sinistra del Pci, dimostrando – come disse allora Giorgio Bocca – che «tra stenti e fatiche, un giornale senza padroni e senza partito può esistere». L’autonomia e la finezza intellettuale dei suoi fondatori consente uscite spiazzanti (come un articolo «simpatizzante» di Pintor, «A chi fa paura Bettino Craxi?» del 1978); riflessioni così incisive da diventare proverbiali, come quella di Rossana Rossanda sulle Br e sull’«album di famiglia». Il tutto venato spesso di ironia. Come la battuta con la quale Pintor commentò il clamoroso fiasco che accompagnò il Manifesto alla prova elettorale del 1972: «Di sconfitta in sconfitta verso la vittoria».

La progressiva uscita di scena dei fondatori, il boom di giornali concorrenti (prima la Repubblica e più di recente il Fatto quotidiano) hanno via via eroso lettori, influenza e prestigio. E cambiato la linea editoriale. Sostiene Carmine Fotia: «Il Manifesto di quella lontana stagione fece tanti errori ma non quello di abbandonare una cultura garantista, che rappresentò la più profonda discontinuità con la cultura comunista. La candidatura di Pietro Valpreda, ma anche la battaglia contro la fermezza ai tempi del sequestro Moro». Negli anni più recenti, il garantismo ha lasciato spazio a venature giustizialiste. E non solo. Grande scalpore tra i lettori ha suscitato la pubblicazione di una intervista a tutta pagina con il terrorista Cesare Battisti. Qualche giorno fa la Rossanda ha polemizzato col suo giornale per l’equidistanza stabilita tra il Comitato di Bengasi e Gheddafi, sostenendo che non si possono non sostenere i ribelli soltanto perché non si sa bene chi siano. Mentre si sa bene chi sia Gheddafi.

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