I 60 anni del Mulino da Dossetti a Internet

l 25 aprile 1951 usciva il primo numero. I ricordi di Luigi Pedrazzi, i programmi di Piero Ignazi

Dino Messina per “Il Corriere della Sera

Nel racconto di Luigi Pedrazzi, classe 1927, presidente dell’Associazione il Mulino, la nascita della rivista da cui scaturì la casa editrice, l’Istituto Carlo Cattaneo, insomma una delle grandi realtà della cultura e della politica del Novecento italiano, è legata a un’immagine gioiosa nel tempo cupo della guerra. «C’erano i bombardamenti, le scuole erano chiuse e molti di noi, studenti del liceo Galvani, eravamo sfollati sulle colline. Io, che avevo una formazione più cattolica, stavo a Gaibola e Nicola Matteucci, che già allora si definiva laico, a Roncrio. Verso il tramonto ci lanciavamo in bici per incontrarci e scambiare dei libri».

Può essere questa la scena primordiale dell’incontro tra laici e cattolici che è uno dei refrain quando si parla di «Mulino», la rivista nata il 25 aprile di sessant’anni fa da quel gruppo di ragazzi del liceo Galvani che intanto avevano superato la maturità e si erano laureati: «C’erano Fabio Luca Cavazza, Federico Mancini, Antonio Santucci, Nicola Matteucci, tutti laici che sarebbero diventati professori universitari. Poi il gruppetto dei cattolici: cioè il sottoscritto, Gian Luigi Degli Esposti e Pier Luigi Contessi che formavamo il nucleo dei cattolici. Si aggiunse quindi un assistente universitario che ci colpiva perché era infinitamente più colto e più povero di noi, Ezio Raimondi». Il miracolo della nascita di una rivista affidata a un gruppo di giovani dotati soltanto di cultura fuori della norma e di tanto entusiasmo avvenne grazie a Cavazza, «che convinse l’avvocato Giorgio Barbieri, presidente dell’associazione industriali di Bologna e della società Poligrafici che pubblicava “Il Resto del Carlino”, a metterci a disposizione carta e tipografia».

Nacque così un quindicinale che assomigliava al «Mondo» che nel novembre 1951 si trasformò in mensile per ospitare articoli più lunghi sui vari aspetti della società, della cultura e della politica. Nel 1954 quella rivista fatta da ragazzi non ancora trentenni vinse il premio Viareggio e ciò spinse Barbieri a dare i finanziamenti per una casa editrice, che avrebbe pubblicato una decina scarsa di volumi all’anno. Contemporaneamente venne fondata l’Associazione degli amici del Mulino e nel 1956, dopo un viaggio negli Stati Uniti di Pedrazzi e altri colleghi, arrivarono i finanziamenti del Twentieth Century Fund all’Associazione (non ancora Istituto) Carlo Cattaneo. A mano a mano che l’impresa cresceva aumentavano le adesioni: «Ingaggiavamo i giovani che ci sembravano più promettenti: dal milanese Giorgio Galli, che avrebbe sviluppato con noi le tesi sul bipartitismo imperfetto al giuslavorista genovese Gino Giugni o allo storico romano Pietro Scoppola».

Nel colorito e lucido racconto di Pedrazzi, che nel 1964 investì l’eredità dello zio Emilio per rilevare le quote da Barbieri, le varie tappe sono legate all’incontro con figure storiche: «Un giorno bussò alla porta della nostra stanzetta Gaetano Salvemini: “Com’è che siete così programmisti? Avete per caso letto i miei libri?”. Una volta venne Giuseppe Dossetti e ci disse che gli piacevamo perché il nostro liberalismo non sfociava nel liberismo, alcuni di noi erano cattolici ma non clericali, altri socialisti non filocomunisti. E ancora prima ci fu l’incontro con Benedetto Croce, quindi il dialogo con Aldo Moro più che con Amintore Fanfani». Fu quella del Mulino la fucina in cui venne elaborata culturalmente l’esperienza del centrosinistra. Alcuni «amici» dell’Associazione molti anni dopo furono protagonisti di un’altra grande esperienza politica, quella dell’Ulivo: due nomi su tutti, Romano Prodi e Arturo Parisi.

Sessant’anni dopo il testimone di quei ragazzi che scelsero il nome per la loro rivista in base alla passione che avevano avuto per Il mulino del Po di Riccardo Bacchelli è passato nelle mani di Piero Ignazi, professore di Scienze politiche all’Università di Bologna. La direzione di Ignazi, succeduto alla lunga conduzione di Edmondo Berselli, ha coinciso con un periodo di radicale trasformazione, a cominciare dal formato più grande e da una presenza sempre più convinta sul web: interventi quotidiani che rendono davvero movimentata la vita di un bimestrale.

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«Del rapporto tra riviste di cultura e web – dice Ignazi – discuteremo in un convegno a Bologna il 10 e l’11 giugno. La domanda è se le riviste cartacee siano ancora valide portatrici di un pensiero lungo nell’era della rete. Quel che abbiamo cercato di fare in questi due anni e mezzo è analizzare a fondo i fenomeni nazionali e internazionali continuando la grande tradizione di valorizzazione delle scienze sociali empiriche cara al “Mulino”. Ci siamo concentrati su alcuni aspetti nazionali (per esempio la scuola, l’integrazione degli immigrati, il lavoro) e sui fatti emergenti a livello internazionale, utilizzando sul sito online un gruppo di circa settanta collaboratori che ci aggiornano sulle aree cruciali del mondo». Ignazi ritiene che il dialogo tra le culture laica e cattolica sia ormai un dato acquisito e che esistano nuove frontiere su cui «il Mulino» si debba impegnare: «Siamo convinti – continua Ignazi – di vivere in Italia la fase finale di un populismo che ha esaurito la sua carica distruttiva. Tuttavia c’è ancora difficoltà a confrontarsi con le componenti che hanno creduto nel populismo italiano. Su questo terreno il nostro lavoro può essere molto utile. Credo, infine, che nel prossimo futuro della rivista si aprirà una fase più propositiva».

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