«Tre volte» Van Dongen

«Marchande d’herbe et d’amour» (1913)

Quell’intreccio di colore, violenza e mondanità. Al Musée d’Art Moderne una retrospettiva celebra il maestro olandese del «fauvisme»

Sebastiano Grasso per “Il Corriere della Sera

Kees van Dongen? Fauve, anarchico e mondano. Così, vent’anni dopo la retrospettiva dedicata al pittore di Delfshaven (1877-1968), la capitale francese ne ripropone il periodo parigino, con 90 fra dipinti e disegni, oltre a un buon numero di ceramiche fine Ottocento-inizio anni Trenta.

A Parigi, Kees arriva nel 1897. Ha vent’anni e tanta voglia di farsi strada. Nel 1904, la sua prima personale, l’incontro con André Derain e la conversione al fauvismo. Per vivere, il giovane olandese disegna per il giornale satirico Assiette au beurre, vende giornali, fa il fattorino, l’imbianchino e, robusto come Braque, persino il lottatore da fiera. Montmartre e Montparnasse diventano i suoi quartieri e il Bateau-Lavoir la sua casa.

Nell’ex fabbrica di pianoforti, trasformata in appartamentini senza luce e con l’acqua che arriva solo al primo piano, Van Dongen – come scrive Dan Frank ne La favolosa Parigi d’inizio secolo (Garzanti) – «divide uno studio con la moglie Guus e la figlia Dolly. Guus è vegetariana e dai Van Dongen si mangiano solo spinaci. La famiglia è molto ospitale, in uno spazio in cui i cavalletti si contendono il posto con i letti, la culla, la tavola; fra il brusio dei vicini, il caldo insostenibile d’estate, il freddo d’inverno e i pochi soldi che bastano appena a nutrire la piccola. Molte volte Picasso, Max Jacob e André Salmon fanno una colletta per comperare un po’ di borotalco nella farmacia più vicina».

Le opere in mostra ne evidenziano i caratteri peculiari: la ricerca artistica che lo porta verso i «selvaggi» (al Salon d’Automne del 1905 espone nella «Sala fauve» assieme a Matisse, Marquet, Dufy, Vlaminck, Derain e Braque), il temperamento ribelle e l’immersione nel mondo cittadino (un po’ come Degas e Toulouse-Lautrec: ma solo per i temi). Sino agli anni Venti, cerca i suoi soggetti – donne soprattutto – in giro per bordelli, nei locali popolari dove si balla all’aperto (Le Moulin de la Galette), nei teatri in cui si danno spettacoli di varietà, operette (Nini, danzatrice delle Folies-Bergère, Un ballo degli «anni folli»). Kees rappresenta la vita di strada con colori forti, quasi violenti. I suoi modelli – prostitute, acrobati (Gli artisti del circo, Il circo, La parade, Il vecchio clown), cabarettiste – hanno tratti selvaggi, carnali, languidi, orientaleggianti (frutto dei suoi viaggi in Marocco, Spagna, Egitto): occhi grandi e labbra di fuoco. Così spesso viene accusato di «confondere i colori col trucco».

Fa alcuni ritratti a Fernande Olivier (Torso), di cui s’è innamorato un «giovane rozzo spagnolo che parla male il francese», tale Pablo, geloso e violento, che non ha un franco ma che, non si sa come, riesce a regalarle flaconi di profumo dall’odore così forte che quando qualcuno passa nelle vicinanze, dice: «Madame Picasso è da queste parti».

Quando Picasso vede Fernande ritratta da Van Dongen con un seno nudo, pazzo di gelosia, la schiaffeggia. E la donna lo lascia. Tornerà. Successivamente, grazie a due nuove amanti (Jasmy Jacob, direttrice di grandi case di moda e la marchesa Luisa Casati), Kees si tuffa nel «bel mondo»: letterati e artisti, alta borghesia (politici, diplomatici, finanzieri, modiste), nobiltà (ritrae Leopoldo III del Belgio e l’Agha Kan). È il «periodo del cocktail», come lui stesso lo chiama. Una tavolozza ironica, anche se brillante, in cui fonde le varie esperienze: fauve, certo, ma con anche una certa atmosfera cubista picassiana e il richiamo all’espressionismo tedesco. Cui aggiunge passione e sensualità.

Abbandonata la vita bohémienne del Bateau-Lavoir, Van Dongen prende un appartamentino per moglie e figlioletta e, per sé, uno studio nei pressi delle Folies-Bergère. Con l’aiuto della Jacob, organizza feste sontuose e raffinate dove partecipa la Parigi-bene. Gli spinaci vengono sostituiti dalla carne rossa in un ristorante di cui diventa frequentatore abituale. Una volta che l’artista diventa famoso, il gestore mette un cartello in vetrina: «Dove si può vedere Van Dongen mettere il cibo in bocca, masticarlo, digerirlo e fumare? Da Jourdan, al 10 di rue des Bons-Enfants».

Tutto va a gonfie vele. Alcuni lavori entrano al Musée du Luxembourg. Alla fine degli anni Trenta, viene coinvolto nella crisi economica del Paese. La clientela diminuisce. Kees è invitato in Germania da Arno Breker, scultore ufficiale del III Reich. Un viaggio, questo, che i parigini non gli perdoneranno mai, tant’è che al suo ritorno lo boicottano. Allora il pittore olandese abbandona Parigi e si trasferisce in Bretagna. Nel ’47 va a vivere a Montecarlo. Su di lui scende il sipario. Morirà nel 1968 e i francesi aspetteranno circa trent’anni prima di ricordarsene.

• La mostra «Kees van Dongen: fauve, anarchico e mondano» rimarrà aperta a Parigi, al Musée d’Art Moderne de la Ville (MAM), sino al 17/7. Info: http://www.mam.paris.fr; tel.+ 331.53.67.40.00. Catalogo Editions Paris Musées, pp. 240, € 38)

• La mostra analizza il periodo parigino dell’artista, dal 1895 agli Anni Trenta, e completa il progetto avviato dall’esposizione conclusasi lo scorso gennaio al Musée Boijmans di Rotterdam

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