Il blitz in Mali è un nuovo scacco ad al Qaida?

Carta di Laura Canali

Le forze di sicurezza mauritane hanno attaccato una base di al Qaida nel Maghreb Islamico (Aqmi) in Mali. Le nuove strategie antiterrorismo dei governi saheliani e il ruolo di Usa e Francia. L’evoluzione del gruppo neo-fondamentaliasta algerino e il suo futuro dopo la morte di bin Laden

Matteo Guglielmo per “Limes

Un’operazione condotta dalle forze di sicurezza della Mauritania in territorio maliano ha portato allo smantellamento di un insediamento di al Qaida nel Maghreb Islamico (Aqmi). L’azione militare, come riportato dal portavoce dell’esercito mauritano Teyib Brahim, ha avuto luogo nel villaggio di Wagadou, a 70Km dal confine con la Mauritania. Secondo le stesse fonti governative, durante l’operazione sarebbero morti almeno 15 membri di Aqmi, mentre le perdite tra i regolari sono almeno due. L’operazione rappresenta il culmine di una serie di manovre militari e di risultati raggiunti a seguito di un cambio di strategia nella lotta al terrorismo e ai traffici illeciti nel Maghreb occidentale.


Nell’agosto del 2009 e nel settembre 2010 i capi di Stato maggiore di Algeria, Mali, Niger e Mauritania si sono riuniti nella cittadina di Tamanrasset, nell’Algeria meridionale, dove hanno istituito un comando operativo congiunto e un organo di interscambio informativo.


Come confermato dal capo di Stato maggiore dell’Armée nationale populaire (Anp)algerina Ahmed Gaïd Salah, quanto deciso a Tamanrasset ha permesso alle forze armate dei paesi saheliani di colpire eventuali cellule terroristiche anche al di fuori dei rispettivi territori nazionali. La nuova strategia, forse un po’ tardiva, è perfettamente coerente con l’evoluzione militare e strutturale di Aqmi.


Dalla ristrutturazione dell’agosto del 2007, il movimento ha assunto un forte carattere transnazionale, frutto sia delle manovre di contrasto operate dall’esercito algerino sul proprio territorio, sia delle barriere naturali difensive offerte dall’area saheliana. Nei covi in Algeria meridionale, nella cittadina maliana di Kidal e nei territori mauritani e del Niger, l’Aqmi ha potuto godere dei benefici derivanti da un certa diversificazione delle attività illecite: rapimenti a scopo estorsivo, traffico di esseri umani e di stupefacenti, fino al commercio di armi con il regime di Tripoli.


I primi risultati ottenuti sul campo dal “gruppo di Tamanrasset” hanno evidenziato un importante elemento di novità rispetto alle operazioni organizzate in passato. Il blitz di Wagadou è infatti la prima operazione transfrontaliera eseguita in assoluta autonomia e in assenza di un appoggio logistico della Francia o di una forza esterna. In passato, l’ingombrante presenza francese aveva fornito ad Abdelmalek Droukdal e Abdelhamid Abou-Zeid – due leader di Aqmi – un forte argomento di mobilitazione e di delegittimazione politica dei governi regionali, accusati di essere mere pedine dell’ex potenza coloniale.


A salutare con particolare entusiasmo l’evoluzione delle operazioni sono stati anche gli Usa, che insieme a Russia, Cina, Francia e Regno Unito il prossimo settembre parteciperanno a una conferenza internazionale sul terrorismo ad Algeri.


Dal 2002, il governo statunitense ha avviato una serie di iniziative nella regione saheliana nord-occidentale volte a contrastare il terrorismo di matrice qaidista. La Pan-Sahel initiative (Psi), che originariamente coinvolgeva solo Mali, Niger, Mauritania e Ciad, è stata ampliata nel 2010. Oggi il programma prende il nome di Trans-Saharan counterterrorism partnership (Tsctp), e vede l’inclusione anche di Algeria, Marocco, Burkina Faso, Senegal e Tunisia. Con un budget di 80milioni di dollari solo per lo scorso anno, la Tsctp è ancora un programma periferico, soprattutto rispetto ad altre missioni Usa dedicate alla lotta al terrore: basti pensare che il suo bilancio rappresenta appena il 2% dei fondi riservati all’Afghanistan.


Al pari di altri programmi nel continente, come la Combined joint task force – Horn of Africa (Cjtf-Hoa) e il comando generale Africom, anche la Tsctp è stata impostata attraverso una strategia eterogenea. All’interno di una mission volta al mantenimento della sicurezza, all’addestramento delle forze armate locali e al rafforzamento dei rapporti bilaterali dei governi sahariani con il dipartimento della Difesa, gli Usa hanno cercato di includere dei programmi di cooperazione allo sviluppo tesi a smussare lo sbilanciamento verso il settore militare.


Diversi attori locali, governativi e non, restano scettici sull’impatto della Tsctp, e in particolare su ciò che Jacob Mundy, autore di Western Sahara: War, Nationalism and Conflict Irresolution, ha identificato come un’appropriazione del Pentagono delle spese riservate dalla Casa Bianca agli aiuti umanitari e allo sviluppo in Africa, dove “militarizzazione” e “sicurezza” (locale e globale) si confondono e assumono nella pratica il medesimo significato.


Proprio questa ambiguità di fondo ha nutrito e rafforzato la seppur debole dimensione politica di Aqmi, i cui legami sostanziali con la rete di al Qaida hanno da sempre suscitato un certo scetticismo, ma che a seguito della morte di Osama bin Laden potrebbero trovare maggior consistenza.


È importante ricordare che la nascita di al Qaida nel Maghreb Islamico coincide con il suo sganciamento dallo scenario algerino. L’Aqmi nasce infatti dalle ceneri del Gruppo salafita per la predicazione e il combattimento (Gspc), a sua volta fondato da una costola del ben più noto e temuto Gia (Gruppo islamico armato).


I primi seri tentativi di legare il gruppo islamista alla rete di al Qaida risalgono al 2004, quando Abdelmalek Droukdal, conosciuto anche con il nome di Abu Mus`ab al-Wadud, guadagna la leadership del Gspc, sostituendo Nabil Sahrawi, ucciso nello stesso anno dalle forze armate di Algeri. È stato proprio Abu Mus`ab a stringere i primi legami con il Ayman al-Zawahiri; l’alleanza sarebbe stata sancita solo nel 2005 attraverso un comunicato dello stesso leader egiziano. L’approvazione della nuova sinergia da parte di bin Laden, da sempre scettico sull’opportunità di legarsi ai movimenti radicali algerini, ha portato nel gennaio del 2007 alla ristrutturazione del Gspc e alla sua trasformazione in Aqmi.


Nonostante alcune affinità ideologiche con al Qaida, le attività e le forniture logistiche di Aqmi – almeno da un punto di vista operativo – hanno mantenuto un forte livello di autonomia, anche per volere dello stesso Osama. La successione di al-Zawahiri alla leadership qaidista potrebbe tuttavia rafforzarne i legami, visto che lo stesso – oltre ad essere stato l’artefice dell’alleanza/affiliazione – ha sempre mostrato nei suoi comunicati una certa attenzione alla causa del movimento radicale saheliano.


Tale sinergia può essere ritrovata in alcuni comunicati antifrancesi di al-Zawahiri, di cui il più noto resta quello del 2009, seguito appena tre giorni dopo dall’attacco di Aqmi contro l’ambasciata di Francia in Mauritania. È ancora prematuro cercare di stabilire se la nuova leadership qaidista abbia inglobato un movimento che da sempre si muove in modo autonomo, anteponendo il business dei traffici saheliani al jihad globale qaedista.


La presa di distanza di Aqmi dagli attentati di Marrakech del 28 aprile scorso lascia pensare che l’attività dei gruppi neo-fondamentalisti nell’area si muova ancora su binari molto diversi, che però potrebbero diventare improvvisamente paralleli a fronte di una reciproca convenienza.


“Le maschere di Osama” | Al Qaida in Africa | La storia di bin Laden

 

Matteo Guglielmo è dottore in Sistemi Politici dell’Africa all’Università degli studi “L’Orientale” di Napoli, autore del volume Somalia, le ragioni storiche del conflitto, ed. Altravista, 2008.

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