Hezbollah nell’era delle rivoluzioni arabe

Original Version: حزب الله في زمن الثورات العربية 

Il tentativo di Hezbollah di riabilitare il regime siriano, che in passato è stato al fianco del partito sciita libanese, non giustifica il fatto che il partito lo sostenga anche nella sua tirannia, con il pretesto della fedeltà e di non voler compiere un voltafaccia – scrive l’analista libanese Mohammad Alloush, giornalista e politologo libanese; è autore di studi e ricerche sui movimenti islamici, con particolare riferimento alle correnti libanesi; collabora abitualmente con giornali locali ed internazionali

da “Medarabnews

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Se i popoli arabi sono entrati in una nuova era, avviata dallo scoppio delle rivoluzioni di cui il giovane tunisino Mohamed Bouazizi ha avuto il merito di scrivere il primo rigo, dal canto loro le entità politiche – regimi, partiti e raggruppamenti – hanno iniziato a percepirne gli effetti, cominciando dai regimi dittatoriali e finendo con le correnti rivoluzionarie che hanno fondato la loro legittimazione sul loro impegno a favore dei capisaldi della nazione araba e sulla loro lotta contro la tirannia locale ed internazionale. Ne è un esempio al-Qaeda, a cui le masse ribollenti nelle piazze hanno fatto mancare la terra sotto i piedi dicendo: il cambiamento comincia da qui, dai nostri petti nudi, dai nostri pugni che toccano il cielo, aspirando alla libertà e alla dignità.

Le delusioni dei sostenitori della resistenza

Nel clamore dei cambiamenti e delle trasformazioni che hanno coinvolto la maggior parte dei concetti e delle equazioni politiche nel mondo arabo, alcuni hanno saggiato la posizione di Hezbollah sulla mappa di questo cambiamento e la solidità del terreno su cui poggia.

Infatti, fino a poco tempo fa alcuni scommettevano che sarebbe stato, non il corpo esanime di Bouazizi, ma Hezbollah – grazie alle braccia dei suoi miliziani ed alle sue vittorie nutritesi con il ritiro senza condizioni dell’esercito israeliano dal sud del Libano nel 2000, e con l’umiliante ripiegamento dello stesso esercito nella guerra del luglio 2006 senza aver raggiunto l’obiettivo di recuperare i due soldati presi in ostaggio – a bruciare gli ostacoli che separavano i popoli arabi dalle loro aspirazioni alla dignità, dopo che il movimento sciita libanese era stato in grado di ottenere vittorie nell’era delle sconfitte, subite dalla nazione araba da più di quarant’anni a questa parte.

Gli amanti e gli apologeti della resistenza, rifacendosi al ruolo che il processo politico e la democrazia in Libano (pur con tutti i loro difetti) avevano avuto nella nascita di Hezbollah, dicevano: in ogni paese in cui saranno coronate dal successo, le rivoluzioni arabe creeranno un nuovo “Hezbollah”. Ma la gran parte di coloro che hanno scommesso sul partito sono rimasti a mani vuote, soprattutto dopo gli ultimi due discorsi del segretario generale di Hezbollah, Hassan Nasrallah, nei quali egli ha chiarito la posizione del partito nei confronti delle rivoluzioni arabe.

Hezbollah interpreta il libro delle rivoluzioni arabe

Nella festa della liberazione e della resistenza, il 25 maggio scorso, Nasrallah ha distrutto parte della credibilità del partito quando ha detto a voce alta ciò che alcuni avevano già mormorato a proposito della sua posizione in merito agli eventi in Siria.

Forse egli ha distrutto un’altra parte della propria immagine con il suo discorso del 1° giugno quando, riferendosi alle proteste popolari a cui stanno assistendo i paesi arabi, ha detto: “Questo è il Nuovo Medio Oriente che abbiamo sconfitto nel 2006, e che sta ritornando”.

Qual è la differenza, signor Nasrallah, tra ciò che lei ha detto e ciò che hanno detto sia Mubarak che Ben Ali, sia Gheddafi che Ali Abdullah Saleh? Non ha forse detto il presidente yemenita Saleh: “Ciò a cui sta assistendo lo Yemen è orchestrato da una stanza oscura a Tel Aviv e Washington”? Non ha detto il colonnello Gheddafi: “E’ una nuova crociata contro l’Islam e i musulmani”?

Se Nasrallah nel suo ultimo discorso riteneva che quanto sta avvenendo oggi nella regione sia molto pericoloso e miri allo smembramento degli Stati arabi, noi ci chiediamo: le richieste di libertà, dignità e democrazia avanzate dai popoli puntano a dividere gli Stati? In una simile classificazione non vi è il disprezzo per la dignità e la ragione dei popoli, come se fossero dei meri strumenti telecomandati a distanza da Washington, Parigi, Londra e Tel Aviv? E questo discorso si applica al regno del Bahrein così come si applica alla situazione in Siria?

Hezbollah e la Siria

Affinché non perdiamo la bussola nell’interpretare le posizioni del partito, Nasrallah ci chiarisce tali posizioni nei confronti delle richieste di libertà e democrazia dei popoli, sulla base di due questioni: la prima è la posizione dei loro regimi rispetto al conflitto arabo-israeliano, la seconda è l’assenza di qualsiasi orizzonte o speranza di riforma sul piano interno.

Sulla base di questi due criteri, emerge la posizione del partito riguardo agli eventi in Siria. Dice Nasrallah: “Ci troviamo di fronte a un paese della resistenza, a livello della sua leadership, del suo esercito e del suo popolo”, e aggiunge che il regime in Siria “non è chiuso come il regime del Bahrein e come il precedente regime egiziano; tutti i dati confermano che la maggioranza del popolo siriano continua a credere nel regime e a sostenere i suoi passi di riforma”.

Sebbene Nasrallah abbia dedicato molto tempo a parlare della Siria nei suoi due discorsi, affermando di avere informazioni – parzialmente ascoltate con le sue stesse orecchie direttamente da parte della “saggia” leadership siriana – riguardo all’esistenza di un serio e sincero desiderio di riforma, egli non ci spiega come mai un regime che vuole le riforme vada in collera perché poche decine o centinaia di persone – secondo i resoconti ufficiali siriani – scendono in piazza qua e là, al punto che esse vengono uccise e arrestate.

Nasrallah, che ha a cuore il regime e il popolo siriano, non pronuncia una sola parola sul ricorso eccessivo alla violenza da parte di Damasco nel gestire gli avvenimenti, e non critica la condotta dell’esercito e dei vari apparati di sicurezza – complessivamente più di quattordici – nella gestione della crisi, mentre invita gli oppositori del regime a rinunciare alla violenza, sapendo che lo stesso presidente siriano disse: “Sono stati commessi errori da parte della sicurezza durante la crisi, a cui è necessario porre rimedio”.

Tornando ai due criteri di Hezbollah per giudicare le rivoluzioni arabe, di cui il primo è rappresentato dalla posizione del regime rispetto al conflitto arabo-israeliano – coloro che hanno criticato il discorso di Nasrallah si sono chiesti per quale ragione egli abbia ribadito che il regime siriano sostiene ed appoggia la resistenza, senza aver cercato di negare o di spiegare le dichiarazioni rilasciate a un giornale americano da Rami Makhlouf, cugino del presidente, secondo cui “la sicurezza di Israele dipende dalla sicurezza e dalla sopravvivenza del regime siriano”, e tralasciando le dichiarazioni degli israeliani i quali hanno espresso la propria preoccupazione per l’eventuale caduta del regime siriano poiché esso sarebbe un “nemico razionale”, mentre si è invece dilungato a rispondere ai sette “no” di Netanyahu a uno Stato palestinese.

Quanto al secondo criterio, in base al quale il regime siriano non sarebbe un regime chiuso come gli altri regimi che devono fronteggiare attualmente rivolte popolari – coloro che criticano il partito si chiedono chi lo abbia autorizzato a farsi portavoce del popolo siriano e a stabilire in sua vece se il regime che lo governa è un regime chiuso e incapace di riformarsi, oppure no. E chi è che ha la responsabilità di dire che la maggioranza dei siriani sta dalla parte del regime: Nasrallah o il popolo siriano? E ancora: qualsiasi transizione verso la democrazia in Siria produrrà necessariamente un governo meno dedito alla resistenza di quello attuale?

Non vi è dubbio che Nasrallah abbia perso parte della propria popolarità in Siria a seguito del suo discorso. Abbiamo visto come alcune immagini di Nasrallah siano state bruciate ad Abu Kamal, presso il confine siro-iracheno. Forse egli avrebbe potuto fare ciò che hanno fatto altri alleati della Siria nel mondo arabo, i quali hanno scelto di mantenere il silenzio piuttosto che macchiarsi del sangue siriano, ed in questo modo non hanno suscitato la collera del popolo siriano né quella del regime.

Hezbollah e la situazione libanese

Tornando alla condotta del partito sul fronte interno (a cominciare dalle ripercussioni della situazione siriana in Libano), non è più un segreto che Hezbollah abbia lavorato per mobilitare la piazza libanese contro la coalizione del 14 marzo, propagandando le accuse siriane contro il partito “al-Mustaqbal” (guidato da Saad Hariri (N.d.T.) ) secondo le quali ci sarebbe questo partito dietro le manifestazioni di protesta nelle regioni siriane al confine con il Libano, ben sapendo che la questione è rimasta fino a questo momento nell’ambito delle accuse politiche e non è stata sottoposta alla magistratura libanese.

I risentimenti nei confronti delle pratiche di Hezbollah forse ormai non sono circoscritti solo ai suoi avversari politici, ma sono condivisi anche da alcuni fra coloro che sostengono il partito e la resistenza, dopo che vi sono state 10 vittime e 110 feriti a Maroun al-Ras il 15 maggio, nella giornata di commemorazione della Nakba palestinese. Il partito è stato accusato da alcuni di non essere riuscito a proteggere le persone, visto che esso è stato l’organizzatore e il coordinatore dei cortei che hanno marciato verso i confini palestinesi.

Per altro verso, è ormai chiaro che Hezbollah non riesce a porre un freno alle crescenti richieste del suo alleato Michel Aoun riguardo alle quote nel governo, poiché teme che, se l’alleato cristiano uscisse dalla coalizione, essa acquisirebbe una chiara connotazione settaria riducendosi a un’alleanza tra Hezbollah e il movimento “Amal” (cioè a un’alleanza composta solo da partiti sciiti (N.d.T.) ). Del resto, il partito di Nasrallah non è nemmeno in grado di contrastare il movimento “Amal”, il quale gode di privilegi politici all’interno delle istituzioni ufficiali e della comunità sciita che vanno ben al di là del suo reale peso popolare e politico, e questo perché Hezbollah teme una spaccatura nella comunità sciita in un momento in cui esso stringe il cappio attorno ai leader politici e spirituali sciiti che gli si oppongono.

Conclusione

Dopo quanto detto fin qui, mi permetta Khaled Saghieh, direttore del quotidiano “al-Akhbar” (noto per essere vicino alla resistenza), di prendere a prestito alcune espressioni da lui utilizzate per definire il partito, secondo le quali esso non è “un partito riformista; e non possiede un programma riformista in Libano, né ha l’intenzione di appoggiare un programma di riforma radicale; esso è pronto a sacrificare molti dei principi del processo democratico qualora tali principi dovessero essere in contrasto con quelli che esso considera gli interessi della resistenza”.

Il tentativo di riabilitare il regime siriano, che in passato è stato al fianco di Hezbollah, non giustifica il fatto che il partito lo sostenga anche nella sua tirannia, con il pretesto della fedeltà e di non voler compiere un voltafaccia. Hezbollah farebbe meglio a far proprio il detto secondo cui “l’amico è colui che ti dice la verità, non colui che ti presta fede”, se vuole davvero essere un partito fondato sui principi, e che trae ispirazione dall’Islam e dai suoi valori, e non un partito politico pragmatico, mosso e governato esclusivamente dagli interessi politici.

Il timore oggi è che Hezbollah perda quel che resta dell’amore che esso si era guadagnato nel cuore degli arabi con ogni goccia di sangue caduta dalla fronte pura dei suoi militanti a Maroun al-Ras, Bint Jbeil e Ayta al-Shaab, nella terra amata del nostro sud.

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