Il puzzle indiano dopo le elezioni

Dopo 34 anni, i comunisti indiani perdono clamorosamente le elezioni nel Bengala Occidentale. Visto in controluce, il risultato elettorale lascia intravedere le crescenti contraddizioni sociali di quella che si avvia a diventare una delle maggiori potenze economiche del mondo.

di Marco Zerbino, da “Micromega

Un lungo periodo elettorale, che ha coinvolto quattro stati e circa 140 milioni di elettori, si è concluso pochi giorni fa in India. Ad attirare l’attenzione dei (pochi) media occidentali che hanno dato la notizia – oltre al fatto che le consultazioni hanno visto un grande protagonismo di alcune donne impegnate in politica come Mamata Banerjee, leader del partito Trinamool Congress, e l’ex attrice Jayalalithaa, tornata al potere sull’onda dell’ottimo risultato elettorale ottenuto nello stato del Tamil Nadu – è stata soprattutto la sconfitta dei comunisti in alcuni stati che questi governavano da diverso tempo. Entità amministrative come il West Bengala e il Kerala, in effetti, hanno costituito per decenni un esempio, pressoché unico al mondo, di governi a guida comunista democraticamente eletti e particolarmente longevi. Basti pensare che Buddhadeb Bhattacharjee, il sessantasettenne leader del Partito Comunista dell’India-Marxista, era alla guida del Bengala Occidentale dal 2000, ma il suo predecessore, Jyoti Basu, anch’egli appartenente al Cpi-M si era insediato per la prima volta nel 1977. In un altro dei loro storici bastioni, il Kerala, i comunisti hanno governato a fasi alterne sin dall’inizio degli anni ’70, mentre ora dovranno cedere la guida dello stato al Partito del Congresso Nazionale Indiano. 

Abbastanza monocorde anche il tono dei rari commenti a questa disfatta elettorale, che i più hanno voluto mettere in relazione con l’incapacità, attribuita ai dirigenti del Cpi-M e alle coalizioni di sinistra da essi guidate, di porsi in sintonia con un panorama sociale e culturale in rapido mutamento. In quella che è di fatto una delle più importanti economie emergenti del mondo, con tassi di crescita annui che si aggirano attorno all’8-9%, la progressiva diffusione della ricchezza e l’irrompere sulla scena di una classe media dagli stili di vita e di consumo fortemente occidentalizzati avrebbero rapidamente reso anacronistico qualsiasi riferimento ad un’idea di trasformazione sociale mirante alla messa in discussione dei rapporti di produzione capitalistici. Insomma, a sfuggire di mano ai principali partiti della sinistra indiana non sarebbe stato solo il governo, ma la società nel suo complesso, ben più dinamica e contraddittoria, nelle sue veloci metamorfosi, di quanto qualche parruccone veteromarxista non sia disposto ad ammettere.

A ben guardare, alcuni elementi di verità questa analisi deve contenerli se è vero, com’è vero, che una sconfitta elettorale che arriva dopo anni di permanenza al potere è anche, in fin dei conti, il sintomo di uno scollamento e di un’incomprensione, creatisi nel tempo, fra la forza politica organizzata che ne fa le spese e la sua base sociale di riferimento. Quanto però al contenuto e ai protagonisti di questo scollamento e di questa incomprensione, qualche dubbio appare lecito porselo se si considera che, a fronte di una crescita economica impetuosa, la percentuale di popolazione in condizioni di miseria estrema rimane in India straordinariamente alta, mentre lo stesso carattere convulso ed eterodiretto dai grandi investitori esteri dello sviluppo di questo enorme paese ha determinato un aumento delle contraddizioni sociali, visivamente ben rappresentate dal paesaggio urbano di una città come Calcutta, dove gli slumsstraboccanti di poveri cristi convivono fianco a fianco con i nuovi quartieri di grattacieli sfavillanti destinati alla classe media del terziario avanzato. Insomma, i poveri aumentano, le disuguaglianze e gli squilibri pure, ma i comunisti, al potere da 34 anni e ancora in grado di controllare e mobilitare una macchina organizzativa e militante di tutto rispetto, perdono le elezioni. Che ci sia sotto anche un problema di linea politica?

In effetti, i due principali partiti indiani che, nel nome, si richiamano al marxismo e alla tradizione comunista, il Partito Comunista dell’India e il Partito Comunista dell’India-Marxista, scissosi dal primo nel 1964, hanno da tempo abbracciato politiche ultramoderate, liberiste e volte spasmodicamente ad attirare gli investimenti dei grandi capitali nazionali ed esteri. Nel Bengala occidentale, la sconfitta di Bhattacharjee, noto ai più come “il Buddha rosso”, era in realtà stata ampiamente prevista, anche e soprattutto in relazione al fatto che la sua politica di collaborazione aperta con alcune potenti multinazionali estere e autoctone gli ha col tempo inimicato le simpatie della stragrande maggioranza della popolazione rurale.

Diverse dispute sono sorte negli ultimi anni riguardo agli espropri, fortemente voluti dal governo a guida comunista del Bengala occidentale, di una serie di vasti terreni agricoli per fare spazio a nuovi megaimpianti industriali all’interno delle cosiddette Special Economic Zones (Sez). A farne le spese i piccoli agricoltori, presto organizzatisi nel Bhumi Ucched Pratirodh Committee (Comitato contro le requisizioni delle terre) e scontratisi in diverse occasioni, talvolta in maniera molto violenta, con la polizia e con gli attivisti del Partito Comunista inquadrati in milizie paramilitari. Emblematico, in questo senso, è stato nel 2007 l’episodio del massacro di Nandigram, quando circa 3000 poliziotti, insieme a militanti armati del Cpi-M, vennero inviati da Bhattacharjee a riprendere controllo di un’intera area rurale a sud-ovest di Calcutta nella quale era in progetto la costruzione di un grande polo chimico da parte della compagnia indonesiana Salim. I comitati dei contadini, che si opponevano alla creazione della Sez, avevano infatti instaurato una sorta di amministrazione provvisoria sui territori contesi, interrompendone anche le comunicazioni con il resto del Paese. Lo scontro fu frontale e violentissimo, lasciando sul campo almeno 14 morti (la cifra esatta non si è mai saputa) e più di 70 feriti dal lato dei manifestanti. In quell’occasione, i comitati contadini ebbero l’appoggio di Mamata Banerjee e del Trinamool Congress, ma anche quello dei “naxaliti”, ovvero dei ribelli maoisti che da circa quarant’anni combattono una guerra di bassa intensità contro il governo centrale, oltre che nel West Bengala, anche in altri stati dove particolarmente acuta è la povertà rurale.

La logica seguita da Bhattacharjee e dai comunisti indiani, in linea con il modello cinese e con la cosiddetta “politica dei due tempi”, afferma in sostanza che, non essendo possibile né auspicabile costruire un’economia e una società socialiste a partire dalla miseria, la priorità va data alla creazione di ricchezza e di posti di lavoro. Solo in un secondo tempo, quando cioè lo sviluppo delle forze produttive e della tecnologia avrà garantito un più alto rendimento del lavoro e un più diffuso livello di benessere e di cultura nella società, si potrà pensare a socializzare quanto è stato prodotto dalla dinamica del profitto e dell’accumulazione capitalistica. D’altro lato, va detto che né Mamata Banerjee, che è stata più volte ministro nel governo centrale indiano, né il Trinamool Congress possono vantare chissà quale indipendenza dai grandi gruppi industriali, mentre i maoisti (i cui vari tronconi si sono fusi nel 2004 per dar vita ad un nuovo partito, il Partito Comunista dell’India-Maoista, guidato da Muppala Lakshman Rao, detto Ganapathi) propendono per una visione ruralista e antindustrialista dal respiro abbastanza corto, in un paese che si avvia a diventare una delle più grandi potenze economiche mondiali. Sullo sfondo delle vicende elettorali e degli antagonismi politici, si intravedono in realtà scenari più ampi, nei quali entrano prepotentemente in gioco le forze materiali e sociali messe in moto dall’irrompere della nazione indiana nel mercato globale.

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