Chailly: «Vi svelo l’attualità di Mahler»

Doppio anniversario per Gustav Mahler. Lo scorso 7 luglio si sono celebrati i 150 anni della nascita del compositore, avvenuta nel 1860 a Kalischt in Boemia. Ma il cuore delle celebrazioni per ricordare il compositore sarà il 18 maggio, quando ricorreranno i cento anni della morte, avvenuta a Vienna nel 1911. A Lipsia, dove il musicista fu per due anni direttore d’orchestra all’Opera, il 17 maggio inizia il «Mahler festival» con Riccardo Chailly sul podio del Gewandhaus per la «Seconda sinfonia Resurrezione». Al direttore d’orchestra milanese abbiamo chiesto una riflessione sul compositore nato in una famiglia di commercianti, che vide morire diversi dei quattordici fratelli. Una vita segnata dal dolore, che ritorna in molte delle sue pagine, le sinfonie, ma anche i cicli di lieder. Partiture che Mahler componeva in estate, tra le montagne – molti i soggiorni a Dobbiaco, sulle Dolomiti e molti gli echi della natura che entrano nelle sue composizioni – mentre nei mesi invernali si dedicava alla direzione d’orchestra. Tanto che in vita la fama di direttore superava quella di compositore. Oggi, invece, le pagine di Mahler sono presenti regolarmente nei programmi delle orchestre. E anche in Italia, dalla Scala a Santa Cecilia, l’anniversario non è finito nel dimenticatoio. (P. Dolf.)

Riccardo Chailly per “Avvenire

Un pianto. Ininterrotto. Che non riuscivo a frenare. È questo il primo ricordo legato a Gustav Mahler. Anni Settanta. Giovane studente di Conservatorio, ancora ignaro dell’universo del compositore di cui il 18 maggio ricorderemo i cento anni dalla morte, entro al Teatro alla Scala per la prova dell’Ottava sinfonia. Sul podio Seiji Ozawa per uno degli appuntamenti del Ciclo Mahler voluto da Claudio Abbado che portò a Milano la Nona con i Wiener diretti da Bernstein e laQuinta con Barbirolli, in una delle ultime apparizioni prima della morte.

Ricordo, dopo un fiume in piena di musica sublime, la vertigine del Blicket auf, l’invito ad alzare lo sguardo verso il Salvatore. Sono scoppiato a piangere senza sapere il perché. Un’emozione fortissima, che sento ancora oggi ripensando a quel momento. E dopo l’ultima nota sono corso fuori dal teatro, alla Ricordi, a comperare la partitura dell’Ottava. Mi ci sono buttato a capofitto. E appena ho potuto l’ho diretta. Per ora già cinque volte. Lo farò anche il 26 maggio a Lipsia con l’orchestra del Gewandhaus (saremo in quattrocento esecutori per questa monumentale pagina) in chiusura del Mahler festival

Dodici giorni in cui con le più grandi orchestre del mondo e i maggiori direttori di oggi proporremo l’integrale delle dieci sinfonie (l’ultima, incompiuta, nella ricostruzione di Deryck Cooke) del musicista boemo. Il nostro modo per celebrare il compositore che a Lipsia ricoprì per due anni la carica di secondo direttore dell’Opera, vice del leggendario Arthur Nikisch. E che nella città tedesca diresse il primo Ring eseguito fuori da Bayreuth. Perché Mahler era anche un grande direttore, molto apprezzato dal pubblico, stimato dai compositori. Certo, al di là dell’affetto che lega il musicista a Lipsia – negli anni del suo soggiorno in città compose la Prima sinfonia e il primo movimento, la Marcia funebre, della Seconda.

E fu in casa Weber che trovò il testo poetico di Des knaben wunderhorn – ricordare l’anniversario è un’occasione preziosa per ribadire che il Novecento senza Mahler non sarebbe stato lo stesso. Ho investito più di vent’anni della mia vita nello studio di questo autore che ha cambiato la storia musicale del secolo scorso. Mi ha arricchito. E per questo oggi spero che siano soprattutto i giovani a riscoprirlo. Perché la musica di Mahler suggerisce un senso di aggregazione e di riappacificazione che parla ancora al nostro mondo. Perché nei contrasti di cui è permeata – pensiamo alla Seconda sinfonia che si apre con una marcia funebre e subito dopo propone un ländler, il ballo ottocentesco austriaco – racconta l’uomo di oggi.

A Lipsia sarò io ad aprire l’avventura del Mahler festival proprio con la Sinfonia n.2 in do minore Resurrezione, iniziata nel 1888 e conclusa nel 1894. Pagina che subito mette in campo un tipico elemento mahleriano, quello tragico: venti minuti di musica ossessiva, nel primo movimento, dove c’è la volontà di sprofondarsi in un clima cupo. Ma poi ecco il cambio di rotta: in partitura sono richiesti cinque minuti di pausa che, oggi, quasi nessuno fa, ma che a Lipsia rispetteremo perché sono necessari per consentire al pubblico, immerso nel clima tragico, di tirare il fiato, di staccare la mente da tanto dolore.

Ecco poi il ländler, ecco un testo dei Das knaben wunderhorn, la Predica di sant’Antonio da Padova agli uccelli, ecco il lied nel quale la voce solista chiede uno spazio nel Paradiso vicino a Dio. Un cammino che si compie con quello che il compositore chiama Coro di santi: “Morirò per vivere. Risorgerai mio cuore: ciò che hai vinto ti porterà a Dio” si ascolta. Una pace che Mahler inseguirà per anni. Un lungo percorso, dalla Terza alla Settima sinfonia, oscuro e tormentato, alla ricerca di una serenità mai trovata sino al 1906, anno della Sinfonia n.8 in mi bemolle maggiore che si apre con il canto del Veni Creator dove si sente l’impronta di Bach, specie nell’esplosione dell’Accende lumen sensibus.

Dove il Gloria è un atto di fiducia nella Risurrezione. Dove l’Adagissimo rappresenta il vertice spirituale della sua opera. Opera che, dopo questa oasi, tornerà al clima tragico della Nona e all’incompiutezza della Decima. Una sinfonia, l’Ottava, spesso bistrattata dall’opinione musicale – nonostante al tempo abbia rappresentato il più grande successo di Mahler come compositore – e ignorata da noi interpreti per l’enorme difficoltà di esecuzione. Ma Mahler, non solo quello dell’Ottava, è un autore imprescindibile per un’orchestra sinfonica. E non lo si risolve certo non eseguendolo, ma facendolo diventare pane quotidiano, materia su cui lavorare e meditare.

Un mese fa ho eseguito la Settima con la Filarmonica della Scala. Una settimana dopo il concerto a Milano abbiamo riproposto la partitura a Modena, senza riprovarla: ma l’esecuzione è cambiata perché la musica di Mahler era decantata nei musicisti e l’irrazionale che contiene aveva avuto la meglio portando a una maturità straordinaria la prova. A Lipsia, quando non sarò sul podio, siederò in platea ad ascoltare i colleghi. Perché l’universo di Mahler è una sinfonia globale. Lo stesso autore suggeriva di ascoltare tutte d’un fiato le sue pagine, perché una è la conseguenza dell’altra. Tanto è vero che tutto il senso di questo viaggio sterminato lo si trova nel movimento conclusivo della Nona, il cuore, l’apice (tenuto conto che la Decima sinfonia è rimasta incompiuta) di un percorso che ha cambiato per sempre la storia della musica.

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