Nella battaglia del Nilo l’Etiopia sfrutta la debolezza egiziana

Addis Abeba e il Cairo sono storicamente in contrasto sulla gestione delle acque del fiume. Gli etiopi vogliono approfitttare dell’instabilità politica in Egitto. Il ruolo del nazionalismo e le conseguenze sull’economia

Letizia Santangelo per “Limes

Nell’aprile 2010, a Sharm el-Sheik, la riunione straordinaria del Consiglio dei ministri dell’Iniziativa del bacino del Nilo si chiudeva in modo fallimentare per l’Egitto. I paesi rivieraschi, a monte del fiume, decidevano infatti di procedere alla firma del Cooperative framework agreement sulla gestione delle acque del Nilo, anche senza il consenso di Egitto e Sudan. Mossa che sottolineava sia la perdita di autorevolezza da parte dell’Egitto nei confronti dei vicini subsahariani, sia il profilarsi di un confronto con l’Etiopia, l’altro antico impero della regione, che del glorioso passato conserva forte impronta nel carattere orgoglioso della propria gente e nelle aspirazioni nazionali.


Lo sfruttamento delle acque del Nilo ha sempre rappresentato un elemento strategico cruciale nella definizione dei rapporti tra Egitto ed Etiopia. Proprio su di esso, il governo di Addis Abeba sta giocando una partita importante, tanto per il futuro sviluppo economico della propria nazione, quanto per le sue mai sopite ambizioni regionali, determinato a non lasciarsi sfuggire il momento propizio data l’attuale debolezza del paese rivale.


Lo sfruttamento del Nilo venne disciplinato da un trattato stipulato nel 1929 tra Gran Bretagna ed Egitto, che aggiudicava a quest’ultimo il diritto di utilizzo praticamente esclusivo delle acque del fiume, riservandone però una quota al Sudan, allora protettorato britannico. Inoltre l’accordo stabiliva che il Cairo avesse pieno controllo su ogni progetto di sfruttamento del Nilo: era infatti legittimato a realizzarne senza dover ottenere il consenso degli altri Stati rivieraschi, mantenendo anche il diritto di veto su ogni piano che avrebbe potuto incidere negativamente sui propri interessi.


Nel 1959 Egitto e Sudan stipularono una convenzione che ritoccava a favore di Khartoum la ripartizione decisa nel 1929. La disciplina pattizia quindi, se da una parte riflette l’ormai superato equilibrio che si reggeva sull’egemonia britannica nella regione, dall’altra disegna una situazione sbilanciata: mentre i paesi che “forniscono” l’acqua non possono trarne vantaggio, i paesi a valle che ricevono l’acqua ne limitano lo sfruttamento da parte degli Stati a monte.


Le insoddisfazioni degli Stati rivieraschi hanno trovato un foro di accoglienza nella Iniziativa del bacino del Nilo (Ibn). Fondata nel 1999 dagli stessi paesi interessati (tranne l’Eritrea), l’Inb si era posta l’obiettivo di sviluppare programmi di sfruttamento delle acque del fiume condivisi dagli Stati membri sia negli obiettivi sia nei benefici finali. L’Inb è stata sede anche del recente processo negoziale per la revisione dei vecchi trattati. Ma è proprio sul Cooperative framework agreement (Cfa), che avrebbe dovuto sancire l’esito condiviso relativo alla questione, che invece si è rotto il fronte negoziale.


Il disaccordo tra i paesi firmatari da una parte – Etiopia, Kenya, Uganda, Ruanda, Tanzania – cui si è aggiunto il Burundi nello scorso mese di marzo – ed Egitto e Sudan dall’altra verterebbe sull’articolo 14b del Cfa, che sancisce il principio inviolabile della sicurezza idrica di tutti i paesi del bacino del Nilo. Sebbene non modifichi il regime stabilito dai vecchi trattati, esso tuttavia apre la strada a una potenziale revisione delle quote di utilizzo del fiume in futuro.


La modifica proposta dall’Egitto, ma non accolta dagli altri paesi, mirava invece a fare salvi in tutto e per tutto i suoi diritti storici sanciti dai vecchi trattati. Sembra che l’articolo 14b sarebbe stato eliminato dal testo siglato (che non è stato diffuso), e inserito tra gli allegati dell’accordo come una questione sulla quale decidere una volta entrato in vigore il Cfa. Cosa che però non modificherebbe sostanzialmente lo spirito del trattato, e che quindi non ha rappresentato una rassicurazione sufficiente per l’Egitto durante i negoziati di Sharm el Sheik.


Infatti, basterebbe l’articolo 4 dello stesso Cfa, che stabilisce il principio di un utilizzo delle acque “equo e ragionevole, tenendo in considerazione l’interesse di tutti i paesi interessati”, ad aprire la strada a una futura revisione delle quote di sfruttamento del Nilo. Ad oggi il Cfa è stato firmato da sei paesi rivieraschi. Si tratta di un numero critico poiché al deposito di sei strumenti di ratifica il trattato dovrebbe entrare in vigore e dovrebbe essere costituita la Commissione del bacino del Nilo (Cbn). Quest’ultima dovrebbe rivedere la questione della sicurezza idrica dei paesi della Ibn nell’arco dei suoi primi sei mesi di operatività. Con la costituzione della Commissione, la Ibn si dissolverebbe.


Sulla questione dei rapporti tra i vecchi trattati e il nuovo accordo – se e quando entrerà in vigore – la situazione non è del tutto chiara. Etiopia, Burundi, Ruanda e Congo non sono vincolati a nessuno dei due vecchi accordi. Da parte egiziana, però, viene ricordato un trattato del 1902, siglato tra Londra e Addis Abeba, relativo alla definizione dei confini tra Etiopia e Sudan. L’accordo, tra le altre cose, vincolava il governo etiope a non realizzare alcuna opera che arrestasse il corso del fiume senza il preventivo assenso britannico.


Sembra che già all’indomani della conclusione del trattato fosse nato un disaccordo sull’interpretazione della norma: mentre secondo lo Stato africano essa riguardava opere che avrebbero bloccato del tutto il flusso del fiume, per la Gran Bretagna si estendeva invece a qualsiasi opera lo limitasse, anche solo parzialmente. L’Etiopia comunque sostiene di aver denunciato l’accordo alla fine del periodo dell’occupazione italiana e di non sentirsi dunque vincolata ad esso in nessun modo.


Mentre la regola generale vuole che gli Stati sorti all’indomani della colonizzazione non siano vincolati dagli accordi conclusi dai colonizzatori, Kenya, Tanzania e Uganda sarebbero dovuti subentrare alla potenza coloniale nel trattato del 1929, poiché si tratta di un accordo cosiddetto “localizzabile”, ossia riferito all’uso di determinate parti del territorio. Ma questi, avendo denunciato il trattato al momento dell’acquisizione dell’indipendenza, sostengono di non sentirsi vincolati ad esso.


La convenzione del 1959 rivede le quote di utilizzo del Nilo, abrogando di fatto le previsioni in materia poste dal precedente trattato, ma deve considerarsi valida solo per i due firmatari: Egitto e Sudan. Il Cfa, pur non entrando nel merito della revisione delle quote, potrebbe però contenere previsioni incompatibili con questi ultimi, così creando una situazione di conflitto normativo e permanente incertezza giuridica.


Per l’Etiopia, paese da cui proviene l’85% circa delle acque del Nilo, la questione è di grande importanza: questo Stato, che ha sperimentato tassi di crescita elevatissimi negli ultimi anni e che secondo gli ambiziosi piani governativi continuerà a crescere a ritmi molto sostenuti negli anni a venire, avrà bisogno di quantità sempre maggiori di energia a basso costo per finanziare l’auspicato sviluppo agricolo e industriale.


Lo sfruttamento delle abbondanti risorse idriche presenti nel paese assicurerebbero non solo il soddisfacimento della domanda interna ma anche un ingente surplus da destinare alle esportazioni. L’Etiopia mira dunque a diventare il primo fornitore di energia degli altri paesi nella regione ed è sempre stata in prima linea nel rivendicare i suoi diritti d’uso delle acque del fiume, denunciando la parzialità dei vecchi trattati.


“Se l’Egitto è un dono del Nilo, il Nilo è prima di tutto un dono dell’Etiopia”, dicono comunemente gli etiopi. E qualche giornale locale ha concluso: “dunque l’Egitto è un dono dell’Etiopia”. Sembra inoltre che nei primi anni dei negoziati sul Cfa, data la sua ferma e chiara posizione negoziale, l’Etiopia stessa avrebbe agito da “catalizzatore culturale” per gli altri paesi a monte, la cui consapevolezza sarebbe stata accresciuta dall’atteggiamento del governo etiope.


Alla vigilia delle ultime elezioni politiche (e dunque anche in modo funzionale alle esigenze di propaganda), la stampa locale ventilava per l’Etiopia il ruolo di leader nelle trattative, auspicando inoltre che, grazie a una squadra negoziale solida e capace, sarebbe riuscita a far convergere gli altri paesi interessati su una posizione forte e coesa, come mai avvenuto prima. Sebbene non sia chiaro se l’Etiopia abbia o meno giocato la parte del capofila nei negoziati, le sue ambizioni regionali parlano chiaro.


Gli eventi di Sharm el-Sheik e la firma del Cfa, rompendo una consolidata tradizione storica e giuridica che conferiva all’Egitto il primato assoluto nelle decisioni attinenti lo sfruttamento del Nilo, ha messo in luce come nuovi equilibri si stiano creando nella regione, e il crescente desiderio dell’Etiopia di giocarvi un ruolo sempre maggiore.


Al confine tra il Nordafrica musulmano e la parte cristiana del Sud, Addis Abeba è un alleato imprescindibile degli Stati Uniti nella lotta contro il terrorismo internazionale, e la sua rilevanza strategica al momento è massima, considerata l’attuale instabilità egiziana e non solo. Foraggiata da ingenti flussi di capitali cinesi, sostenuta dagli aiuti europei, giapponesi e delle istituzioni finanziarie internazionali, l’Etiopia ha guadagnato enormemente in forza e autonomia nella gestione della propria politica interna ed estera.


Paese stabile, forte di un profondo orgoglio nazionale e di un’antica tradizione storica, sede dell’Unione Africana, del quartier generale della Commissione economica per l’Africa delle Nazioni Unite, l’Etiopia ha tutte le carte in regola per poter ambire a divenire il punto di riferimento principale degli altri paesi della regione.


L’Egitto, al contrario, durante il regime di Mubarak sembrava aver perso il suo tradizionale ascendente nei confronti dei vicini subsahariani; li aveva spesso considerati interlocutori deboli e divisi, senza tenere in debita considerazione le implicazioni derivanti dalla loro crescita culturale, economica e politica. Il nuovo corso che l’attuale leadership egiziana ha voluto sottolineare, nel senso di una rinnovata attenzione verso i paesi del continente, potrà avere conseguenze sugli equilibri regionali se verrà mantenuto dal futuro governo.


La dinamica regionale è ulteriormente complicata dalla recente formazione di un nuovo Stato, il Sud Sudan. Resta infatti da chiarire se questo sceglierà di schierarsi sulla linea del mantenimento delle vecchie norme pattizie in merito allo sfruttamento del Nilo o se, cercando alleanze regionali diverse, si allineerà con i firmatari del Cfa (Etiopia, Kenya, Uganda, Tanzania, Ruanda e Burundi) – paesi ai quali peraltro è affine per cultura e composizione religiosa – scegliendo eventualmente di rivedere in futuro le quote di utilizzo del fiume.


Nello storico confronto tra Egitto ed Etiopia, la questione strategica del controllo del Nilo ha sempre svolto un ruolo di primo piano. Già nel XIII e nel XV secolo gli imperatori etiopi minacciarono di limitare il flusso verso Egitto. D’altra parte, la possibilità di sfruttarne le acque è sempre stata percepita come una questione di sopravvivenza, se non di sicurezza nazionale, da parte degli egiziani. La divisione tra paesi a monte e a valle creerebbe quindi una situazione di tensione e conflittualità nel bacino del Nilo che, se divenisse cronica, non converrebbe a nessuno.


Le dichiarazioni del primo ministro Meles Zenawi a seguito della firma dell’accordo sembravano riflettere due esigenze principali. Da una parte, quella di mantenere una posizione ferma, a dimostrazione che quello con l’Egitto è ormai un confronto ad armi pari. Dall’altra, però, vi era anche un’implicita disponibilità a ricercare equilibri condivisi, elemento che lasciava trasparire la possibilità di trattare anche su eventuali revisioni dell’accordo firmato a Sharm el-Sheik.


L’offensiva diplomatica egiziana, nel frattempo, sembrava aver ceduto il passo a un dialogo più disteso anche con Addis Abeba, la quale tuttavia ha mostrato un certo irrigidimento sulla questione quando qualche mese fa Meles ha accusato l’Egitto di sostenere gruppi di ribelli per destabilizzare l’Etiopia e ha dichiarato di non temere l’eventualità di una guerra, agitandone di fatto lo spauracchio.


La decisione di procedere alla costruzione di una grande diga sul Nilo azzurro (Millennium dam), a 40 km dal confine sudanese, ha segnato il culmine delle tensioni nei rapporti etio-egiziani. Annunciata dalla stampa locale nel febbraio scorso, essa sembrava intesa a trarre maggior profitto possibile dai disordini e dalla debolezza egiziana di quelle settimane. L’unilateralità di questa decisione ha sfidato infatti il diritto di veto che i vecchi trattati conferiscono all’Egitto in merito all’attuazione di progetti che possono influenzare il corso del Nilo e non ha tenuto conto delle procedure di ricerca di consenso che erano state coltivate all’interno della Ibn.


È seguita un’intensa attivita’ diplomatica culminata, a maggio scorso, nella visita ad Addis Abeba del primo ministro Sharaf. Meles avrebbe assicurato all’omologo egiziano che l’Etiopia non procederà alla ratifica del Cooperative framework agreement fino all’insediamento in Egitto del nuovo presidente e del nuovo parlamento, accettando altresì che una missione tecnica bilaterale etio-egiziana visiti il sito della Millennium dam per effettuare gli studi necessari a valutare l’impatto del progetto sul corso del fiume. La possibilità di tale missione fino a qualche settimana prima era stata perentoriamente esclusa dal ministro etiopico per l’Acqua e l’energia, che aveva affermato che ogni richiesta di tal tipo avrebbe dovuto esser avanzata all’interno del Cfa.


La capacità di produrre energia in quantità sempre maggiori rappresenta il fulcro della strategia di crescita e sviluppo dell’Etiopia. In quanto tale non è un elemento negoziabile. Non è un caso che il primo ministro in più occasioni abbia esplicitamente fatto riferimento ai gloriosi trascorsi storici dell’Etiopia, unico paese dell’Africa subsahariana a non essere stato colonizzato, ad esclusione della breve parentesi italiana. La questione dello sfruttamento del Nilo risveglia il nazionalismo perché rimanda sia agli accordi coloniali di cui si rivendica la revisione sia al confronto con l’Egitto. D’altronde, le ambizioni di crescita economica e riduzione della povertà raccolgono ampi consensi presso tutti i settori della popolazione etiope, senza distinzione di etnia (e relativo peso politico) o religione.


Non era infatti passato inosservato che, nel suo primo discorso pubblico all’indomani delle elezioni del maggio 2010, il premier si fosse rivolto ai cittadini appellandosi a loro come “popolo etiope” anziché come “popoli d’Etiopia”, espressione generalmente utilizzata negli indirizzi rivolti al pubblico a dimostrare la sensibilità governativa nei confronti dei diversi gruppi etnici che compongono il paese.


Si tratta di un piccolo ma non insignificante particolare, soprattutto perché dopo la presa del potere il nuovo governo abiurò il nazionalismo, considerandolo una forma di strumentalizzazione escogitata dal Derg, deliberatamente volta all’oppressione delle minoranze.


Le istituzioni etiopi hanno bisogno di nuovi strumenti di legittimazione interna per tenere insieme un paese etnicamente e religiosamente molto eterogeneo: nazionalismo e prosperità economica potrebbero certamente rivelarsi utili a questo scopo. La loro importanza è cruciale, poiché la debolezza economica e le divisioni interne sono forse gli unici punti che potrebbero compromettere definitivamente le ambizioni regionali dell’Etiopia, indebolendone la credibilità nell’area.

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