‘L’Italia si adegui, i Brics sono più di un acronimo’

Brasile, Russia, India, Cina e ora Sudafrica stanno dimostrando che c’è un’alternativa di successo al modello economico occidentale, e si stanno organizzando anche politicamente. L’Italia nei loro confronti è molto in ritardo. Il parere del senior economist dell’Ocse

Niccolò Locatelli per “Limes

Andrea Goldstein è senior economist dell’Ocse. Il suo ultimo libro, “Bric – Brasile, Russia, India, Cina alla guida dell’economia globale“, analizza l’ascesa di questi paesi.


LIMES: Perchè i Bric, ora Brics con l’ingresso del Sudafrica, sono più di un acronimo? Quali elementi hanno in comune?
GOLDSTEIN: 
I Bric sono una metafora dell’emergere di una nuova geografia economica; la loro caratteristica comune più importante è quella di essere grandi paesi: occupano il 26% della superficie terrestre, su cui vive il 42% della popolazione mondiale. Sono anche la metafora del sopravvento della sfera economico-finanziaria sulla politica: basti pensare che l’acronimo è stato coniato da un economista della banca d’affari Goldman Sachs, e qualche anno dopo i rispettivi capi di Stato hanno cominciato a riunirsi. Infine, sono una metafora dei costi e delle opportunità che apre la globalizzazione. Oggi rappresentano più del 14% del prodotto interno lordo mondiale.


LIMES: Cosa aggiunge Pretoria al nucleo originario composto da Brasile, Russia, India e Cina? Perchè è stata preferita ad altre economie emergenti come quella messicana e quella sudcoreana?
GOLDSTEIN: 
Economicamente, il Sudafrica non aggiunge nulla: è vero che è più ricco (e più diseguale) della media dei Bric per pil procapite, pur provenendo dal continente più povero, ma come valore assoluto del pil non rientra nemmeno tra le venti maggiori economie del mondo. Il significato della sua ammissione è soprattutto politico: i Brics ora sono un vero club mondiale, avendo anche un referente africano. Nè il Messico nè la Corea del Sud avrebbero potuto fornire questa dimensione strategica. Per questo motivo è probabile che il gruppo non venga ulteriormente allargato.


LIMES: Generalizzando e omettendo le importanti differenze, si può affermare che i Bric abbiano una storia economica comune?
GOLDSTEIN: 
Generalizzando e sintetizzando, sì: alla specializzazione nella produzione dei beni primari (1870-1913) ha fatto seguito una sostanziale industrializzazione per sostituzione delle importazioni (1945-1980); dal 1991-’92 è iniziato il lungo e ancora incompleto processo di liberalizzazione. Il ruolo dello Stato – come motore dello sviluppo e pianificatore degli investimenti – e il controllo sui capitali accomunano questi paesi. Si tratta di economie meno aperte di quelle dei paesi Ocse. 


LIMES: Si può parlare di “Bric consensus”?
GOLDSTEIN: 
Sono restio a usare il termine “Washington consensus”, non userei neanche il termine “Bric consensus”. Sicuramente i Brics hanno interesse a confrontarsi e a scambiarsi le esperienze, condividendo dati e informazioni tramite i rispettivi think-tank e gli istituti di statistica. Cercano anche di coordinarsi su alcuni dossier del Fondo monetario internazionale. Però dubito che la loro ricetta, per quanto di successo, sia facilmente esportabile.


LIMES: Che impatto ha avuto la crisi iniziata nel 2008 sui Bric?
GOLDSTEIN:
 Ha rappresentato un momento fondamentale, più che altro per il resto del mondo – Occidente in particolare – che ha capito che quella che inizialmente veniva chiamata “crisi globale” non ha intaccato, ma tutt’al più rafforzato le economie di alcuni paesi, a partire dai Bric. Brasile, Russia, India e Cina hanno mostrato l’esistenza di un percorso alternativo (accennato sopra) a quello statunitense ed europeo, senza per questo fuggire la globalizzazione: il rischio paventato di derive protezionistiche si è dimostrato infondato. Poi naturalmente ogni paese ha le proprie dinamiche politiche interne.


LIMES: I Bric hanno obiettivi diversi, a volte opposti, su molti temi. Quanto è credibile un gruppo così eterogeneo?
GOLDSTEIN:
 Certamente ci sono diversità di vedute su alcuni temi, quali l’allargamento del Consiglio di Sicurezza Onu (richiesto da Brasile, India e Sudafrica), i negoziati del Wto (del quale la Russia non fa parte) e la guerra delle monete. Ciononostante, i meeting dei Bric rappresentano un’importante occasione per discutere, e spesso indirizzano o quantomeno influenzano gli incontri del G-20. Lo stesso G-20 è più trasparente, e meno contestato, dei G-7 e G-8, cui Mosca continua comunque a partecipare. L’aggiunta del Sudafrica aumenta la legittimità politica delle proposte dei Brics.


LIMES: Che vantaggio trae la Cina, membro permanente del Consiglio di Sicurezza dell’Onu con un’economia molto superiore in termini assoluti a quella degli altri Brics, dall’appartenenza al gruppo?
GOLDSTEIN:
 Un grande ritorno d’immagine: le posizioni della Repubblica Popolare Cinese, sempre soggete all’attento scrutinio dell’Occidente democratico, acquisiscono automaticamente maggiore legittimità e appaiono meno inquietanti se sono sostenute e condivise da grandi democrazie riconosciute come Brasile e India.


LIMES: Perchè i Brics, che a parole si battono per essere meglio rappresentati nelle grandi organizzazioni internazionali. non hanno saputo proporre un loro candidato unitario alla direzione dell’Fmi?
GOLDSTEIN: 
Un conto è affermare di voler essere maggiormente rappresentati negli organismi più importanti, un conto è poi effettivamente metterci la faccia. Cina e Russia non sono interessate a esporsi (Mosca ha addirittura sostenuto la candidatura del banchiere centrale kazako Marchenko, durata lo spazio di un mattino), il Brasile non aveva un proprio uomo. L’India avrebbe potuto presentare una candidatura di rilievo, ma non l’ha fatto. L’ex ministro delle Finanze sudafricano Trevor Manuel sembrava essere il candidato naturale, ma potrebbe aver pagato alcune sue affermazioni sulle dinamiche politiche dell’Anc, il partito di governo.


LIMES: Come sta reagendo l’Italia all’ascesa dei Brics?
GOLDSTEIN: 
L’Italia si è accostata ai Brics con molto ritardo rispetto ad altri paesi occidentali, e paga la scarsa presenza – anche a livelllo di personale diplomatico – e la scarsa capacità di fare sistema-paese. L’interscambio con i Bric è in crescita, ma si sta consolidando un deficit strutturale. Il profilo di specializzazione dell’Italia la rende inoltre vulnerabile alla capacità dei Bric di esportare beni di qualità sempre superiore anche in comparti tradizionali del Made in Italy. Roma deve rafforzarsi e puntare sul rafforzamento dell’Unione Europea, ma deve anche scegliere se difendere i propri interessi strategici nazionali o combattere contro le multe per le quote-latte.


Andrea Goldstein “BRIC Brasile, Russia, India, Cina alla guida dell’economia mondiale”

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