Il doppio volto di Faccetta nera

Antonio Airò per “Avvenire

Settantacinque anni fa, il 9 maggio 1936, Mussolini annunciava a un popolo esultante la nascita dell’Impero italiano d’Etiopia. Pochi giorni prima il maresciallo Badoglio, alla guida di una colonna motorizzata di 1800 autocarri e 20.000 uomini, era entrato senza colpo ferire in Addis Abeba, «in una città semi deserta, con numerosi cadaveri» che le razzie degli stessi etiopi avevano saccheggiato ampiamente, mentre l’imperatore Hailè Selassiè fuggiva a Gibuti. La guerra vittoriosa si era conclusa in pochi mesi con un bilancio, in termini di vite umane, contenuto; 1976 i militari morti, 3557 i feriti. 

Ma conquistata l’Etiopia, bisognava governarla, cercando di ottenere la «sottomissione» o la collaborazione dei tanti raslocali, ognuno con il suo esercito spesso indisciplinato, decisi a difendere con le armi la propria autorità e autonomia in un territorio immenso nel quale, oltre agli ex soldati del Negus che avevano scelto la via della guerriglia, agivano indisturbati senza alcuna pietà verso gli italiani occupanti e la popolazione indifesa bande di criminali comuni e di predoni da sempre recalcitranti a ogni forma di potere.

Subito dopo la proclamazione dell’Impero, quindi, le nostre forze amate – esercito, aviazione, milizia – furono impegnate in continue operazioni di polizia coloniale, in un’ottica di occupazione integrale della quale ci offre un’amplissima documentazione (con il ricorso soprattutto al gigantesco materiale dell’Ufficio storico dello Stato maggiore dell’esercito) la studiosa Federica Saini Fasanotti nel volume Etiopia 1936-1940 (pp. 524, euro 25), che ricostruisce anno dopo anno scontri armati, episodi di crudeltà ma anche di umanità, figure di protagonisti italiani ed abissini durante la nostra avventura nel Corno d’Africa.

Emergono in quella guerriglia, in cui a pagare il prezzo più elevato saranno i villaggi del Paese, quasi due facce: quella intollerante, feroce di Mussolini, che ben si esprime in un telegramma del luglio 1936 al viceré Graziani nel quale lo autorizza «a iniziare e condurre sistematicamente politica del terrore e dello sterminio contro i ribelli e le popolazioni complici. Senza la legge del taglione al decuplo non si sana la piaga in tempo utile»; l’altra rappresentata dal generale Nasi e dallo stesso Graziani, disponibili (pur nella fermezza di un’occupazione ostile) a forme di convivenza con i raslocali, che si arrendevano con l’obiettivo di una pacificazione che avrebbe consentito all’Etiopia uno sviluppo moderno. Ma la politica di Graziani sarebbe stata contradditoria.

Da una parte assicurava «larga generosità e perdono» ai notabili; dall’altra, specie dopo l’attentato che lo aveva gravemente ferito, avrebbe reagito con estrema durezza contro i guerriglieri e la stessa popolazione, ritenuta connivente – a cominciare dalla popolare Chiesa copta, con i quasi 300 monaci di Debra Libanos passati per le armi. Nelle pagine della Fasanotti non vengono dimenticate le responsabilità di una occupazione dura e anche atroce da parte di non pochi militari italiani «che non si sono certamente distinti per particolari doti diplomatiche e umanitarie, come si è cercato di far credere fino agli anni ’60», ma si smontano anche le tesi di una storiografia che aveva assolto le sevizie, alcune rituali (come le mutilazioni dei cadaveri), dei ribelli e dei banditi; «Nessun uomo tra quelli catturati dagli etiopi venne risparmiato».

Una situazione che sarebbe stata ricaduta soprattutto sulla gente comune, la quale subiva la brutale occupazione degli italiani ma registrava con angoscia anche quella delle bande militari che «raramente dimostravano pietà nei confronti di chi si era sottomesso». Un ruolo essenziale nella lotta contro la guerriglia l’avrebbe giocato l’aviazione italiana. Se durante la guerra erano stati utilizzati i gas come l’iprite, suscitando le proteste dell’opinione pubblica internazionale, in seguito la cosa si sarebbe verificata solo in rare occasioni. Nel 1938 comunque Graziani veniva sostituito ad Addis Abeba da Amedeo duca d’Aosta, Ma la politica pacificatrice del nuovo viceré sarebbe stata di breve durata: nel giugno 1940 l’Italia entrava in guerra e l’anno dopo l’Impero finiva.

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