La transizione infinita della Somalia

Nonostante l’accordo raggiunto sulla proroga dell’Istituzioni Federali di Transizione, in Somalia è ancora il caos. Il presidente e lo speaker del parlamento chiedono la testa del primo ministro. Le divisioni di Ahlu Sunna Wal Jama’a e l’esecuzione del ministro dell’Interno ad opera degli Shabaab

Matteo Guglielmo per “Limes

L’accordo raggiunto il 9 giugno a Kampala tra il presidente della Repubblica Sheikh Sharif Sheikh Ahmed e lo speaker del Parlamento Sharif Hassan Sheikh Ahmed avrebbe dovuto ricomporre la prolungata frattura sorta tra le Istituzioni federali di transizione (Ift) tra i due leader conosciuti nel paese semplicemente come “i due Sharif”.
Sul tavolo delle trattative, mediate dal rappresentante speciale dell’Onu Augustine Mahiga e dal presidente ugandese Yoweri Museveni, c’erano i termini della proroga del mandato delle Ift, la cui scadenza era originariamente fissata al prossimo 21 agosto.
L’aspetto più controverso dell’accordo, che di fatto prorogherebbe tutte le Ift di dodici mesi tranne l’esecutivo, riguarda proprio le dimissioni del primo ministro Ahmed Abdullahi Mohamed “Farmajo”, personaggio sgradito allo speaker e agli Stati Uniti, e che non sembra ancora intenzionato a lasciare senza un chiaro voto di sfiducia del parlamento.
Se il premier non vuole fare “l’agnello sacrificale” dell’accordo di Kampala, a Mogadiscio, nei distretti controllati dai governativi e da Aminsom, centinaia di persone sono scese in strada per manifestare a favore dell’attuale governo. Le manovre dei “due Sharif” non convincono, e si assiste ancora una volta alla rottura tra le Ift e la popolazione, sempre più lontana da quelle istituzioni che avrebbero dovuto rappresentare l’architrave della nuova Somalia post-Gibuti.
Sin dalla sua nomina a primo ministro dello scorso novembre, Mohamed Abdullahi “Farmajo” aveva tuttavia sollevato numerose perplessità sulla sua effettiva capacità di governo. Questo perché, al di là della sua preparazione, era considerato non solo come un outsider della politica somala, ma anche un uomo molto vicino al presidente Sheikh Sharif.
La sua nomina era stata fortemente voluta da alcuni ambienti riconducibili alla corrente religiosa del presidente, la Ahla Sheikh, presieduta ancora oggi da Sheikh Ahmed Abdi “Dhicisow”, personaggio che è anche a capo della Majma’ Ulema (assemblea degli Ulema) di Mogadiscio, costituita un mese dopo la nomina di Sheikh Sharif alla presidenza nel 2009.
La scelta del presidente aveva un obiettivo poco conosciuto ma estremamente chiaro: cercare di utilizzare gli Ahla Sheikh ed altri esponenti religiosi a lui vicini per ricucire gli strappi con le frange delle Corti Islamiche passate poi con gli Shabaab, e tentare di “battere” gli insorti sul loro stesso terreno.
Entrambi gli intenti sono stati disattesi, e la debolezza dell’esecutivo presieduto da “Farmajo” è stata particolarmente evidente non tanto perché poco o nulla è stato fatto rispetto agli obiettivi fissati dalla carta transitoria (stabilizzazione del paese, ricostruzione di amministrazioni locali e stesura di una nuova costituzione), ma soprattutto perchè non è stato dato seguito alle pur promettenti dichiarazioni rilasciate tra l’ottobre e il novembre scorso.
Durante le discussioni precedenti al varo del nuovo governo, il primo ministro si era infatti schierato contro la formula di ripartizione clanica del 4.5: a suo avviso, la carta transitoria non specificava affatto che l’esecutivo avrebbe dovuto obbligatoriamenterispettare gli equilibri clanici. Nonostante i buoni propositi, “Farmajo” si sarebbe dovuto ricredere, anche di fronte alle pressioni di molti politici somali contrari alla nomina di un governo totalmente tecnico.
Proprio quest’ultimo punto ha rappresentato un’ulteriore occasione mancata. Inizialmente l’esecutivo di “Farmajo” appariva non solo arricchito di personalità professionalizzate provenienti dalla diaspora, ma snellito e in armonia con quanto auspicato dalla comunità internazionale: era composto da 18 ministri, contro i 39 del suo predecessore. La necessità di accontentare gli esclusi però, e in particolare di riservare dei ruoli ad alcuni uomini vicini allo speaker del parlamento, avrebbe portato a infornate di viceministri.
Il terzo e più importante obiettivo disatteso dal governo resta la riconciliazione. Appena il 21 novembre, fresco di nomina, “Farmajo” dichiarava di voler dialogare con tutta l’opposizione, facendo intendere che nessun attore sarebbe stato escluso. Sette mesi dopo, poco o nulla è stato fatto in questo senso. Il primo ministro ha assunto un atteggiamento sempre più militante nei confronti dell’opposizione, mostrandosi spesso pronto a sbandierare il pericolo qaidista per richiedere maggiore sostegno finanziario da parte della comunità internazionale.
Proprio riguardo l’allargamento delle Ift ad altri gruppi armati come Ahlu Sunna Wal Jama’a (Aswj) sono stati fatti dei passi indietro, specialmente rispetto agli accordi di Addis Abeba del marzo 2010, siglati sotto il premierato Sharmarke. Nonostante l’inclusione di Aswj all’interno del governo di Abdullahi “Farmajo”, il movimento islamista sufi è attualmente diviso in più gruppi, anche a causa del ruolo giocato dall’Etiopia. L’intenzione di Addis Abeba è sempre stata quella di sostenere militarmente Aswj con l’obiettivo di creare una cerniera di sicurezza sul delicatoconfine dell’Ogaden.


Il sostegno etiopico è stato tuttavia fonte di dissenso all’interno della stessa Aswj, sia per ragioni di ripartizione degli armamenti forniti alle varie milizie sia per il ruolo sempre più invadente giocato dalla potenza regionale all’interno del movimento. Di recente Aswj ha dovuto affrontare diverse sconfitte e defezioni, non ultima l’uccisione da parte di Shabaab di Sheikh Hassan Sheikh Abdi “Qoryooley”, leader della fazione del Gedo, avvenuta lo scorso maggio nei pressi del villaggio di Luuq. Parte delle milizie sufi nel Galguduud sono invece passate direttamente con gli Shabaab. L’accordo è stato siglato il 5 giugno da Abdi Daher, rappresentante della comunità Habar Iji (un sottoclan Hawiye) all’interno di Aswj, e l’Emiro Shabaab della regione, Sheikh Yusuf Kaba Kudukade, a seguito di intense consultazioni svolte nella cittadina di el-Buur.
Proprio nella crisi che attraversa Aswj va inserito l’attentato che ha ucciso Abdi Shakur Sheikh Hassan, ministro dell’Interno e della sicurezza del Governo federale di transizione (Gft) e fratello del leader del movimento armato sufi Moalim Mohamud Sheikh Hassan. Inizialmente le notizie riportate dai media riferivano di una donna che si sarebbe fatta esplodere in una delle stanze del palazzo che ospitava il ministro, nei pressi dell’incrocio di Zobe. Alla luce di dettagli emersi, invece, sembrerebbe da escludere l’utilizzo di una donna Istish-haad (martire), mentre si fa spazio l’ipotesi di un’esplosione causata da un ordigno piazzato all’interno delle camere del ministro, probabilmente da un suo familiare.
Ciò dimostrerebbe come l’inclusione all’interno degli Shabaab di alcuni sottoclan un tempo vicini ad Aswj avrebbe facilitato la preparazione e l’implementazione dell’attentato, che per tipologia somiglia molto all’attacco del 18 giugno 2009, quando un martire si era fatto esplodere a Beledweyne e a perdere la vita fu l’allora ministro della sicurezza del governo transitorio Omar Hashi Aden.
A Mogadiscio si continua a combattere, e nonostante le dichiarazioni trionfalistiche delle forze Amisom, le notizie che arrivano dalla capitale sembrano ridimensionare i vertici della missione. Nella riformulazione di una nuova road map per il rilancio delle istituzioni transitorie, ciò che sembra mancare ancora una volta è un’attenta riflessione sulle Ift che ne analizzi lacune e criticità all’alba di una nuova fase drammatica per la politica somala.
Gli accordi di Kampala segnano però un’altra vittoria degli attori regionali. Etiopia ed Uganda, soprattutto quest’ultima, hanno da tempo preso in mano il pallino del gioco, influenzando non poco lo stesso operato della comunità internazionale. L’Unione Europea, attraverso una dichiarazione di Catherine Ashton dello scorso febbraio, aveva condannato la proroga unilaterale del parlamento transitorio, che allora aveva addirittura approvato un’estensione di tre anni.
Alla dichiarazione dell’alto rappresentante Ue aveva fatto eco anche quella del suo consigliere per l’Africa Nick Westcott, secondo il quale i combattimenti di Mogadiscio non avrebbero dovuto distrarre l’esecutivo dal compiere il proprio mandato. Gli Stati Uniti, preoccupati del vuoto politico che avrebbe potuto lasciare la fine del mandato delle Ift, avevano espresso un parere favorevole su una proroga di un anno del solo parlamento, che avrebbe dovuto nominare un nuovo presidente, e dunque un nuovo governo, proprio in questo periodo.
Non era un mistero come dietro la posizione Usa ci fosse l’ostilità nei confronti del presidente Sheikh Sharif e del primo ministro. L’irritazione statunitense arrivava al massimo il 5 e il 6 aprile scorso, quando il rappresentante speciale dell’Onu Augustine Mahiga convocava una conferenza di consultazione a Nairobi per cercare di porre rimedio alla frattura tra i “due Sharif”, alla presenza di alcuni delegati regionali e del presidente del Puntland Abdirahman Mohamud Farole.
Durante l’incontro di Nairobi, a cui né Abdullahi “Farmajo” né il presidente Sheikh Sharif avrebbero preso parte in segno di protesta contro Mahiga, quest’ultimo lasciava intendere che non si sarebbe opposto ad una proroga di due anni, invece dei tre precedentemente proposti dal parlamento transitorio e avallati anche dall’Inter-governamental authority on development (Igad) lo scorso febbraio.
Attraverso questo scenario intricato si è arrivati all’accordo di Kampala, una decisione che sembra accontentare tutti e nessuno, ma che indebolisce ulteriormente la legittimità delle alte cariche delle Ift anche agli occhi dei suoi sostenitori. Per ora non ci sono dichiarazioni ufficiali da parte della comunità internazionale su quanto deciso in Uganda, ma tutto lascia pensare che si andrà verso un anno di proroga per tutte le istituzioni transitorie, e a cadere sarà solo il governo di Abdullahi “Farmajo”.
Quest’ultimo scenario resta tuttavia un’incognita, date le divisioni in parlamento, che rendono un’eventuale mozione di sfiducia ai danni del governo tutt’altro che scontata. La fiducia della comunità internazionale sull’operato delle istituzioni transitorie è comunque ai minimi storici, o meglio lo era prima dell’8 giugno, quando in circostanze poco chiare veniva ucciso un somalo con passaporto canadese, poi identificato quattro giorni dopo con il nome di Fazul Abdallah Mohammed, ritenuto uno dei responsabili per le stragi di Nairobi e Dar es Salaam dell’agosto del 1998 e luogotenente di al-Qaida in Somalia.
Le dinamiche sulla morte di Fazul restano ancora confuse: stando alle prime ricostruzioni, l’uomo sarebbe morto per un errore commesso dal suo autista e in circostanze ben diverse dall’operazione statunitense che portò invece all’uccisione di Saleh Ali Saleh Nabhan nel settembre del 2009. A differenza di allora gli Shabaab non si sono ancora espressi sul caso Fazul, ma una cosa è certa: in Somalia nulla accade per pura fatalità.

Matteo Guglielmo è dottore in Sistemi Politici dell’Africa all’Università degli studi “L’Orientale” di Napoli, autore del volume Somalia, le ragioni storiche del conflitto, ed. Altravista, 2008.

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