Tariq Ramadam: «Le rivolte spostano il centro del Mediterraneo a Sud»

Guido Caldiron per “Liberazione

«Non possiamo che salutare e ammirare il coraggio di questi popoli che si sono ribellati alla tirannia. E credo che non si possa che essere prudentemente ottimisti sul futuro di queste società – prudenti perché siamo solo all’inizio di un processo e ci sono ancora troppi elementi incerti – e ottimisti perché è giusto sperare che nei paesi arabi la gente si muova anche con intelligenza oltre che con coraggio e determinazione per costruire il proprio futuro». Docente all’Università di Oxford e saggista di fama internazionale, Tariq Ramadan è considerato una delle voci più autorevoli della cultura musulmana europea. Nei giorni scorsi ha partecipato al convegno “La speranza scende in piazza. L’Europa e le primavere arabe”, organizzato a Roma dal “Manifesto”.

Professor Ramadan, lei studia da tempo le evoluzioni delle società musulmane, è stato sorpreso dall’emergere di questa vasta rivoluzione democratica nei paesi arabi?
Sono stato sorpreso dal modo in cui le cose sono avvenute, – e chi può dire di non esserlo stato? – ma non dal fatto che qualcosa potesse accadere. Mi spiego. A determinare, pur nelle loro differenze, l’insieme delle rivolte che si sono prodotte e si stanno continuando a produrre nel mondo arabo, sono state soprattutto delle cause sociali e economiche che erano piuttosto evidenti già prima di questi fatti. Tutti gli ingredienti perché si producesse l’esplosione che si è poi verificata, erano già presenti: povertà, aumento dei generi di prima necessità, a cominciare dal pane. E credo che questi elementi siano stati eccessivamente minimizzati da chi ha proposto la propria analisi di quanto è accaduto a cominciare dalla Tunisia e dall’Egitto. Dico questo perché credo che se le questioni economiche e sociali insolute sono state all’origine di queste rivolte, se ne dovrà tenere conto anche nelle risposte che si intendono dare a quanto è accaduto fin qui.

E’ però innegabile che accanto alle caratteristiche economiche della primavera araba siano emerse fortemente sia la questione della democrazia che quella della crescita di nuovi ceti e del loro ruolo nelle società arabe, in particolare delle donne e dei giovani. Come valuta questi altri fenomeni? 
Penso che siano stati in effetti altrettanto determinanti, come del resto è chiaro che nella dinamica degli eventi hanno giocato un ruolo importantissimo anche quelle autentiche finestre sul mondo che sono diventate internet e i social network. Anche se si deve tener conto che una parte dei giovani attivi in rete o nei social network si sono formati all’estero, spesso in Occidente, e questo è un elemento supplementare su cui riflettere. Quel che è certo è che una parte importante dei giovani di questi paesi, e tra loro molte ragazze, hanno espresso da tempo chiaramente la loro volontà di non vivere più sotto una dittatura e hanno guardato con crescente interesse ai valori di libertà e democrazia delle società occidentali.

Se, come sembra, la primavera democratica araba finirà per contagiare tutti i paesi dell’area, quale scenario si produrrà nell’intera sponda Sud del Mediterraneo? 
Credo che questo sia uno dei quesiti centrali che quanto sta avvenendo oggi ci regala per il futuro. Una delle chiavi dell’avvenire sarà infatti rappresentata dall’emergere di nuove relazioni Sud-Sud e Sud-Sud Est: vale a dire un progressivo spostamento del centro di gravità attorno cui ruotano i maggiori flussi economici internazionali. Del resto è un processo già osservabile a partire da ciò che sta facendo da alcuni anni a questa parte la Turchia che ha orientato la propria iniziativa diplomatica e politica sia verso l’Africa che verso l’India e la Cina. Ankara sta già mandando ora all’Europa un messaggio del tipo: in futuro sarete voi ad avere più bisogno di noi di quanto noi avremo bisogno di voi. Perciò un simile processo si potrà estendere a tutta l’area del Mediorente e del mondo arabo, una volta superata questa fase e aperto un vero processo democratico che è ora soltanto al suo annuncio.

Lei è considerato uno dei maggiori interpreti della presenza musulmana in Europa, quali conseguenze potranno avere le rivolte per la democrazia nel futuro della comunità islamica europea e, soprattutto, dell’immigrazione araba?
Ancora una volta tutto dipenderà da come le cose andranno a finire. Il movimento che ha condotto fin qui alla libertà in alcuni paesi arabi, costringendo i despoti a farsi da parte, ha prodotto un forte meccanismo di identificazione tra gli arabi e i musulmani che vivono in Europa. Per cui se l’epilogo fosse negativo e non si arrivasse allo sviluppo di vere democrazie, tutto ciò potrebbe trasformarsi in un boomerang anche per chi vive qui. Ciò che considero già molto importante è che la lotta per la democrazia, all’insegna della non violenza e di una partecipazione plurale ha avuto luogo in Tunisia e in Egitto in un contesto musulmano, superando perciò d’un sol colpo la narrazione dello scontro di civiltà che metteva i due termini in contraddizione.

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