La Pacifica Alleanza dell’America Latina

Colombia, Cile, Messico e Perù hanno siglato un accordo di integrazione economica. Non si tratta di un’alleanza delle destre o di una piccola Alca, ma della sponda latinoamericana dell’Apec, e del riconoscimento implicito dell’importanza dei legami con l’Asia

Maurizio Stefanini per “Limes

Nel settembre del 2009 si iniziò a parlare della possibile integrazione tra le Borse di Lima, Bogotá e Santiago, allo scopo di costruire una realtà di dimensioni comparabili a quelle delle Borse di San Paolo del Brasile e di Città del Messico. Il 9 novembre 2010 è stato firmato a Lima l’accordo per la costruzione del Mercato integrato latinoamericano (Mila), nato ufficialmente il 22 novembre. Juan Pablo Córdoba, presidente della Bolsa de Valores de Colombia (Bvc), ha ricordato come il Mila potesse mettere assieme 46 società con oltre un milione di dollari di transazioni al giorno, e 58 valori con tra 500.000 e un milione di dollari di transazioni. Durante il vertice iberoamericano di Mar del Plata del 3-4 dicembre il presidente messicano Felipe Calderón manifestò il proprio interesse per un accordo con l’asse Colombia-Perù-Cile.


Il 28 aprile è stata siglata l’Alleanza del Pacifico latinoamericano al vertice di Lima,con la firma di un accordo di integrazione profonda (Aip) tra Calderón, il presidente colombiano Juan Manuel Santos, il peruviano Alan García e il cileno Sebastián Piñera. Un meccanismo “per favorire più crescita e più sviluppo e per contribuire a una miglior competitività delle economie dei paesi membri”, spiegava nella relativa conferenza stampa Alan García. In programma la liberalizzazione del transito di beni, servizi, capitali e persone, anche in considerazione dell’appartenenza di Messico, Cile e Perù al Forum di cooperazione economica dell’Asia-Pacifico (Apec). Anzi, i tre paesi si impegnano a promuovere l’ammissione all’Apec anche della Colombia. E se già il Mila diventa la seconda Borsa dell’America Latina dopo la Bovespa di San Paolo, l’Alleanza del Pacifico latinoamericano rappresenta un blocco commerciale da 872 miliardi di dollari, contro i 543 del Mercosur.


In questa rubrica e in altre sedi chi scrive ha più volte insistito su uno schema sia pur fluido di ripartizione dei governi latinoamericani tra tre blocchi ideologici ben distinti. Ha anche osservato come il blocco “chavista” dei governi di sinistra più radicale si fosse dotato di uno strumento di coordinamento attraverso l’Alba, mentre quello “lulista” di sinistra più moderato per lo meno in Sudamerica avesse finito per coincidere con il Mercosur, che pure era di molto antecedente all’”ondata a sinistra” latinoamericana, e ispirato piuttosto al modello dell’integrazione europea. Di fatto, l’Alleanza del Pacifico latinoamericano viene così a coincidere con un blocco dei governi moderati, anche se le ultime elezioni peruviane hanno visto la vittoria di Ollanta Humala, inquadrabile in area lulista o chavista. Tecnicamente anche Alan García era in origine un presidente di profilo lulista.


Vari giornali di sinistra latinoamericani hanno dunque interpretato l’Alleanza del Pacifico come una mossa in chiave filo-Usa; magari come un modo surrettizio per tornare a quel progetto dell’Area di libero scambio delle Americhe, già propugnato da Clinton e George W. Bush, e affondato dalle resistenze diversamente motivate di Lula e Chávez. Il messicano La jornada, ad esempio, ha parlato di “controffensiva della destra”. D’altra parte, a differenza dell’Alba, l’Alleanza del Pacifico corrisponde a un preciso profilo di contiguità geopolitica e anche di complementarità economica. Né manca una vocazione all’allargamento, come dimostrato dall’immediato interesse di Panama. Comunque, il riavvicinamento tra Colombia e Venezuela, le polemiche tra Calderón e gli Stati Uniti e l’elezione di Humala dovrebbero contribuire a depotenziare un’interpretazione troppo ideologica della nuova alleanza.


Il 22 giugno c’è stato a Roma un incontro organizzato dalla Ong spagnola Fundación Promoción Social de la Cultura, dall’Agenzia Prestomedia e dall’osservatorio indipendente Mediatrends. Presenti i rappresentanti di tre dei quattro partner dell’Alleanza del Pacifico: l’ambasciatore messicano in Italia Jorge Chen Charpentier, l’ambasciatore peruviano in Italia César Castillo Ramírez e l’ambasciatore colombiano presso la Santa Sede César Mauricio Velásquez. Oggetto dell’incontro, il boom economico latinoamericano. Una preoccupazione che è chiaramente emersa è quella per la sicurezza, vista anche come indispensabile premessa per lo sviluppo.


Proprio la provenienza degli interlocutori è stata l’occasione per avere qualche chiave di lettura sull’Alleanza del Pacifico latinoamericano. A sentir loro, la chiave di tutto non è negli Stati Uniti, ma in Cina. È il boom asiatico, hanno spiegato, che ha permesso il boom latinoamericano malgrado la crisi in Europa e in America del Nord. “Sarebbe una catastrofe se la Cina smettesse di importare”, è stato un ritornello dell’incontro. Secondo i diplomatici, il problema di base da cui è partito tutto è stato quello della pesca. Il Perù voleva difendere i propri interessi nel settore all’interno dell’Apec, per cui ha sentito il bisogno di collegarsi con gli altri partner latinoamericani del Forum. E da cosa è nata cosa.


Non dunque “alleanza delle destre” o “nuovo Alca”. Ma “sponda latinoamericana dell’Apec”.


Maurizio Stefanini,
 giornalista professionista e saggista. Free lance, collabora con Il FoglioLiberoLiberalL’OccidentaleLimesAgi EnergiaScuola Superiore della Pubblica Amministrazione e Scuola Superiore dell’Economia e delle Finanze.
Specialista in politica comparata, processi di transizione alla democrazia, problemi del Terzo Mondo,  in particolare dell’America Latina, e rievocazioni storiche.

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