Antieroi solitari in fuga dal nulla

Il libro di Gianfranco Calligarich

Paolo Di Stefano per “Il Corriere della Sera”

Non siamo più abituati ai romanzi che si calano negli abissi. Non siamo più abituati a romanzi come Privati abissi di Gianfranco Calligarich (Fazi, pp. 200, € 18). Un romanzo il cui impianto è creato non tanto da azioni e colpi di scena ma dalle atmosfere e le atmosfere sono create dallo stile, come accadeva già ne L’ultima estate in città, il primo romanzo di Calligarich, amato da Cesare Garboli e da Natalia Ginzburg, pubblicato (anche grazie a loro) nel 1973 e opportunamente riproposto l’anno scorso da Aragno.

A differenza dei suoi personaggi, specie del narratore di quest’ultimo libro, afflitto da problemi cardiaci, Calligarich è scrittore dal respiro lungo, tanto che Privati abissi ha richiesto un’elaborazione di oltre un trentennio, ripensamenti e riscritture. Siamo a Roma nel 1968, quando in un caffè gestito dal vecchio Santandrea nei pressi di Piazza Navona, Al Tempo Ritrovato, un trentenne, approdato nella Capitale dalla Liguria (dove la famiglia aveva «un’importante fabbrica del ferro»), incontra la splendida Alessandra. Ci sono tutti gli elementi per un approccio fatale. Lui, taciturno e ombroso, ha dentro le maree di un’esistenza misteriosa, ha lasciato i suoi luoghi per mettersi a suonare il pianoforte nelle sale di registrazione, è diventato socio di Santandrea nel locale romano, abita in un monolocale con terrazzo e vista su una cupola, ha la stazza di un armadio dalle ante chiuse al punto da diventare, nel racconto, lo Sprangato Partner. Lei è figlia di un banchiere svizzero, un corpo compatto e un sorriso «a sfottere su bocca robustamente fatta». Verremo a sapere dopo che si porta dietro un passato traumatico, avendo subito gli oltraggi del padre, ma per il momento si trova al Tempo Ritrovato in compagnia di una donna mascolina, che in seguito a un breve litigio le versa addosso un bicchiere di whisky lasciandola in asso. È a quel punto che Alessandra si alza, attraversa le luci e le ombre del locale e si dirige verso l’Armadio chiedendogli di asciugarle il vestito bianco.

C’è un narratore che osserva con dissimulata gelosia e racconta come da quel curioso contatto i due arrivano al matrimonio, di cui sarà lui stesso il testimone, su richiesta della ragazza. Un matrimonio pieno di promesse ma destinato a un precoce fallimento, perché in realtà si tratta dell’incontro di due «certezze infondate». Quella unione «fracassante», del resto non consumata, finisce per accrescere nello Sprangato Partner il senso di vuoto che lo ha sempre accompagnato e che solo per poco, nei primi furiosi abbracci, aveva ceduto a una «stimolante consapevolezza dell’esistenza» mai provata prima. Una «irragionevole fiducia» che, prima del Grande Colpo d’Onda, gli aveva fatto pensare che Alessandra fosse la sola donna «all’altezza della sua partita».

La metafora ricorrente della partita non è casuale, perché a narrare tutto ciò, a trent’anni di distanza dai fatti, è un anziano giocatore di casinò, cardiopatico, che ricorda quel tempo mentre viaggia verso la Capitale, dove assisterà al funerale del vecchio amico Santandrea. La Capitale, già protagonista dell’Ultima estate in città, appare in tutta la bellezza intima e oscura dei suoi vicoli, delle fioche luci notturne di trattorie con fogli di carta per tovaglie, una bellezza resa un poco allucinata dalla «forza centrifuga» desertificante di quella rivoluzione di piazza che non si vede ma è presente per contrasto, attraversata com’è dalla desolazione individuale e dalla precarietà esistenziale di personaggi che le sono fatalmente marginali, anzi del tutto estranei. Estranei a se stessi e precari sono gli altri personaggi dai «privati abissi» che entrano in scena. E «privati» non significa solo personali, ma sembra quasi elevare alla seconda il vuoto dei loro intimi strapiombi, dei loro fallimenti, delle loro fughe da chissà che, forse dal nulla.

Antieroi solitari, resi memorabili da definizioni antonomastiche come il Bianco Marinaio, la Mascolina Navigatrice, l’Idolo, la Cupa Penelope (una giovane francese che non lascia mai i suoi ferri da cucito), vagabondi, talvolta buffi, talvolta con caratteri da film noir, di quelli che si giocano la vita in una sera, spesso barando. Dalla Capitale, il narratore ci conduce verso Capri, poi a Barcellona e sullo specchio scuro del lago di Locarno.

 E così ci si avvia verso la fine, accompagnati da una prosa che se qua e là può lasciare l’impressione di forzature e artificiosità sintattiche, riesce però, con le sue ripetizioni melodiche e gli andamenti sussultori (che mimano l’irregolare battito cardiaco del narratore), ad assecondare l’instabilità dei personaggi fino allo sbriciolamento beckettiano conclusivo.

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