Argomenti per lo sterminio lunghi un secolo

Gaetano Vallini per “l’Osservatore Romano

«Che il Novecento abbia avuto una pessima opinione di sé è fin troppo noto; e tuttavia, almeno per quanto concerne l’antisemitismo, l’impressione è che il secolo dei totalitarismi abbia contratto un debito molto elevato nei confronti del secolo del liberalismo. Ai teorici dell’antisemitismo che operarono nella seconda metà dell’Ottocento è da riconoscere l’orribile merito di avere detto tutto sull’ebreo». È la principale tesi sostenuta da Francesco Germinario nell’interessante libro Argomenti per lo sterminio(Torino, Einaudi, 2011, pagine XXIV+396, euro 32) che, come si legge nel sottotitolo, analizza «l’antisemitismo e i suoi stereotipi nella cultura europea» tra il 1850 e il 1920, ovvero fino alla vigilia dell’avvento dei totalitarismi.

La ricerca intende spiegare il nesso tra antisemitismo e Shoah, per giungere a una più esatta comprensione di quest’ultima indagando proprio all’interno dell’universo ideologico dell’antisemitismo. E lo studioso ritiene che per farlo occorra partire dalla seconda metà dell’Ottocento, quando in Europa comincia ad affermarsi una cultura che procede in quella che egli definisce razzizzazione della figura dell’ebreo. E che sia indispensabile approfondire il ruolo decisivo svolto dagli intellettuali nella produzione di stereotipi antisemiti. Lo studioso sostiene infatti che non ci sia «alcuno stereotipo che i teorici riconosciuti dell’antisemitismo degli anni Trenta — sia di quello che si fa Stato, come nella Germania nazista e nell’Italia fascista, che di quello che continua ad agitarsi nei movimenti all’opposizione dei sistemi liberali e pluralistici — non debbano al paziente lavoro precedente dei vari Toussenel, Drumont e della fitta schiera di pubblicisti che operano prima e dopo il caso Dreyfus».

La premessa della ricerca sta dunque nella diffusione pervasiva del lavoro di costruzione differenziata della figura dell’ebreo nel dibattito culturale di fine secolo. «Si tratta, infatti, di un lavoro — scrive Germinario — che attraversa le culture e gli specialismi più diversi, dalla sociologia alla letteratura e alla medicina. Siamo in presenza probabilmente di un doppio circuito che tiene assieme la scienza fin de siècle e la più generale cultura politica, sempre più crescente, ostile alla democrazia. Questa cultura politica, convinta della diversità dell’ebreo, delega alle scienze e agli specialismi il compito di definire e argomentare questa diversità; a sua volta, le culture e gli specialismi — pur rifuggendo spesso da espliciti accenti antisemiti, e comunque sempre rifugiandosi dietro le inattaccabili barriere dell’osservazione scientifica Wertfrei — determinano ed elaborano la diversità, dando vita a stereotipi che saranno poi ampiamente utilizzati nella battaglia politica».

Certo le responsabilità degli intellettuali sono inferiori a quelle degli specialisti di più basso rango, ma — si sottolinea — il micidiale impegno di questi ultimi si regge anche sulle elaborazioni alte dei primi, una declinazione del più generale processo di politicizzazione della cultura che, muovendo già dall’Ottocento, caratterizzerà in maniera decisiva il secolo successivo. In sostanza la cultura «alta» — espressa da scrittori, scienziati sociali, medici e famosi pubblicisti — legittima gli atteggiamenti dell’antisemitismo militante, impegnati nelle agitazioni di piazza.

Proiettando tale visione sul lungo periodo, lo storico sostiene che la Shoah è stata possibile anche perché nei decenni precedenti in larghe fasce della cultura europea sono stati presenti atteggiamenti antiebraici e che all’antisemitismo abbiano contribuito giudizi e posizioni provenienti da ambiti disciplinari non immediatamente coinvolti in senso stretto nelle vicende politiche. Come la psichiatria, il cui contributo alla costruzione dell’immagine differenziata dell’ebreo è sottovalutato, ma che invece si presenta come un utile laboratorio per individuare la dimensione pervasiva che caratterizza l’antisemitismo culturalmente elaborato in quegli anni.

«Questo significa — spiega Germinario — che l’antisemitismo nazista se, per un verso, aveva trovato una parte importante delle sue radici nella tradizione politico-culturale tedesca, per l’altro verso, riuscirà a farsi interprete e imprenditore politico di suggestioni e atteggiamenti più o meno diffusi da decenni nella cultura del continente europeo». Ovvero di istanze antipluralistiche e di insofferenza nei confronti della società borghese liberale.

Dunque, guardando la storia dalla prospettiva di Auschwitz-Birkenau, la cultura europea non può rivendicare patenti di immunità o di innocenza, avendo semmai agito, nelle sue molteplici e autorevoli frange antisemite, da amplificatore di giudizi e atteggiamenti antiebraici. La tesi, pertanto, è che «l’antisemitismo dichiarato costituisca la punta emergente e più visibile della pervasiva diffusione in numerosi settori della cultura europea di stereotipi antiebraici. E con il lievitare della critica del liberalismo — aggiunge Germinario — “l’antisemitismo degli antisemiti” svolge la funzione di imprenditore politico e di cassa di risonanza del ben più diffuso e politicamente paludato “antisemitismo dei colti”».

Affrontando questo delicato tema, non si può non parlare del citato Affaire Dreyfus, la cui centralità consiste proprio nel «rendere evidente l’abilità dell’antisemitismo nel raggrumare tali insofferenze e le istanze antipluralistiche, offrendosi quale prospettiva politica di superamento della democrazia. Insomma, l’antisemitismo vede nella lotta contro l’ebreo la chiave d’accesso a un sistema politico e sociale che non è più quello borghese classico». In tal senso l’ipotesi dell’autore è che «l’antisemitismo lievitato nella cultura europea fin de sièclecostituisca la voce politicamente più radicale della critica della società borghese e liberale che si sviluppa in quegli stessi decenni, per poi esplodere nell’Europa del dopoguerra, a seguito dell’affermarsi sul mercato politico dei movimenti e dei regimi a vocazione totalitaria».

Lo studioso affronta poi un’altra questione importante, ovvero la necessità di distinguere in sede teorico-politica l’antisemitismo dal razzismo, specie dal razzismo antinero e coloniale. Per quanto sia ormai scontato che l’antisemitismo si è associato al razzismo, si è però sottovalutata una differenza fondamentale: «L’antisemitismo — rileva Germinario — ha disposto di un testo, I Protocolli dei Savi di Sion, e di una visione della Storia, il cospirazionismo, di cui non c’è traccia nel pensiero razzista; il razzismo non è mai stato convinto che le “razze” ritenute “inferiori” cospirassero contro l’umanità e disponessero, anzi, degli strumenti e delle capacità di orientare la Storia. A nostro avviso, la faglia di spaccatura fra il razzismo e l’antisemitismo attraversa e coincide col differente giudizio storico sulla modernità liberale».

Quindi, «se l’antisemitismo, proprio per l’atteggiamento di ostilità nei confronti della modernità liberale, ha una chiara ed evidente propensione totalitaria, e necessita di un sistema totalitario per potere agire e realizzarsi, il razzismo non è necessariamente conflittuale col sistema liberale, ma può addirittura convivere con esso. Al contrario dell’antisemitismo, il razzismo accetta questa modernità, e se ne assume anche la difesa e il rafforzamento, davanti alle pretese dei popoli di colore di accedere ai medesimi diritti e status dei popoli colonizzatori». In altre parole, «a giudizio dell’ideologia razzista, per salvare la civiltà è necessario che l’Africa e l’Asia non diventino Europa; per l’antisemita, l’Europa è già Africa e Asia, perché i popoli ariani sono già stati ridotti in schiavitù dall’ebreo».

Sul piano politico, quando nel sistema totalitario antisemitismo e razzismo convivono, è al primo che vengono progressivamente demandate l’egemonia politico-culturale e il compito di organizzare la strategia politica, mentre l’apparato teorico del razzismo viene riorganizzato in funzione degli obiettivi politico-strategici stabiliti dall’antisemitismo. «In ambiente politico totalitario — spiega Germinario — tra la prospettiva di conservazione del razzismo e quella sovversiva dell’antisemitismo il primato spetta a quest’ultima, che piega il razzismo ai propri fini di rivoluzione antropologica. Nel sistema politico totalitario è il razzismo a farsi antisemita».

La conseguenza di una simile distinzione è fondamentale. Nella logica di conservazione tipica del razzismo la possibilità di strategie di sterminio sono contemplate solo come mezzo di difesa della situazione storica esistente, mentre l’antisemitismo prevede il ricorso alla violenza e allo sterminio per la sua irriducibile tensione sovversiva e l’irrequietezza nei confronti della società borghese ebreizzata. Il campo di sterminio diventa così la soluzione politica necessaria, «tradendo la carica di sovversione totalitaria di cui l’antisemitismo si alimenta».

Si torna così al nocciolo della questione. Agli antisemiti è necessario rendere visibile la differenziazione tra gli individui. L’obiettivo è quello di «scovare gli ebrei integratisi agli altri individui» ricostituendo così la diversità, per «ridifferenziare l’ebreo da chi ebreo non è». Per questo è indispensabile una cornice ideologica nella quale «la razzizzazione degli individui presuppone l’elaborazione di stereotipi». Tra questi, l’ebrea seducente, sessualmente perversa e incline alla prostituzione, l’ebreo nevrotico e quindi rivoluzionario, cui si aggiunge via via l’abbinamento degli ebrei ad animali considerati nocivi: il ratto, la iena, il pidocchio. Dalle parole ai fatti, come la storia ha tragicamente dimostrato, il passo è stato fin troppo breve.

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