1609, a Manhattan approda l’arca di Noè

Ironica, dissacrante, pseudo-epica: torna la storia di New York scritta nell’800 da Washington Irving. Lo scopritore Henry Hudson come il personaggio biblico

Claudio Gorlier per “La Stampa

Chi era Dietrich Knickerbocker? Uno storico americano di origine olandese, vissuto a New York all’inizio dell’Ottocento, il cui nome figura oggi in tutta la metropoli, dalla birra alle compagnie di trasporti, allo sport. Sarebbe l’autore di una History of New York from the Creation of the World to the End of the Dutch Dynasty (Storia di New York dalla creazione del mondo alla fine della dinastia olandese). Uso il condizionale perché Knickerbocker non è mai esistito: si tratta di una invenzione del primo riconosciuto classico della letteratura americana, Washington Irving, nato nel 1783, morto nel 1859. L’opera, invece, esiste: la pubblicò Irving, che ci aveva lavorato con il fratello, nel 1809, libro quasi di esordio, ma divenuto rapidamente un classico, a somiglianza di altri di Irving (scrittore prolifico: le sue opere coprono dieci volumi in originale) tra i quali ci accontentiamo di rammentare il breve ma memorabile, fantastico Rip can Winkle , o Salmagundi .

Ora la History esce in italiano nella traduzione di Nello Giugliano, C’era una volta New York(Donzelli, pp. 316, 25), e vi garantisco che si tratta di una lettura irresistibile, a cominciare proprio dalla scatenata manipolazione della storia che lo rende tuttora un autentico godimento per il lettore. Come hanno osservato i critici, Irving, il cui modello rimane indubbiamente Swift, nella storia non ci crede affatto, o per lo meno nella storia intesa quale seria, autorevole disciplina. Almeno per ciò che riguarda New York ovvero New Amsterdam, visto che Irving parte dalla iniziale colonizzazione olandese.

Se nel libro la storia emerge quale vera e propria ammucchiata di personaggi e di eventi, Irving dichiaratamente non la prende mai sul serio, tanto da mescolare ciò che dovrebbe essere riconosciuto come significante con la più quotidiana banalità, epica e luogo comune. A ben vedere, non si può realmente scrivere la storia, ma ci si può appropriare delle sue insidiose trappole. In definitiva, Knickerbocker ci insegna che più la storia è seriosa e più è una farsa.

I nomi offrono referenti cruciali. C’era una volta Cristovallo Colon «volgarmente detto Colombo». Gli indiani, naturalmente, sono «molto propensi ai lunghi discorsi, e gli olandesi ai lunghi silenzi; dunque perfetti gli uni per gli altri». E il nome del nucleo di New York, l’isola di Manhattan, forse deriva dal grande spirito indiano Manitù, o da un passo del diario di bordo di Henry Hudson, esploratore e navigatore britannico approdato qui il 4 settembre 1609, il quale la chiamavaManna-hata , l’isola della Manna, il paese della cuccagna, o potremmo ribattezzare «della pacchia».

Tra i personaggi storicamente eminenti figura un Walter il Dubbioso o un Peter Testadura, che così suonano nella spumeggiante traduzione italiana. Chi erano? Va’ a sapere, ma uno almeno è stato unanimemente identificato: il governatore William Kieft, William il Bizzoso. Si tratta, dunque, addirittura di Thomas Jefferson, che davvero esce con le ossa rotte. Irving era politicamente, se non un radicale, un dissacratore, e la glorificazione di Jefferson gli dava un notevole fastidio. Fisicamente minuto e di scarsa attrazione, Kieft «giocava con la dignità e la sicurezza pubblica e sperperava le pubbliche sostanze in imprese inefficaci». Non bisogna stupirsi, solo che si tenga a mente la struttura bipartitica prevalente. «La parte illuminata degli abitanti, una volta comodamente schierata in partiti, si mise all’opera con impegno e solerzia per promuovere il bene comune, riunendosi in birrerie separate e fumando uno in faccia all’altro con implacabile animosità…». Il «gagliardo guerriero» Pieter Stuyvesant, l’ultimo e il più famoso governatore olandese dei cosiddeti Nuovi Paesi Bassi, non scherza neppure lui con i suoi sogni di grandezza.

Un problema decisivo investe la progettualità della metropoli. La futura New York, succeduta a New Amsterdam, si dovrà basare su canali, a somiglianza di Amsterdam e Venezia, o su una rete di palafitte? I Dieci Brache e i Braca Tosta, reincarnazioni dei Capuleti e Montecchi, innestano una vera e propria faida.

La caduta del dominio olandese non conosce alcuna gloria. «Tre ore dopo la resa una legione di guerrieri britannici pasciuti a manzo si riversò a Nuova Amsterdam». Rimane però il gusto di una lode beffarda alla memoria dell’immortale Stuyvesant, che nel 1664 dovette arrendersi agli inglesi. Si chiude così l’architettura pseudo-epica della Storia di Irving. Nelle ultime pagine, se non l’avessimo capito prima, si salda l’architettura del libro, iniziata con estrema solennità, con l’esploratore Hudson quale moderna reincarnazione addirittura di Noè.

Insomma, il destino volle che, attraverso l’Oceano, sulle sponde della futura New York fosse approdata una moderna Arca. Raccontare storie di questa portata è davvero un privilegio. Benedetti noi!

Tocca naturalmente ai lettori conferire autorevolezza alla favola ironica e dissacrante di Irving. Lui, però, non visse abbastanza per scoprire che i neri ex schiavi venuti dal Sud avrebbero battezzato New York «The Big Apple», la Grande Mela, dove apple sta per mestiere, lavoro; insomma, la versione ultima di «manna». Ma il libro di Irving rimane godibile come se fosse appena uscito. Mi azzardo a dichiarare che, a leggerlo bene, forse riguarda anche noi oggi. Riconoscete nessuno?

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