Ufo nostro che sei nei cieli

In un amore felice: dopo una vita dedicata alle poesie e agli aforismi, quasi un esordio nel romanzo. Una storia visionaria nata dal bisogno di Trascendenza

Lorenzo Mondo per “La Stampa

Nella premessa al romanzo In un amore felice (Adelphi), Guido Ceronetti afferma che, dopo avere trascorso una vita di lavoro dedicandosi alla poesia, all’aforisma, alla colonnina di giornale, è approdato in una «terra ignota, sponda anomala, patria d’altri, con rischio di incontrare popolazioni ostili». Un rischio scongiurato, nonostante l’impegno richiesto per apprezzarne le intenzioni e i risultati. Ceronetti si riferisce ovviamente al genere romanzo, che in realtà ha già praticato eccezionalmente, nei primi Anni Settanta, con Aquilegia, un libro che si può accostare a quest’altro soltanto per il contenuto esoterico e iniziatico.

Tra Aris, 75 anni, claudicante per una gamba offesa, e Ada, una giovane donna dotata di veggenza, scatta un misterioso richiamo che li fa incredibili amanti e soccorrevoli compagni di vita: «Come se una grazia nuda di Delvaux si fosse fatta avvolgere dal mantellaccio a toppe e brandelli di uno storpio di Bruegel il Vecchio». Lui è stato fotoreporter di guerra negli inferni in cui si è espressa, durante la prima metà del secolo scorso, l’umana vergogna; lei si porta sulle spalle un passato di sofferenza e di colpa. Ma più di queste ferite esistenziali concorre a unirli una straordinaria sensibilità per i fenomeni paranormali.

Strani eventi si succedono in Europa e in America, a partire dall’enorme, vivido insetto che si posa sul carro armato sovietico intento a reprimere la rivolta di Budapest. A questa presenza, minacciosa per gli aggressori russi o salvifica per i resistenti ungheresi, si aggiungono i dischi volanti avvistati in ogni dove con una frequenza epidemica. Sembra assumere un valore profetico la voce di Orson Welles che nel 1938 sbigottì l’America annunciando una invasione di marziani rivelatasi immaginaria. Ma più spaventevoli ancora sono i sequestri, e le uccisioni, di giovani donne da parte di creature aliene. Aris e Ada, assillata per parte sua da oscuri messaggi, indagano su questo fermento cosmico all’osteria del Marrano, ritrovo di scombinati ufologi. E l’impressione dominante è di trovarsi sulle soglie di una rivelazione escatologica.

Ceronetti ci introduce in un mondo fantastico e visionario di cui insinua l’autenticità, cercando sostegno nella letteratura dell’occulto. Vengono in mente, di primo acchito, gli album di Flash Gordon esploratore del pianeta Mongo, ma il nostro autore si fa forte, tra gli innumerevoli cultori dell’extraterrestre, della testimonianza di Nikole Tesla, il genio dell’elettromagnetismo al quale furono attribuiti poteri sovrumani, e perfino delle apparenti anticipazioni della Bibbia. Non saranno i Giganti di cui parla la Genesi, dimoranti in stelle lontane, invaghiti delle figlie degli uomini, a suscitare tanto travaglio? E non saranno questi angeli decaduti a mostrare che anche nell’infinità delle galassie sopravvivono desideri e affanni, che nessun riparo è concesso alla lotta tra il Bene e il Male? Si può immaginare quale partito sappia trarre da tali storie il linguaggio di Ceronetti (che sottotitola provocatoriamente il suo libro «romanzo in lingua italiana») nel basso e nell’alto, nel «comico» e nel sublime; quanti suggerimenti sappia trarre dalle sue molte ed eccentriche letture, dalle tenere rievocazioni dei luoghi più amati, l’«umile» Italia o la vecchia Parigi, non ancora deturpate dalla frenesia tecnologica e mercantile.

Non è il caso di insistere su un intreccio che porta i nostri eroi nella Roma dei ministeri, nell’America della Nasa, dove il Von Braun dei progetti Apollo li aspetta «per disintossicarsi delle cose che si capiscono». In tanto sovraffollamento di appigli e bizzarrie, va salvaguardato il fatto centrale: che Ada si presta, per amore degli uomini, e forse per pietà degli alieni, a farsi temporaneo ostaggio di «orde invisibili negli spazi insolubili». Commentando l’evento sul Corriere, Eugenio Montale manifesterà scetticismo sulla sua veridicità, al contrario di Buzzati che lo definirà pienamente credibile. È un tratto di apparente, divertita nonchalance da parte di Ceronetti.

Nella già citata introduzione chiarisce tuttavia che la spinta per comporre questo romanzo è stato il bisogno di Trascendenza, in lui assillante: «L’ufologia \ è nata dal tronco fulminato della morte di Dio e dal rinnegamento degli angeli». Ed è ancora la Bibbia, sua palestra di studioso e di traduttore, a offrirgli una metafora conclusiva che non contiene, come accade per i Giganti, ombra di maleficio. Il Libro dei Re propone l’immagine di Elia che ascende gloriosamente al cielo su un carro di fuoco, archetipo forse di un disco volante. «Ogni momento», chiosa Aris «può essere per ciascuno l’ora del carro di fuoco».

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