Com’è difficile, per i polacchi, raccontare (con onestà) Chopin

Un cofanetto della Filmoteka Narodowa ha raccolto in tre dvd i film e i documentari dedicati all’illustre compositore

Paolo Mereghetti per “Il Corriere della Sera

Che la sua musica potesse infiammare rivoluzioni e rivoluzionari l’aveva messo in conto, e anche auspicato. Ma diventare il «paladino» del nazionalismo territoriale polacco o addirittura il «difensore» del realismo socialista made in Varsavia, questo non l’aveva certo immaginato, nemmeno nei suoi più accesi deliri febbrili. Eppure a Fryderyk Franciszek Chopin è successo e proprio in patria, nella natia Polonia, dove volle che fosse seppellito almeno il suo cuore (il corpo, come si sa, è sepolto al Père Lachèse di Parigi, dove morì a 39 anni, nel 1849).

Lo svela un elegantissimo cofanetto della Filmoteka Narodowa, la cineteca polacca (www.fn.org.pl) che ha raccolto su tre dvd i film e documentari dedicati all’illustre musicista e prodotti nella sua terra d’origine. Permettendo di scoprire come, a seconda dei governi e delle contingenze politiche, la musica e la vita di Chopin venissero «adattate» e «selezionate» per favorire questa o quella lettura.

Perché, per esempio, di tutta la sua produzione musicale, fino agli anni Sessanta e oltre, sugli schermi polacchi si sentivano soprattutto mazurke? Perché diversamente dai Notturni o dagli Studi, quelle erano le sole composizioni con la certificazione d’origine controllata: polacche al cento per cento, visto che si trattava di variazioni su arie di balli locali. Lo conferma il documentario Chopin w Paryzu (Chopin a Parigi) di Stanislaw Grabowski del 1969, dove il cuore del film non è mai la musica ma lo «spirito polacco» del compositore.

Vent’anni prima, invece, il nodo politico era un’altro: giustificare il diritto della Polonia sui territori tedeschi che la conferenza di Potsdam aveva annesso a Varsavia. Così, nel 1947, il documentarista Tadeusz Makarczynski cancella ogni segno di vita dalle immagini dei «monti della Silesia» che accompagnano Recital Chopinowski w Dusznikach (un concerto per ricordare il recital che il diciottenne Chopin aveva tenuto nell’allora tedesca Duszniki, nel 1826), come a suggerire l’assoluta insignificanza della popolazione – tedesca – che fino a poco tempo prima viveva in quei luoghi (più conosciuti come Sudeti). Mentre, solo due anni dopo ma già in pieno regime comunista, lo stesso regista trasformava la registrazione del quarto Concorso Chopin a Varsavia in un paradigma del «realismo socialista»: nessun svolazzo romantico, nessuna concessione naturalista né panorami incontaminati per Mazurki Chopina (1949), solo macchina fissa e pianisti impettiti. Oltre a tante «polacchissime» mazurke.

Naturalmente queste «regole» estetico-politiche funzionano anche per i film di finzione, quelli che ricostruiscono la vita del compositore. Così Mlodosc Chopina (La giovinezza di Chopin), diretto nel 1951 da Aleksander Ford, stempera le idee politiche del musicista (poco in sintonia con il regime filo-sovietico di allora), stravolge la verità storica(cancellando la sua adesione ai movimenti rivoluzionari) per trasmettere allo spettatore un gusto e una nostalgia del tempo passato, grazie a una grande attenzione alla scenografia e a una minuziosa ricostruzione storica.

Questo non vuol dire che, finita l’influenza sovietica, le cose siano molto cambiate: quando, nel 2002, Jerzy Antczak sceglie di giocare la carta dello spettacolo hollywoodiano per raccontare lo Chopin «privato» – il suo tormentato rapporto d’amore con George Sand – il musicista non riesce comunque a scrollarsi di dosso il peso dei film-col-messaggio. E in sintonia con l’ascesa dei fratelli Kaczynski Chopin. Pragnienie milosci (Chopin. Desiderio d’amore) diventa un «campione» di quel nazionalismo un po’ peloso che rivendica la purezza dell’identità nazionale di fronte alla contrastata apertura della Polonia verso l’Europa unita. Come a confermare che proprio i polacchi sono i meno indicati per raccontare la grandezza del polacco Chopin.

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