La morte di Kashmiri è il nuovo atto del teatrino Usa-Isi

 L’eliminazione in Pakistan di una primula rossa del terrorismo islamico ad opera dei droni americani è un’ulteriore conferma dell’ambiguo rapporto tra Washington e i servizi segreti di Islamabad. Le visite di Clinton e Panetta. L’ascesa dell’islamismo

Francesca Marino per “Limes

La morte di Ilyas Kashmiri, avvenuta giorni fa ad opera di uno dei famigerati droni americani, è passata in Italia quasi completamente sotto silenzio, nonostante l’uomo fosse, quanto a importanza strategica e operativa, uno dei pezzi da novanta della cosiddetta internazionale del terrore. In effetti, nonostante fosse attivo fin dai bei tempi della jihad afghana contro i russi, l’elusivo comandante era entrato trionfalmente a far parte della lista dei terroristi internazionali soltanto nel 2010 ed era sconosciuto ai più da questa parte del mondo.

Eppure, secondo i pakistani, gli indiani e qualche settore illuminato dei servizi segreti internazionali, era stata opera di Kashmiri la strategia che aveva condotto all’attentato di Camp Chapman in Afghanistan in cui erano saltati in aria ben sette membri della Cia. Sempre opera sua il recente attacco alla base della Marina militare di Karachi così come due dei tre attentati alla vita dell’ex-presidente Musharraf per i quali era stato arrestato e in seguito rilasciato.

Secondo l’agente doppiogiochista David Headley, inoltre, Ilyas Kashmiri era coinvolto nell’organizzazione della strage di Mumbai e preparava da tempo un attacco in grande stile contro il giornale danese colpevole di aver pubblicato le famigerate vignette su Maometto. Un pezzo da novanta, insomma, fuoriuscito dall’Harkat-ul-Mujahidin per fondare la famigerata quanto inafferrabile Brigata 313 che faceva parte dell’Al Qaida International Islamic Front for Jihadi against the Crusade and Jewish People e della Lashkar-ul-Zil, una delle divisioni operative della rete del terrore.

Dopo la morte di Osama bin Laden si era parlato per qualche giorno di Kashmiri come suo probabile successore. Le modalità della sua morte ricalcano in qualche modo quelle della fine di Osama: Kashmiri è stato ucciso dai droni mentre prendeva il tè in un boschetto di meli a Wana, in Waziristan, e il suo corpo, talmente martoriato da risultare irriconoscibile, sarebbe stato sepolto in fretta e furia dagli abitanti del luogo. La sua morte è stata immediatamente confermata dall’Harkat-ul-Mujahidin e dalla Brigata 313 che minaccia vendetta nei confronti degli Stati Uniti. Fine della storia, e fine dell’ennesimo terrorista internazionale contro il quale Islamabad e l’Isi avevano un conto aperto da una manciata di anni.

Giorni prima, Washington aveva invitato Islamabad a raddoppiare gli sforzi per la cattura di alcuni pezzi da novanta, e la lista includeva ovviamente l’imprendibile Ilyas. Che con ogni probabilità è stato consegnato agli Stati Uniti, secondo un ormai consolidato copione, dagli stessi servizi segreti pakistani. Appare ormai sempre più chiaro che in Pakistan si sta giocando una partita pericolosa quanto sotterranea tra poteri più o meno occulti. Una partita in cui la politica resta a guardare cercando di limitare, almeno a livello di immagine, i danni causati dalla evidente e rinnovata voglia di Washington di cominciare a uscire dal conflitto afghano rivendicando una sia pur formale e parziale vittoria.

Gli Stati Uniti, dietro pressante richiesta di Islamabad, hanno ufficialmente ridotto il numero delle truppe americane presenti in territorio pakistano: del 40%, dicono, ma non è dato sapere il totale cui la percentuale si riferisce. Non solo: Kayani e i suoi stanno facendo la voce grossa, per l’ennesima volta, contro gli attacchi con i droni che, dicono, devono essere immediatamente ridotti o cessare del tutto. Washington risponde accusando, altro copione ormai logoro, Islamabad di connivenza con i terroristi e rivelando che per ben due volte le informazioni di intelligence condivise con l’Isi per la cattura di jihadisti sono trapelate prima che i suddetti terroristi potessero essere presi.

Però Leon Panetta, subito dopo Hillary Clinton, è volato a Islamabad per incontrare tra gli altri Kayani e Shuja Pasha in nome di una più stretta collaborazione tra Isi e Cia. Ritorna con un niente di fatto, dicono, ma nessuno sa cosa effettivamente si siano raccontati durante i colloqui. Una cosa Panetta tiene a ribadire: non ci sono prove che i vertici di Islamabad fossero a conoscenza della residenza di bin Laden. Così come non ci sono prove, si presume, che i servizi segreti pakistani fossero a conoscenza dell’abitudine ai tè notturni di Kashmiri e dei suoi.

Tutto il polverone di accuse e controaccuse tra i due scomodi alleati come al solito non conduce assolutamente a nulla. Se non all’instaurazione all’interno del paese di un clima di diffidenza e di terrore ben peggiore di quello sperimentato nei peggiori giorni della peggiore dittatura militare. Il numero di giornalisti uccisi al tempo della democrazia ha raggiunto vette sconosciute durante gli anni di Musharraf, ad esempio, e i servizi segreti si accreditano sempre più, qualora ce ne fosse bisogno, come vero governo-ombra del paese. Riconosciuto anche, a questo punto, di fatto se non di diritto, dagli americani.

I quali, preoccupati di portare a casa un risultato da sbandierare alle prossime elezioni, non si preoccupano più di tanto di bazzeccole come un recente sondaggio della Gallup Pakistan, secondo il quale un buon 67% dei pakistani sarebbe favorevole a una maggiore islamizzazione della società. Né di screditare ormai più o meno apertamente agli occhi dei cittadini inferociti l’ineffabile governo ‘democraticamente eletto’ del duo Zardari-Gilani. Solo il tempo dirà che genere di accordo è stato stretto tra Washington e l’Isi, così come soltanto il tempo riuscirà a chiarire una serie di interrogativi che, almeno in Pakistan, sorgono spontanei.

Perché Washington non fa nulla per farsi consegnare il maggiore Iqbal, membro in servizio attivo dell’Isi accusato da Headley di aver preso parte alla strage di Mumbai? Perché non chiede la consegna di Mohammed Hafeez Saeed, capo della Lashkar-i-Toiba accusata non soltanto di quella strage ma, in un modo o nell’altro, di tutti gli ultimi attentati o tentati attentati in Occidente? E perché nessuno si prende la briga di distinguere tra Taliban e jihadisti e tra gruppi terroristi utili a Islamabad e non?

Probabilmente la prossima testa a cadere sarà quella di uno dei membri prominenti del network Haqqani, sacrificata in nome della realpolitik dell’Isi e della vittoria afghana. Alla fine, ciò che conta è mantenere le promesse elettorali. Con buona pace del Pakistan, dei suoi cittadini e del pericolo che la bomba islamica cada in mano agli integralisti. Tanto, come la storia ha dimostrato più volte, alla fine ci si può accordare con chiunque.

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