Jung risponde a Giobbe

Gianfranco Ravasi per “Il Sole 24 Ore

Anni fa, trovandomi a Zurigo, mi feci condurre lungo le sponde del lago omonimo fino alla cittadina di Küssnacht che s’affaccia sia su quello specchio d’acqua sia sulle Alpi dei Quattro Cantoni. Là io ero venuto soprattutto per dare uno sguardo alla casa ove Carl Gustav Jung aveva a lungo vissuto ed era morto il 6 giugno 1961 (era nato a Kesswil nel 1875). Se ben ricordo, mi impressionò una scritta latina apposta sulla facciata che recitava: Vocatus atque non vocatus, Deus aderit. Dio, quindi, era considerato sempre presente sia che l’uomo l’avesse invocato o meno, chiamato in soccorso, interpellato o ignorato. Echeggia in queste parole una battuta profetica isaiana citata dall’apostolo Paolo nella Lettera ai Romani, da lui considerata come emblematica della sua dottrina sul primato della grazia divina che precede ed eccede l’azione umana: «Isaia arriva fino a dire: Io, il Signore, sono stato trovato anche da quelli che non mi cercavano, mi sono manifestato anche a quelli che non mi invocavano» (10,20).
Ebbene, celebrandosi i cinquant’anni dalla morte del famoso psichiatra e psicologo svizzero, vorrei evocare una sua opera particolare che reagisce a uno dei libri più alti e sconvolgenti della Bibbia, quello di Giobbe, nel quale appunto domina il vero volto di Dio che il suo fedele, travolto dalla prova, cerca di incontrare di nuovo, sfiorando il suo silenzio gelido. E, alla fine, quel Dio misterioso entra in scena con la sua persona e la sua parola. Qui abbiamo, sì, un’invocazione dell’uomo, ma essa è tragica, sfiora la bestemmia, si nutre di protesta. Ora, nel 1952, Jung pubblicava una sua Antwort auf Hiob (Risposta a Giobbe, traduzione italiana di Elena Schanzer e Luigi Aurigemma, Boringhieri, Torino 1979), una libera e provocatoria ri-creazione del testo biblico così trasfigurato da rasentare la deformazione.
Non si deve dimenticare che Carl Gustav era figlio di un pastore protestante e nel suo lungo itinerario di ricerca, pur prendendo le distanze da quell’originaria formazione etico-religiosa, non cessò mai di lasciarsi affascinare dalla simbologia, dagli archetipi sacri e dall’incidenza del fenomeno spirituale (soprattutto cristiano) per una comprensione più compiuta e dinamica della vita psichica. Osservava Umberto Galimberti: «La religione è per Jung la testimonianza più appariscente e completa del continuo sforzo umano di afferrare in modo olistico e intuitivo la psiche… Essa è fonte di concezioni non riduttivistiche della psiche, del tutto opposte a quelle che una psicologia intesa alla stregua di una scienza della natura tende a fornire» (si veda, al riguardo, l’opera Psicologia e religione, composta tra il 1938 e il 1940, e tradotta nel vol. XI delle Opere junghiane da Boringhieri nel 1979).
Senza ovviamente voler prevaricare sulle nostre competenze, entrando nel merito del pensiero del padre della psicologia analitica, evochiamo ora l’impianto tematico della Risposta a Giobbe, per altro variamente interpretata dagli esegeti junghiani. La sua è una parabola nella quale si scopre in Dio una componente “satanica”: egli, infatti, è contrassegnato da un’onnipotenza che può esprimersi nel campo etico come un’amoralità. Di fronte alla rassegnata accettazione delle creature sulle quali questa indecifrabile volontà divina si impone e si scatena, l’unico a ergersi come obiettore è proprio Giobbe, lui che non ha più nulla da perdere dal suo letto di cenere e di sofferenza. È lui che ricorda a Dio una moralità invalicabile alla stessa onnipotenza e, perciò, lo ammonisce a «non indursi in tentazione ma a liberarsi dal male».
Quel Dio che «non sa e non cura di essere incosciente e amorale» decide, allora, di inviare suo figlio, il Cristo, a verificare il senso di quella che ai suoi occhi è una ribellione prometeica. Ma Gesù, giunto nel cuore dell’umanità, partecipe dello scandalo del male e del dolore, rende consapevole il Padre delle ragioni di Giobbe, anzi, libera Dio dalla sua onnipotenza senza coscienza e lo trasforma in un Dio d’amore. La vera redenzione che Cristo opera è, dunque, soprattutto quella del Padre; l’incarnazione alla fine salva Dio dalla tentazione satanica dell’assolutismo etico, privo di una norma oggettiva; Cristo diventa il principio di rigenerazione del Dio imperatore nel Padre divino amoroso. È evidente che siamo ben lontani dalla matrice biblica originaria che è tesa da Jung verso prospettive a essa ignote. Difficile è decifrare la finalità immediata di questa rielaborazione: c’è anche chi ha visto nel mito del Dio riscattato dall’uomo semplicemente un’allegoria junghiana della stessa psicologia analitica. Certo è che, in questo come in altri casi, pur deformata e strattonata verso altri percorsi e approdi, la pagina biblica – soprattutto in un capolavoro com’è il libro di Giobbe – rivela sempre la sua fecondità, la sua insonne presenza nella cultura e nella ricerca dell’umanità.

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