Anna e Giacomo uniti dalla patria

Adriano Dell’Asta per “Avvenire

Molte sono le cose che uniscono Anna Achmatova e Giacomo Leopardi; e proprio queste molte cose che uniscono i due poeti rendono le traduzioni dell’Achmatova qualcosa di più di un semplice esercizio poetico o anche di un commovente omaggio di un poeta all’altro. A unire dunque i due poeti, innanzitutto, c’è «l’ospite dolce col flauto nella mano», che unisce tutti i poeti, toccandoli nell’intimità del cuore e facendoli propri sacerdoti.

Poi c’è il fatto che questo possesso, quanto più scende nelle profondità segrete dell’anima, tanto più si espande a investire tutto l’universo e a restituirlo al poeta «nell’organica unità delle parti che lo compongono», cioè come un tutto dotato di senso. Il poeta, infatti, come diceva Sinjavskij in un indimenticabile studio su Pasternak, «fonde in qualcosa di organico, in un tutt’uno, le parti frammentarie della realtà e con ciò stesso incarna in un certo senso la grande unità dell’universo».
Così, in Leopardi il poeta parla a tutta la natura umana, «frale in tutto e vile» e di tutta la natura, percependo che essa ha dentro di sé una «nova immensità» che va ben al di là del «terreno stato». È esattamente in questo senso che il poeta, nell’Achmatova, riceve in premio «la perspicacia magnanima degli astri». 

Tanto l’Achmatova come il Leopardi, in questo modo, si ritrovano nella definizione classica che del poeta ha dato Puskin: «…e io intesi il palpitare / del Cielo e il vol degli angeli montano / ed il nuoto dei mostri sotto il mare / e il germogliar dell’erbe sopra il piano».

Il poeta è dunque colui che coglie tutto il mondo, tutto ciò che è nei cieli come in terra, con una capacità di comprensione unica e irripetibile; e tuttavia il poeta non tiene solo per sé questa esclusiva capacità di comprensione, ma la restituisce a tutti; «la terra tutta è stata suo appannaggio, / ed egli l’ha divisa con tutti», dice del poeta l’Achmatova, confessando una «volontà di condividere senza compromessi i generali destini del suo popolo» che per molti potrebbe parere inattesa e che invece è profondamente inscritta nel cuore della poetessa, tant’è vero che questa non aspetta il 1961 per dire, nell’apertura di Requiem, «Io ero allora col mio popolo, / là dove, per sventura, il mio popolo era»: una cosa simile l’aveva già scritta nel 1922 quando, per motivare il suo rifiuto dell’emigrazione, aveva detto di sé «con coloro io non sto che la terra / Abbandonarono ai nemici da straziare».

Ma in questo l’Achmatova non dice nulla di nuovo per un poeta, e ancora una volta si associa a Leopardi cantore e difensore non solo dell’intimità ma anche della patria, alla quale egli dice: «Nessun pugna per te? non ti difende / Nessun de’ tuoi? L’armi, qua l’armi: io solo / Combatterò, procomberò sol io. / Dammi, o ciel, che sia foco / Agl’italici petti il sangue mio».
Il poeta ha dunque dentro di sé, nell’intimo del suo cuore, qualcosa che lo apre all’universo e lo rende responsabile di fronte a esso, proprio perché è capace di comprenderlo e restituircelo in una maniera unica e irripetibile, esemplare per tutti gli altri uomini; l’istante si riempie in lui, diceva ancora Sinjavskij, «di un contenuto così significativo che non racconta più dell’effimero e del particolare, ma di ciò che è costante e universale».

Differenze di tempo e di spazio, di tradizione culturale o di posizione religiosa, qui non cambiano nulla, e queste affermazioni possono nascere in Russia come in Italia, nell’Ottocento che ancora sperava in un mondo nuovo come nel Novecento ormai annichilito dalle guerre mondiali e dai campi, sotto la penna di un autore credente come sotto quella di un autore agnostico.

I due poeti si incontrano ancora una volta: al culmine della disperazione, nella preghiera. Ma non capiremmo sino in fondo questa comunione se non capissimo che questa comune preghiera nasce dall’identica domanda dell’uomo, che vuole capire e dire sino in fondo il senso del proprio esistere: vuole ritrovare il senso della propria umanità mortale e finita di fronte all’infinito, come succede con Leopardi, o vuole ritrovare e restaurare il mistero del volto umano di fronte alla riduzione e alla negazione dell’umano tentata dai regimi totalitari, come succede con l’Achmatova.

Questa esperienza unica diventa l’esperienza comune della letteratura russa del XX secolo, quando questa letteratura, posta di fronte al rischio reale dell’annullamento completo di sé e dell’umano, ha avuto l’occasione di riproporre all’umanità, con una radicalità nuova, l’eterna domanda dell’uomo e del poeta. Nei suoi grandi protagonisti come l’Achmatova, la letteratura russa del XX secolo, segnata dalla prova dei campi di concentramento, ha vissuto in una maniera drammaticamente del tutto nuova una sorta di discesa agli inferi, passando (proprio grazie ai campi) attraverso l’esperienza di una vera e propria morte-risurrezione.

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