Incertezza e instabilità nella politica estera americana

Più che di imperialismo e collasso dell’ultima superpotenza, due libri ci parlano dell’umiltà e del pragmatismo della politica estera americana odierna. Una politica che fa i conti con l’incertezza del contesto e l’instabilità delle forme di governo

Enrico Beltramini per “Limes

Due libri appena pubblicati ci offrono l’opportunità di una pausa. Entrambi parlano di politica internazionale dal punto di vista degli Stati Uniti, ma lo fanno costruendo un discorso intorno a due parole che sembrano impronunciabili da esponenti dell’ormai ultima superpotenza rimasta.

La prima parola è “incertezza” ed è approfondita in un libro, “Uncertain Times:American Foreign Policy after the Berlin Wall and 9/11″, che riunisce politici e studiosi. La tesi del libro è semplice: viviamo un tempo di incertezza. Non tanto dalla Guerra fredda in poi, perché anche il crollo del Muro di Berlino trovò tutti impreparati; la fine della Guerra fredda appartiene al territorio sconosciuto, è a pieno titolo nel perimetro dei tempi incerti. 

Dopo il Muro di Berlino fu l’attacco alle Torri. Pure in quel caso, l’escalation del terrorismo colse tutti di sorpresa. Ricordiamo quando Condoleezza Rice, allora consigliere per la sicurezza nazionale, affermò che il famoso rapporto presentato al presidente G.W. Bush nel meeting giornaliero del 6 agosto 2001 conteneva “historical information”, informazioni superate. “It was information based on old reporting”.

La tesi del libro è che la politica estera americana reagisce a quanto avviene nel mondo. Non è portatrice di una ideologia, non ha una strategia di lungo periodo e, quando cerca di dotarsene, gli eventi si incaricano di renderla immediatamente obsoleta. Viviamo tempi pericolosi, ci raccontano senza incertezze i membri delle ultime cinque amministrazioni. Leggendo i saggi di Robert B. Zoellick, Paul Wolfowitz, Eric S. Edelman, Walter B. Slocombe e Philip Zelikow, ci si accorge che la qualità prima della politica estera di una superpotenza è diventata la flessibilità e la rapidità del cambio di passo e di strategia.

Anche un peso massimo come gli Stati Uniti ha imparato a saltellare sul ring globale, muoversi in fretta – a volte, come nel caso di George H. W. Bush, in fretta e furia: smantellando l’apparato burocratico ereditato dalla Guerra fredda, creando nuovi organismi come il Defense policy guidance of 1992, espandendo la Nato fino a comprendere vecchi paesi nemici.

A volte prendendo l’iniziativa e aprendo il conflitto, come in Afghanistan e in Iraq. Gli stessi temi trattati dai politici sono poi trattati dagli accademici: Bruce Cumings, John Mueller, Mary Elise Sarotte, Odd Arne Westad e William C. Wohlforth. Poco sorprendentemente, le tesi degli uni e degli altri coincidono.

Il secondo libro si articola intorno alla parola “instabilità”. Strategie di lungo periodo, costruzione di relazioni internazionali stabili, mantenimento di una presenza militare permanente. La politica estera americana, come quella di qualsiasi altra potenza, si basa sulla stabilità. Ma questo non è tempo di stabilità. I regimi cambiano, come ricorda il titolo del libro “U.S. Foreign Policy and Regime Instability“, e con essi le strategie e gli strumenti intellettuali, militari e diplomatici che servono per mantenere i rapporti con i paesi amici, per scongiurare la crisi di quelli non schierati, per affrontare le minacce di quelli ostili.

La migrazione del potere dalle grandi nazioni alle piccole, da Ovest ad Est, e poi il terrorismo e l’emergere di potenze economiche non democratiche: sono tutti elementi che rendono inoffensive, o meno efficaci, armi di pressione come i diritti umani, o la ritorsione militare, o l’intelligence. Non si tratta di elaborare una nuova Dottrina, e neppure di andare alle grandi tradizioni filosofiche della diplomazia americana. Basta aggiornare l’arsenale dei concetti, testarli e vedere se funzionano.

Insieme, i due libri ci presentano un approccio americano pragmatico alla politica estera, quasi umile, nel caso del primo libro, e post-ideologico, nel caso del secondo. Siamo lontani sia dalle retorica dell’imperatore sia dal catastrofismo del collasso dell’ultima superpotenza. Un aggiornamento sui problemi attuali della politica estera, un punto di vista diverso sul quadro mondiale che si trovano ad affrontare gli esperti della segreteria di Stato.

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