L’enigma del ritiro americano dall’Iraq

Original Version: لغز الانسحاب الأميركي من العراق

Così come l’accordo di sicurezza del 2008  tra Washington e Baghdad fu circondato dal mistero e dalla segretezza, lo stesso mistero attorno al ritiro americano continua a predominare oggi; ma è probabile che gli USA manterranno diverse migliaia di soldati in Iraq anche dopo il 2011 – scrive l’analista iracheno Abdel Hussein Shaaban,  intellettuale ed accademico iracheno; nei suoi scritti si è occupato di democrazia e diritti umani, riforme e questioni della società civile

da “Medarabnews

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“Attenti, che il tempo a Washington sta per scadere”. Questa è la frase che il segretario alla difesa americano Robert Gates rivolse ai responsabili iracheni per spingerli ad affrettarsi a chiedere una proroga della permanenza delle truppe USA in Iraq, nel corso di un’improvvisa visita a Baghdad nell’aprile 2011, in coincidenza con l’8° anniversario dell’invasione dell’Iraq.

Secondo l’accordo firmato da Baghdad e Washington nel novembre del 2008, le forze americane si sarebbero dovute ritirare dall’Iraq in base a un calendario che si sarebbe completato con la fine del 2011. In effetti, in base alla decisione del presidente americano Barack Obama, è stato completato il ritiro di 91.000 soldati nell’agosto del 2010, ma un dibattito a livello iracheno ed americano ha cominciato a contrapporre al completamento del ritiro la possibile permanenza di alcune migliaia di soldati americani dopo il termine previsto dall’accordo, cosa che richiederebbe una nuova intesa per regolamentare giuridicamente la permanenza di tali forze.

Se la richiesta di una proroga potrebbe apparire a prima vista una richiesta “americana”, allo stesso tempo potrebbe essere una richiesta irachena, con l’eccezione del raggruppamento di Muqtada al-Sadr. Non vi è infatti alcun ambiente politico che chiede o che insiste su un pieno ritiro delle truppe americane. Al contrario, alcuni ambienti invocano apertamente il prolungamento della loro permanenza, come ad esempio l’Alleanza del Kurdistan che raggruppa i curdi in parlamento. La stessa richiesta l’ha espressa in maniera ugualmente franca il governo regionale del Kurdistan.

Le posizioni di alcuni oscillano tra il silenzio e la riluttanza. Altri attendono la posizione ufficiale del governo, tanto più che la ratifica di un nuovo accordo richiederebbe una sua discussione per ottenere l’approvazione in parlamento, qualora il governo dovesse prendere una decisione in questo senso.

L’ex ambasciatore americano in Iraq Ryan Crocker, che fu a Baghdad tra il 2007 e il 2009, ritiene che Washington debba adottare la politica della “pazienza strategica” nei confronti dell’Iraq nella prossima fase, poiché non è più in grado di compiere passi unilaterali da questo momento in poi. Ma se gli iracheni chiederanno di riconsiderare la situazione in maniera condivisa per la fase post-2011, sarà un interesse strategico dell’amministrazione americana rispondere a questa richiesta in maniera positiva.

Perciò, Washington vuole “lasciare la palla nel campo degli iracheni”. Infatti, malgrado le divisioni esistenti fra i diversi raggruppamenti politici, essi – ad eccezione del summenzionato Muqtada al-Sadr – potrebbero accordarsi su una permanenza limitata delle forze americane in alcune basi. Potrebbe trattarsi di un periodo di due o tre anni, ulteriormente prorogabile in base ad un nuovo accordo qualora fosse necessario.

Dietro le quinte sono circolate insistentemente voci circa comuni preparativi per ratificare un nuovo accordo il quale regolerebbe le relazioni politiche, militari e di sicurezza tra Washington e Baghdad.

Malgrado alcune riserve e alcuni diversivi – che si verificarono anche durante il processo di ratifica dell’accordo del 2008, il quale “costrinse” praticamente tutti a trovarsi alla fine d’accordo su di esso, nella speranza di sottoporlo successivamente ad un referendum popolare che poi non ebbe luogo – la stipula di un nuovo accordo potrebbe prendere la stessa piega del 2008, visto che alcune forze non vogliono prendere l’iniziativa, alcune aspettano che siano altri a farlo, e tutti vogliono “mangiare l’aglio con la bocca degli altri”, perfino coloro che hanno giustificato l’accordo precedente come il “male minore” (così lo definì il segretario generale del Partito comunista iracheno Hamid Majid Moussa).

Pur riconoscendo le carenze e le lacune nella sicurezza, e il mancato completamento del processo di costruzione di forze armate irachene in grado di fronteggiare le serie sfide interne ed esterne del paese, le priorità degli Stati Uniti non si fermano tuttavia qui, ma legano il nuovo accordo di sicurezza con l’Iraq a questioni importanti ed urgenti come: la questione iraniana, soprattutto in relazione al suo programma nucleare; la questione del ritiro e del ridispiegamento delle forze USA in Afghanistan; il complicato rapporto con il Pakistan; le prospettive di pace dopo il cambiamento in Medio Oriente, soprattutto alla luce dell’intransigenza israeliana e delle diffidenze nei confronti della riconciliazione palestinese tra Fatah e Hamas; la crisi economica e finanziaria mondiale e le sue ripercussioni negli Stati Uniti. Tutto ciò segue le rivolte popolari avvenute un numerosi paesi della regione, e l’uccisione di Osama bin Laden nel corso di un’operazione delle forze speciali americane vicino a Islamabad.

Ad ogni modo, la permanenza di alcune migliaia di soldati americani (è probabile che il numero superi le 10.000 unità) ha delle giustificazioni sia agli occhi degli americani che degli iracheni a livello del governo e di coloro che vi partecipano, tanto più che si tratterebbe di forze altamente addestrate ed equipaggiate, e pronte al combattimento, sebbene ufficialmente incaricate di addestrare le forze irachene, di fornire loro la consulenza necessaria, e di compiere operazioni antiterrorismo congiunte di portata limitata, in accordo con gli accordi presi tra Washington e Baghdad.

Alle forze militari USA si deve poi aggiungere una presenza civile americana molto forte in Iraq, soprattutto tenuto conto che l’ambasciata americana in Iraq è la più grande ambasciata USA del mondo, e che Washington ha due consolati rispettivamente a Bassora e Erbil, oltre che uffici a Kirkuk e Mosul – per una presenza civile complessiva di 2.400 funzionari. La protezione di questi uffici e del loro personale, oltre che delle personalità civili e militari americane, è poi subappaltata a società di sicurezza private americane che hanno uno statuto giuridico speciale.

Siccome le forze armate irachene non sono al momento in grado di proteggere lo spazio aereo e le acque territoriali del paese di fronte a minacce esterne, è richiesta una presenza militare americana perché queste esigenze siano assicurate – la stessa giustificazione di fronte alla quale si “inchinarono” praticamente tutte le forze politiche irachene, ed in particolare quelle che presero parte al “processo politico” iracheno, per motivare la loro accettazione dell’accordo del 2008, dell’estensione delle risoluzioni internazionali, del prolungamento della missione delle forze della coalizione in Iraq, e del pagamento a Washington di un risarcimento del valore di 400 milioni di dollari dopo la chiusura del Fondo per lo sviluppo dell’Iraq istituito in base alla risoluzione 1483 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU il 22 maggio del 2003.

Ma cosa accadrebbe se Washington decidesse – in base a valutazioni proprie, ed in particolare sotto la pressione della crisi finanziaria ed economica, e sotto la spinta dell’opinione pubblica americana ed internazionale – di ritirarsi dall’Iraq? L’Iraq diverrebbe preda degli Stati confinanti, ed in particolare dell’Iran la cui influenza è cresciuta enormemente? In effetti, perfino gli Stati Uniti, i quali hanno occupato l’Iraq, sono dovuti scendere a patti con Teheran, per via diretta o indiretta, sulla formazione del nuovo governo iracheno, poiché imporre un proprio candidato avrebbe significato il fallimento certo delle proprie politiche rivelatesi fallimentari fin dall’inizio.

Ma in realtà Washington anche se dovesse ritirarsi non lascerà il campo libero, ed allo stesso tempo cercherà di compiere un ritiro “ a testa alta” e “responsabile”, come lo ha definito il presidente americano Obama mostrando pragmatismo politico, soprattutto dopo la sconfitta del progetto americano del “Grande” e del “Nuovo” Medio Oriente, e dopo che gli americani sono sprofondati fino al collo nel pantano iracheno. In questo caso (cioè, se davvero dovesse avvenire un ritiro), per gli Stati Uniti sarebbe necessario sostituire la presenza militare diretta con le basi militari presenti nel Golfo: le due basi militari in Kuwait e il quartier generale della Quinta flotta USA in Bahrein, in aggiunta all’enorme base in Qatar e alle installazioni nell’Oman e negli Emirati Arabi Uniti. Perciò Washington sarebbe comunque un grado di dispiegare rapidamente forze di terra, oltre a forze aeree, navali e missilistiche, per scoraggiare qualsiasi attacco e affrontare qualsiasi evenienza esterna.

Se lo scenario iracheno è intricato, non meno complicata è la situazione americana, soprattutto dal punto di vista militare. Sul fronte iracheno alcune forze temono il ritiro americano. Se il movimento curdo vuole una presenza militare americana a garanzia delle conquiste fin qui ottenute e a sostegno di una soluzione al problema delle cosiddette aree contese – in particolare Kirkuk – alcune componenti politiche degli arabi sunniti si sono mostrate caute di fronte all’eventualità del ritiro americano, sebbene non abbiano manifestato apertamente i propri timori, poiché temono un’espansione del dominio delle forze sciite, soprattutto in assenza di un contrappeso. Cosa ancora più importante, perfino alcuni gruppi che si oppongono alla presenza americana hanno espresso i propri timori di fronte a un possibile ritiro degli USA.

L’ex ministro degli esteri ed esponente di spicco del partito Baath, Tarek Aziz, ha affermato dal carcere che l’America ha la responsabilità di non lasciare l’Iraq in mano ai “lupi”, intendendo con questa espressione le forze che dominano il governo. Una simile posizione solleva numerosi paradossi e implicazioni a proposito del “realismo” del ritiro e delle forze che lo sostengono, comprese le forze dominanti la cui preoccupazione potrebbe crescere qualora il ritiro dovesse avvenire.

Sebbene alcune forze vogliano mobilitare la piazza ad opporsi alle posizioni del governo, chiedendo il ritiro americano, esse in realtà vogliono che le forze USA restino poiché temono una rottura degli equilibri di forza a favore del regime di Teheran, considerato più pericoloso dell’occupazione americana poiché pronto a sostenere i propri amici. Il presidente iraniano Ahmadinejad ha dichiarato che l’Iran e gli altri paesi della regione sono pronti a colmare il vuoto di sicurezza lasciato dagli USA , uno scenario che è molto simile a un incubo per alcune correnti che partecipano al processo politico iracheno, ed anche per alcune forze esterne ad esso.

Vi è poi chi ritiene che il semplice fatto di accordarsi su un ritiro americano spingerebbe nuovamente il paese nel baratro della guerra civile. Il processo politico potrebbe infatti raggiungere lo stallo totale e il conflitto attuale – che ha paralizzato lo Stato e i suoi compiti essenziali di garantire la sicurezza, i servizi sanitari, l’istruzione, il lavoro e la lotta alla corruzione – potrebbe trasformarsi da scontro politico in scontro armato, rischiando di disintegrare il paese.

Cosa ancora più importante, vi è chi sostiene che il settarismo e la frammentazione dell’Iraq potrebbero estendersi agli Stati vicini che stanno attraversando situazioni difficili, tanto più che le rivolte popolari hanno confermato la debolezza di molti regimi. Ciò potrebbe portare a situazioni incontrollabili, e il caos potrebbe propagarsi ad altri paesi a partire dall’Iraq.

A completamento degli scenari legati al ritiro americano, vi è quello che prevede la progressiva sostituzione delle truppe USA con forze fornite dalle società di sicurezza private americane, che rappresentano un esercito sotto mentite spoglie il quale stipula contratti con l’esercito americano e comprende mercenari che svolgono missioni specifiche al servizio di chi li paga. Queste società private, oltre a proteggere le installazioni americane in Iraq, ed altri obiettivi sensibili come i pozzi di petrolio e le linee di rifornimento, potrebbero svolgere il ruolo di forze americane di pronto intervento.

Così come l’accordo del 2008 (il cui testo venne diffuso solo dopo la sua ratifica, e fu consegnato ai membri del parlamento solo al momento della discussione in aula) fu circondato dal mistero e dalla segretezza, lo stesso mistero attorno al ritiro americano continua a predominare oggi, aumentando le preoccupazioni circa un deterioramento della situazione in direzione di un maggiore senso di sfiducia e di insicurezza.

Così come l’ammiraglio americano Mike Mullen all’epoca aveva ammonito il governo iracheno che la mancata firma dell’accordo avrebbe portato a conseguenze catastrofiche, allo stesso modo vi è oggi chi – soprattutto da parte americana, e di alcuni responsabili del governo iracheno – afferma che il ritiro americano esporrebbe la situazione irachena ad un probabile collasso. Dunque oggi è come ieri?

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