Non smetterò mai di cercare il dialogo

Francesco Battistini per “Il Corriere della Sera”

«Potessi scrivere musica, non scriverei prosa. Questo è il libro più vicino a una composizione sinfonica che abbia mai scritto. Volevo creare qualcosa che somigliasse al canto e alla danza. Non è un caso che i capitoli s’intitolino “Scherzo”, “Allegro”, “Adagio”… In realtà, questo libro cerca d’annullare la differenza tra musica e prosa» . Il giorno in cui compì settant’anni, Amos Oz fu festeggiato nel cuore del Negev dove abita e dice che regalo bellissimo fu sentire nel deserto «Lo stesso mare» , le note che il suo romanzo ha ispirato. «Che cosa sarà di me quando morirò?» , si chiede uno dei suoi personaggi: «Sarò suono o sentore?» . Oz è un suono netto, nella letteratura e nella società israeliana. E in questo libro, a un certo punto lo scrittore entra nella sua storia immaginata un po’ come fa Oz nella sua storia vissuta, quando diventa artefice del dibattito politico, spesso sferzando e ricevendo sferzate: «Se parli chiaro, è evidente che ne pagherai un prezzo. Non me ne sono mai fatto un problema. Da quando ho memoria di me, dai vent’anni, mi sento coinvolto nella politica del mio Paese. Tornassi indietro, rifarei lo stesso: parlare» .

Ma è sicuro che quella dello scrittore sia una voce ascoltata? «Non posso dire degli altri. Io mi sento obbligato a parlare e a farmi ascoltare. Non so se le mie parole abbiano un valore. E non c’è modo di misurarlo. Ma se pure sapessi che nessuno mi ascolta, non potrei stare zitto. È con le parole che si raggiunge il compromesso e si combatte il fanatismo» . Nel romanzo, ci sono storie diverse fra loro che cercano questo compromesso… «L’importanza politica di questo libro è che non parla di Gerusalemme, né dei Territori palestinesi: racconta l’Israele di quell’ 80 per cento che vive lungo la costa del Mediterraneo e di cui nessuno scrive mai. Sono israeliani con altrettanta autenticità, vivono al centro del Paese, hanno pulsioni materialiste, liberali, laiche, edoniste. Quest’Israele è la maggioranza, anche se il mondo non se ne accorge» . È l’Israele abitato da un milione di russi, che hanno cambiato la faccia di questo Paese: basti pensare a Lieberman e al suo partito d’ultradestra. Lo sa che Bari è la città di San Nicola, il più amato dai russi ortodossi? «L’Aliyah, il ritorno alle radici di tutti questi russi, è stata una benedizione per Israele. Ha portato nuove energie nella nostra società. Ha portato anche altro: io dialogo ma non concordo con le idee politiche di molti di loro» . Il dialogo, il compromesso: lei l’ha cercato pure con Marwan Barghouti, capo palestinese in carcere con cinque ergastoli per terrorismo, e le si sono rovesciate addosso valanghe di critiche… «Barghouti non è il mio eroe. Tutt’altro. Ma un giorno sarà lui, forse, il leader riconosciuto dei palestinesi. Gli ho mandato in prigione un mio libro, “Una storia di amore e di tenebra”, perché provi a conoscere la storia d’Israele un po’ più da vicino. I libri aspettano negli scaffali, per farci capire. Ed è molto importante che israeliani e palestinesi imparino a conoscere gli uni il percorso degli altri» . Tutti i personaggi del libro sono separati da un muro, da una lontananza. Quanto pesa la barriera, nella sua vita quotidiana? «Ne “Lo Stesso mare”c’è una comunione mistica tra i personaggi. Anche se Nadia è morta, interferisce nella vita di tutti. Rico in Tibet va a letto con una prostituta e i suoi genitori lo sanno subito: il padre s’arrabbia e la madre anche da morta lo difende, perché si sa che le madri ebree difendono sempre i loro figli, anche da morte. Ho scritto il libro immaginando i personaggi metaforicamente nella stessa stanza, anzi nello stesso letto: in realtà ho scritto un’orgia, non un romanzo! La separazione talvolta è necessaria: Israele e i palestinesi hanno bisogno d’una divisione. Io continuo a volere la soluzione dei due popoli in due Stati, soprattutto dopo tanti anni di guerra: è una divisione per sopravvivere. In questo senso, la barriera ha lo stesso valore di quella che circonda l’Unione europea» . C’è un personaggio, il figlio del commercialista, che parte per il Tibet spinto dal desiderio d’andare il più lontano possibile. Ricorda un po’ Vittorio Arrigoni, finito a Gaza col desiderio di mettere un mare fra sé e l’Italia. Perché la fuga è un modello di vita di tanti ragazzi? «Non conoscevo Arrigoni, né la sua storia. In tutte le generazioni, i figli sono scappati per cercare se stessi e per capire chi fossero, una volta lontani dai genitori. È una cosa universale. Rico, ad esempio, va nell’Asia più remota a cercare il mare che può trovare a Bat Yam, davanti a casa sua» . C’è uno stesso mare che bagna Israele e Gaza ma sembra un oceano di mezzo… «Sono sicuro che la pace arriverà. Forse, è molto piu vicina di quanto si possa immaginare. Un giorno, israeliani e palestinesi saranno dei vicini con un normale rapporto. Magari non d’amore ma normale» . Sta scrivendo un nuovo libro: su che cosa? «Al feto non fa mai bene essere esposto ai raggi X. Bisogna aspettare che il bambino nasca, per vederlo» .

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