Cina e Sudan sempre più vicini

Il presidente sudanese Bashir, recentemente in visita a Pechino, ha nella Repubblica Popolare Cinese un alleato prezioso. L’isolamento diplomatico occidentale può essere controproducente in vista dell’indipendenza del Sud Sudan. Gli interessi petroliferi di Pechino nell’area

Paola Aguglia per “Limes

La Repubblica Popolare Cinese è il principale partner commerciale del Sudan e quest’ultimo ha rappresentato per la Cina una vera e propria porta d’entrata al continente africano. Il voto referendario che ha sancito l’indipendenza del Sud Sudan lo scorso gennaio non ha cambiato la situazione e il dragone asiatico si sta impegnando diplomaticamente affinché la separazione che avverrà in luglio non metta in dubbio la stabilità dei propri approvvigionamenti petroliferi.

In questo contesto si colloca la visita ufficiale di Omer Hassan al-Bashir
 in Cina, l’ultima in qualità di presidente del Sudan unito. Con un giorno di ritardo, martedì Bashir è riuscito ad atterrare a Pechino dove lo attendeva il suo omologo cinese Hu Jintao. Le ragioni del ritardo rimangono poco chiare: secondo quanto riportato, il volo presidenziale, decollato da Teheran, è stato costretto a cambiare rotta e tornare in Iran mentre stava sorvolando il Turkmenistan, posticipando così di 24 ore l’arrivo in Cina. 

Pressioni occidentali su Ashgabat? Nessuna fonte ufficiale lo conferma, ma ciò non stupirebbe considerando i reiterati inviti degli Usa e dalle Nazioni Unite affinché tutti gli Stati cooperino con la Corte penale internazionale (Cpi), che accusa Bashir di genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità legati al conflitto in Darfur. Inviti indirizzati in primis alla Cina – che pure non è firmataria dello Statuto di Roma – che si preparava ad accoglierlo.

Il Sudan è iscritto nella lista nera dei paesi accusati di appoggiare il terrorismo internazionale; il suo presidente, in virtù delle accuse della Cpi, è interdetto – almeno in teoria – dalla partecipazione a qualsiasi incontro internazionale e da qualsiasi visita in Stati firmatari del Trattato di Roma, pena la sua incarcerazione; il paese è sottoposto dagli Usa a un embargo che vieta scambi commerciali o investimenti bilaterali dal 1997.

In questo contesto sfavorevole, la Cina rappresenta un solido alleato economico e diplomatico per il Sudan: ha garantito a Khartoum non soltanto gli introiti economici di cui questa era stata privata dal mondo occidentale, ma anche una certa copertura diplomatica all’interno del Consiglio di Sicurezza dell’Onu grazie al suo potere di veto.

Pechino ha così potuto approfittare dei ricchi bacini petroliferi sudanesi. La Chinese National Petroleum Corporation (Cnpc), presente nel paese dal 1997, opera in progetti riguardanti diversi blocchi petroliferi, raffinerie, infrastrutture per il trasporto del petrolio e per l’industria petrolifera e del gas. Oltre ad essere il principale importatore di petrolio sudanese, la Cina è anche, come per la maggior parte dei paesi africani, uno dei principali investitori con progetti che spaziano dalle infrastrutture, alla tecnologia, all’agricoltura. Il commercio bilaterale è arrivato a 8,6 miliardi di dollari nel 2010, crescendo del 35,1% rispetto al 2009. Lo scorso anno il Sudan è stato il sesto esportatore di petrolio verso la Cina, con circa 12.6 milioni di tonnellate di  greggio.

Risale allo scorso martedì un nuovo accordo
 tra i rappresentanti della compagnia petrolifera cinese e del governo sudanese volto a rafforzare la cooperazione in campo petrolifero. Juba, già prima del referendum dello scorso 9 gennaio, si era preoccupata di garantire al partner cinese la stabilità delle sue concessioni petrolifere; infatti, nonostante Khartoum rimanga il principale alleato della Cina, viste le nuove circostanze, il paese asiatico non potrà fare a meno della collaborazione del Sud Sudan, dove si trovano i principali bacini petroliferi dell’attuale Sudan. Considerando le forti carenze strutturali di quello che si accinge a diventare il paese più giovane del mondo, numerose sono le carte che la Cina può giocare sul piano degli investimenti in settori ritenuti strategici.

La Cina rappresenta anche uno dei principali fornitori d’armi del regime sudanese nonostante l’imposizione da parte delle Nazioni Unite nel 2005 di un embargo internazionale al fine di evitare che le armi potessero essere utilizzate nel conflitto del Darfur; Pechino ha tentato di impedire la diffusione di un rapporto di un panel internazionale di esperti che denunciava il ritrovamento in Darfur di munizioni di provenienza cinese.

Secondo quanto dichiarato dal portavoce del ministero degli Esteri cinese, Hong Lei, l’obiettivo della visita di Bashir in Cina è stato quello di “discutere il consolidamento della vecchia amicizia tra i due paesi in previsione delle nuove circostanze”. Un ritorno alle violenze tra Nord e Sud significherebbe per Pechino una gravissima perdita in termini economici. La Cina ha invece bisogno di poter contare su relazioni stabili e pacifiche tra il Nord, in cui si trovano le principali infrastrutture per il trasporto del petrolio, e il Sud, la regione più ricca di bacini petroliferi.

Risulta dunque chiaro come oggi la Cina, affermatasi come alleato necessario del Sudan in termini sia politici sia economici, abbia un potere di condizionamento nei confronti di Khartoum molto maggiore dell’Occidente, Stati Uniti in testa. Come afferma il ministro degli Esteri sudanese Ali Kharti, il Sudan “ha bisogno del supporto cinese poiché l’Occidente invece che offrire il suo supporto sta lanciando una sfida”; a ciò si aggiungono le promesse di aiuti e investimenti provenienti dal governo cinese e dalla Cnpc, che si è dichiarata particolarmente interessata a progetti di esplorazione petrolifera nel Nord Sudan. Infine, il leader cinese Hu Jintao ha rassicurato la controparte sudanese affermando che ignorerà il mandato d’arresto internazionale e che cercherà piuttosto di risanare le lacerate relazioni tra Occidente e Khartoum.

Considerando la delicatissima situazione, isolare diplomaticamente Bashir può essere una mossa rischiosa. Anche se è accusato di gravi crimini contro l’umanità, rimane in questo momento un interlocutore indispensabile per garantire che il lungo processo di pacificazione iniziato nel 2004 raggiunga il suo risultato finale, mettendo fine al ventennale capitolo di guerre civili. In questo senso, l’esistenza di un attore come la Cina, considerato alleato fondamentale da parte di Khartoum e che ha interesse a che la pace in Sudan venga garantita – e che può premere affinché tale risultato sia raggiunto – può essere un’opportunità e non una minaccia.

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